domenica,Settembre 20 2020

L’impareggiabile bellezza dell’essere uno “sbirro” di razza

I poliziotti che hanno sventato il colpo al centro commerciale "Le Ninfee" riaccendono quel romanticismo legato al vecchio modo di essere investigatori fatto di fiuto e intuito

L’impareggiabile bellezza dell’essere uno “sbirro” di razza

Ad una manciata di giorni dall’inizio del 2020 – come corre veloce questo tempo! – succede che a Reggio Calabria arrivi la notizia di una rapina sventata ad un furgone portavalori. Fin qui nulla di strano. Subito pensi ad un colpo di fortuna o ad una soffiata di qualche gola profonda. Invece no. Man mano che le notizie iniziano a farsi più chiare, scopri che, dietro quel colpo fallito, che quasi certamente si sarebbe potuto trasformare in un momento ad altissimo rischio di spargimento di sangue, non c’è alcuna casualità né confidenza. C’è solo l’impareggiabile bellezza dell’essere “sbirro”, termine che intendiamo nella sua accezione più vera e quindi positiva. Nell’accezione di chi nasce per svolgere un lavoro che non è per tutti. La intendiamo come innata capacità di fiutare qualcosa che non va e comunicarlo tempestivamente. 

Diciamolo francamente: con il trascorrere degli anni ed l’avanzamento delle tecnologie, anche gli investigatori di razza hanno dovuto spesso adeguarsi a rimanere per ore attaccati alle cuffie o davanti ad un computer per analizzare il materiale tirato fuori da un trojan iniettato su uno smartphone. E pazienza se i quartieri non sono conosciuti proprio come succedeva quarant’anni fa. Il rovescio della medaglia, infatti, racconta di forze dell’ordine sempre più pronte ad affrontare le nuove sfide che richiedono competenze tecnologiche avanzate. 

Purtuttavia, la notizia che una rapina, ben orchestrata e con personaggi armati fino ai denti, sia saltata grazie al fiuto di due poliziotti che passavano di lì per puro caso, riaccende quella fiamma romantica che il lavoro dell’investigatore ha sempre avuto. Se vogliamo, riconcilia con quel modo d’intendere la vita che è del tutto peculiare. Perché non sono stati solo i cinturoni mancanti o i gradi non presenti a destare l’attenzione dei poliziotti. No, loro hanno notato che la cravatta non era messa così come un buon poliziotto farebbe. Ma soprattutto hanno capito che il saluto di quelle persone in divisa non poteva essere certo quello di colleghi. E per questo non servono corsi di preparazione, non servono tecnologie, né aggiornamenti. Serve il fiuto. Serve, appunto, essere “sbirri”. 

Solo chi non conosce quei luoghi può ignorare quanto sia stato complicato notare i particolari in pochissimi secondi. Perché il viale Calabria è una zona che, dalle 8 del mattino, pullula di gente. Fra centri commerciali, uffici, esercizi commerciali ed abitazioni, sono centinaia al secondo le persone che attraversano la strada o transitano in auto. Ma i due poliziotti della scorta – evidentemente allenati non poco a scorgere qualsiasi potenziale pericolo – pur passando per pochi istanti hanno capito ed agito. 

È una bella notizia quella che ci raccontano il questore di Reggio, Maurizio Vallone, ed il Procuratore Giovanni Bombardieri. Non solo per gli arresti, che dimostrano una capacità non comune da parte della Squadra mobile e del suo capo, Francesco Rattà, di risolvere casi anche complessi. La notizia davvero positiva è quella che ci riconsegna l’immagine di un poliziotto che ha fiuto e intuito. Che osserva con attenzione, collega ed elabora tutto in una frazione di secondo. 

Il magistrato che può contare sui due agenti di scorta potrà esserne felice: è in mani più che sicure. Noi, invece, siamo rincuorati dall’aver saputo che, ancora oggi, sulle nostre strade circolano “sbirri” di razza, pronti a vegliare sulla sicurezza della collettività.