martedì,Dicembre 1 2020

Nino Candido, due mesi dopo: quella ferita collettiva che diventa segno di speranza

Anche il presidente Mattarella ha ricordato il sacrificio del vigile del fuoco reggino rimasto ucciso ad Alessandria. Il suo sorriso diventa eredità perpetua. Oggi una messa in sua memoria

Nino Candido, due mesi dopo: quella ferita collettiva che diventa segno di speranza

Una ferita aperta, che sanguina ancora, dopo due mesi. Tutto questo tempo è passato eppure è forte ancora il dolore per la morte di Nino Candido e dei suoi due colleghi, i vigili del fuoco Matteo Gastaldo e Marco Triches, ad Alessandria, nel rogo di una cascina, provocato dall’ingordigia umana il 5 novembre 2019. Nel ricordo di Nino, una messa sarà celebrata nel pomeriggio alle 18, a Reggio Calabria, nel santuario di San Paolo alla Rotonda.

Ma il sacrificio dei tre pompieri non è stato un mero fatto di cronaca, è stato un episodio che ha segnato fortemente l’inconscio collettivo di tutta una nazione. Sembra quasi che la morte di Nino, Marco e Matteo sia riuscita a far aprire gli occhi sulla dura realtà che ogni giorno vivono i vigili del fuoco: vita a repentaglio ogni giorno e poche tutele per un lavoro che, invece, ogni giorni contribuisce a salvarne tante di persone. A testimonianza di ciò, ci sono le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pronunciate nel discorso di fine anno, un momento significativo in cui, una delle massime cariche dello Stato, che fa il punto sulla situazione del Paese. «Due mesi fa vicino Alessandria, tre Vigili del Fuoco sono rimasti vittime dell’esplosione di una cascina, provocata per truffare l’assicurazione – ha spiegato il presidente – nel ricordare, per loro e per tutte le vittime del dovere, che il dolore dei familiari, dei colleghi, di tutto il Paese non può estinguersi, vorrei sottolineare che quell’evento sembra offrire degli italiani due diverse immagini che si confrontano: l’una nobile, l’altra che non voglio neppure definire. Ma l’Italia vera è una sola: è quella dell’altruismo e del dovere».

E non è un’esagerazione pensare che la perdita di Nino sia stata vissuta come un evento collettivo che ha pesato nelle pagine della storia della città dello Stretto. Perché il giovane vigile del fuoco ce l’aveva fatta: con il suo volto da ragazzo sveglio ed in gamba il suo sogno l’aveva realizzato. Voleva fare il pompiere e c’era riuscito. Il sacrificio, il suo primo sacrificio, era stato lasciare l’amata Reggio, ma ad Alessandria la sua vita si era completata col matrimonio e col lavoro. Ogni tessera del puzzle sembrava essere andata al suo posto. Ma il destino per lui aveva altri progetti. Un sacrificio molto più grande all’orizzonte. Nino è il sogno realizzato che s’infrange. O forse no.

Quella di Nino è la ferita di tutti. Di chi lo conosceva a Reggio, degli amici, di chi l’aveva visto coltivare i suoi interessi e perseguirli con tutta la speranza. E di chi invece, il suo sorriso ha imparato a conoscerlo dopo, quando tutto si era compiuto. Rappresenta la ferita di tutti Nino: può essere un fratello, un figlio, un nipote. Per questo il dolore per la sua morte, non è solo della moglie, della sua mamma, del papà o della sorella. Ma è un fardello che portiamo in spalla tutti, come hanno fatto i suoi colleghi nel giorno dei funerali. Ma, contrariamente a quanto si pensa, non è un pesante fardello di morte: è la luce della speranza che alla fine di tutto, quello che chiamiamo bene possa avere la meglio, ed il sacrificio di Nino, esempio per tutti, non sia rimasto un gesto vuoto.