sabato,Novembre 28 2020

Perché Reggio si allaga? L’esperta: «Cementificazione selvaggia e manutenzione carente»

L'APPROFONDIMENTO | Parla Consuelo Nava: «Il 93% della superficie, nella zona sud non drena l'acqua. Occorre riguadagnare suolo e dare il via a piani di adattamento climatico. Puntare solo il dito contro qualcuno non serve»

Perché Reggio si allaga? L’esperta: «Cementificazione selvaggia e manutenzione carente»

La pioggia insistente, e caduta in grande quantità, domenica ha creato danni e preoccupazione sia al centro che, soprattutto, nella zona Sud della città. Situazioni che si ripetono ciclicamente e che colpiscono sempre alcune parti di Reggio. Tematiche serie che non ammettono banalizzazioni o, peggio, strumentalizzazioni. Ma perché tutto ciò accade? Lo abbiamo chiesto a Consuelo Nava, architetto e docente universitaria, anche mentore dell’associazione Pensando Meridiano. L’associazione conosce bene quella porzione del territorio poiché porta avanti da anni attività su quell’area e lo farà ancora con il progetto europeo “KNOWLEDGEvsClimateChange”, il cui obiettivo generale «è la costruzione e il rafforzamento di conoscenze in tema di sostenibilità urbana, riciclo, economia circolare e azioni possibili per l’adattamento al climate change per le comunità insediate in periferia sud a Reggio Calabria».

La premessa è che «questi eventi sono effetto di cambiamenti climatici alla scala urbana dei territori o delle città e non accadono a caso, a loro volta, dipendono anche dai cattivi comportamenti riguardanti scelte importanti nel governo del territorio. Primo fra tutti – evidenzia Nava – il consumo di suolo che è avvenuto in maniera indiscriminata in alcune zone anche della nostra città, in tempi in cui l’edilizia era necessaria per dare case ai cittadini in particolari aree di espansione urbana: come ad esempio la periferia Sud». Un periferia Sud che, ad oggi, da monte a mare, fino alle porte di San Gregorio, conta 50mila persone. «Una zona interessata oltretutto da una densità di costruzione e di impermealizzazione del suolo tale che quando ci sono eventi climatici importanti, da anni, non solo per la quantità di pioggia, ma anche per il poco tempo in cui cade con intensità, si rischia l’allagamento».

La necessità degli interventi ordinari con più frequenza
Durante gli anni di studio, con gli studenti e anche i giovani architetti di Pensando Meridiano, è emerso che ci sono delle aree residenziali critiche generate in concomitanza dell’infrastrutturazione di alcuni assi viari «viale Aldo Moro, viale Calabria, viale Galilei che si trasformano in veri fiumi d’acqua che arrivano ai quartieri, unitamente a quelle piazze che – chiarisce l’architetto – dovrebbero essere aree di esondazione o mitigazione, ma sono talmente bitumate o così pavimentate, tanto quanto i cortili dei quartieri o come le strade, e quindi non svolgono questa funzione (vedi i casi di piazzetta della Pace, il vecchio quartiere Ferrovieri e il largo Botteghelle)». Si dimentica inoltre «che la zona Sud ha una importante area industriale che è normale che sia più coperta di altre per la movimentazione interna dei mezzi, risultando area di dilavamento ma non certo di drenaggio. E poi ci sono le aree più degradate e abbandonate o, durante questi fenomeni, anche il verificarsi di cause aggiuntive in termini di ostruzione per lo smaltimento delle acque, rispetto a ciò che è accaduto, per esempio, in queste settimane per l’emergenza rifiuti. È vero quello che dice il sindaco, sono state ostruite anche alcune caditoie e ciò ha aggravato la situazione, ma indubbiamente l’area Sud è molto, molto sensibile per la sua naturale morfologia dei suoli e per la restrizione di alcune reti, per gli interventi stratificati per la realizzazione di vie e fabbricati negli anni». Impermealizzazione eccessiva, densità abitativa e bombe d’acqua sono un mix esplosivo da governare a più livelli, «con interventi immediati, aumentando i cicli manutentivi sulle reti esistenti e aumentando nelle aree più depresse, vere e proprie vasche in tempi di pioggia, i sistemi di captazione e smaltimento delle acque; sia di interventi straordinari non tanto per l’entità delle misure da approntare, quanto per la tipologia del progetto che bisognerebbe mettere in atto in termini temporali ed economici, a partire da azioni di deimpermeabilizzazione dei suoli con la riscrittura di nuovi brani urbani».

La superimpermeabilizzazione del suolo
I dati che riporta Nava fanno riflettere: «La superimpermeabilizzazione del suolo, dal Calopinace all’aeroporto, è tale che, circa il 93% di questa superficie non drena l’acqua nè favorisce una normale condizione di smaltimento superficiale o evapotraspirazione per poca presenza di verde urbano su suolo vero. Ci aggiungiamo che le reti di captazione e smaltimento sono insufficienti perché fine degli anni Settanta, Ottanta, c’è stato il boom di insediamenti che non sempre ha investito un ampliamento dei sottoservizi. Sono aumentate le abitazioni, le reti secondarie si sono aggiunte a quelle principali ma non vi sono state grandi trasformazioni tali da dover riprogettare tutta la rete di smaltimento delle acque. Il risultato è naturalmente un sovraccarico delle reti, spesso anche per una non separazione tra acque grigie e bianche, che comunque già non erano dimensionate per l’originaria portata e non lo sono adesso in regime di caduta più intensa». A dare i colpi di grazia ci pensano quindi gli eventi climatici. Ma non succede solo a Reggio. «In tutto il paese e soprattutto al Sud, che storicamente non ha aree urbane interessate da grandi e recenti trasformazioni, con reti giustamente dimensionate, occorre intervenire con un programma nuovo di rigenerazione delle periferie, riguadagnare suolo con operazioni di riqualificazione e messa in sicurezza del territorio e vera e propria sostituzione edilizia e individuazione di aree libere di mitigazione e adattamento. Certo occorrono nuovi investimenti e un nuovo modo di pensare alle città».

La necessità di riguadagnare il suolo e dare il via ai “piani di adattamento climatico”
Quindi «da studiosa aggiungo che c’è la necessità di riguadagnare il suolo e pianificare interventi secondo processi e dispositivi tecnologici istruiti “dai piani degli adattamenti climatici. Sono strumenti operativi più efficaci dei piani strutturali comunali a tale scopo e molte città italiane li stanno adottando. Ci sono delle aree nella periferia sud che potrebbero essere benissimo depavimentate perché sono inutilmente coperte o bitumate. Soprattutto – evidenzia l’architetto – c’è bisogno di una presa di coscienza dei cittadini, perché in quella parte della città ci sono aree morfologicamente predisposte agli allagamenti che formano delle piazze ribassate rispetto alle strade, rispetto all’edificato. Serve un piano di interventi progressivo che partendo da interventi più urgenti, arrivi al 2030, al 2050 con un piano di altri interventi strutturali ma radicali». Un piano di azioni che «passi da una sistemazione della raccolta delle acque per mettere in sicurezza l’abitato esistente subito, quindi poter programmar lavori sul sistema di drenaggio in modo che sia più efficace, riportare l’acqua in falda o farla defluire fino a mare per dilavamento, oltre la raccolta nelle reti». E una chance potrebbe arrivare dal Parco lineare Sud che, oltre ad essere una bella passeggiata dal centro storico al quartiere Sud rappresenta un’altra opportunità: «quella di rendere più permeabile il suolo e aiutare le acque a defluire verso mare, con un nuovo sistema a pettine proveniente dai quartieri retrostanti. Occorre superare la barriera della linea ferroviaria e delle costruzioni sulla costa cittadina».
Tra l’altro la periferia Sud potrebbe essere un’occasione per sperimentare nuove soluzioni: «Non solo dispositivi altamente tecnologici – propone la docente – bensì nuovi modi di gestire gli investimenti per la città. Alcuni studi riferiscono di un rapporto parametrico 1 a 6: costa 6 euro la riparazione di un danno causato da evento climatico, rispetto a un euro speso per investimenti di protezione dal rischio. C’è quindi una diseconomia che produciamo quando non lo facciamo». E infine sottolinea «Comprendo la paura dei cittadini data dall’irruenza di tali eventi, quando accadono, ma non sono utili le approssimazioni o le speculazioni sulle responsabilità, il governo del territorio è, oggi più che, mai affidato, come in passato, alle attenzioni e scelte delle amministrazioni ma anche alla consapevolezza dei cambiamenti in atto da parte dei cittadini, alla memoria sulle vicende che hanno interessato negli anni la nostra città. Io credo che la periferia sud, come tante aree urbane, sia oggi il risultato di scelte stratificate da almeno 20 anni e figlie più di piani di fabbricazione, deroghe e concessioni oltre qualsiasi pianificazione e per un piano regolatore degli anni 70 dove, sottolineo, delle periferie si diceva quasi niente. Occorre intervenire con un approccio nuovo e ho fiducia che siano le nuove giovani generazioni, ovunque saranno chiamate a rispondere, a realizzare in modo differente il loro diritto ad una città più sicura e resiliente, senza troppe scuse e accuse, capiranno che occorre agire con competenza e coscienza. Con loro lavoro per questo, per il mestiere che svolgo e per la fragilità di un territorio che mi chiama a curarlo con il contributo di studiosa e cittadina».

A sinistra la Nava al lavoro insieme ad una studentessa