venerdì,Ottobre 30 2020

Immigrati minori trattati come pecore. Le indagini del pool di Gratteri e del Ros

L’informativa depositata all’udienza preliminare del maxiprocesso Rinascita Scott. L’allucinante odissea di 34 ragazzini non accompagnati sbarcati a Reggio Calabria. Le clamorose falle del sistema d’accoglienza, così la ‘ndrangheta lucra

Immigrati minori trattati come pecore. Le indagini del pool di Gratteri e del Ros

Alla Regione, ha sentenziato la Corte dei Conti il 18 dicembre del 2019, dovranno risarcire più di 837.000 euro. Coppia nella vita e negli affari, Edmundas Jakimonis e Angela Rizzo, lui lituano e lei di Savelli (Crotone), erano stati denunciati dalla Guardia di finanza, assieme alla loro associazione Opus Onlus, e citati in giudizio dalla Procura generale per la «indebita percezione di contributi, finalizzati all’incremento dell’occupazione, per la realizzazione di percorsi di istruzione e formazione al fine di promuovere azioni di prevenzione, contrasto e recupero degli insuccessi e della dispersione scolastica, che derivano per lo più da condizioni di disagio sociale».

I coniugi, peraltro, era già stati coinvolti nella torbida vicenda relativa ai maltrattamenti nella casa famiglia San Francesco e Santa Maria a Cantorato di Crotone, gestita sempre dalla loro Opus Onlus. «La casa famiglia degli orrori» titolavano i giornali nel 2016, quando scattò il blitz delle Fiamme gialle coordinato dalla Procura pitagorica.

Le indagini di Dda e Ros

Oggi le attività della coppia finiscono sotto i riflettori della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che, nell’ambito delle attività integrative di indagine delegate al Ros del capoluogo di regione e già depositate nell’udienza preliminare del maxiprocesso Rinascita Scott, ha acquisito un corposo carteggio che alimenta i sospetti sugli interessi della criminalità organizzata in materia di immigrazione e, soprattutto, di gestione dei minori non accompagnati.

E la ricostruzione che opera il maggiore del Ros Giovanni Migliavacca, nella nota informativa depositata agli atti del procedimento avviato nell’aula bunker di Rebibbia, apre una marea d’interrogativi su quello che è stato e, probabilmente, ancora è il mondo sommerso dell’accoglienza, soprattutto in Calabria.

Quell’hotel pizzeria di Joppolo

Al Ros il pool di Nicola Gratteri chiede di far luce su ciò che avvenne tra il 2014 e il 2015 a Joppolo, in provincia di Vibo Valentia, epicentro di un anomalo giro di immigrati minori non accompagnati sbarcati in Calabria. La struttura sulla quale si accendono i riflettori è il Summer Time, un hotel-pizzeria che – dai documenti acquisiti dalla Prefettura di Vibo Valentia – risultava privo di «titolo autorizzativo in materia di gestione dei migranti ovvero di accoglienza di minori non accompagnati».

La pizzeria riconvertita in centro di accoglienza e priva di autorizzazione era stata gestita, appunto, dalla Opus Onlus della coppia Jakimonis-Rizzo che, premettiamo, non è indagata. Ma quanto avveniva in quella struttura non sarebbe passato inosservato alle autorità: sia la Prefettura che la Questura di Vibo Valentia, infatti, avviarono una serie di verifiche e, in particolare i poliziotti dell’Anticrimine, rilevarono – in una nota dell’allora dirigente Giovanni Gigliotti – «gravissime inadempienze nella gestione dei minori».

Il Summer Time e Rinascita Scott

Ma che c’entra il Summer Time con Rinascita Scott? Sono due le figure coinvolte nella colossale indagine della Dda di Catanzaro a portare Gratteri e i suoi al Summer Time. La prima è quella di Francesco Stilo, il penalista vibonese finito in arresto nella maxiretata di dicembre per i suoi rapporti con i boss del Vibonese, già legale della Opus Onlus. L’altra è Vincenzo Spasari, uno dei presunti faccendieri del superboss Luigi Mancuso, a cui viene attribuita la «regia» di una serie di trasferimenti di minori non accompagnati dallo Sprar di Camini, nelle Locride, alla struttura di Joppolo che, come vedremo, sarà l’inizio di una inconcepibile odissea.

Mafia, sospetti e transumanze

L’influenza dello stesso Spasari su questo sospetto centro d’accoglienza sarebbe stata ben più rilevante, benché nascosta, almeno secondo quando riferisce il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, per il quale le assunzioni sarebbero state tutte più o meno condizionate dal suo clan. «Posso riferire che gli Spasari giravano i soldi come volevano, a tanti giravano 300 euro, ad altri 600 euro». I volontari, invece, venivano retribuiti con «400 euro mensili, che non bastavano nemmeno per coprire i costi della benzina per il viaggio». Aggiungeva una postilla interessante, Mancuso: «Ci fu una sorta di bancarotta con la donna che formalmente si occupava della gestione della struttura che se ne andò senza pagare i dipendenti».

La donna era, appunto, Angela Rizzo? La domanda che, però, adesso si pone la Dda di Catanzaro è la seguente: se quella struttura non era autorizzata, come faceva ad accogliere i migranti e ad avere quel giro di denaro?

Ed eccoci agli ultimi sviluppi che scaturiscono dall’analisi dei documenti che il prefetto di Vibo Valentia Francesco Zito ha messo a disposizione del Ros. Eccoci a quella disinvolta transumanza di minori non accompagnati, trattati come un gregge anziché come ragazzini fragili e bisognosi d’aiuto, che si sarebbe consumata in Calabria tra l’autunno del 2014 e la primavera 2015, tra il Reggino e il Vibonese.

I “gestori” dell’accoglienza

La ricostruzione di questa vicenda inizia con due comunicazioni pervenute alla prefettura di Vibo Valentia. La prima è del 3 ottobre 2014 ed è di Angela Rizzo, la cui associazione, ovvero la Opus Onlus, si diceva «lieta di ospitare» al Summer Time di Joppolo «120 stranieri»; spiegava pure che la stessa associazione operava già a Cirò Marina nella struttura Sant’Antonio, ospitando 150 stranieri. La seconda comunicazione, del 13 novembre 2014, è invece di Aniello Esposito, imprenditore napoletano già coinvolto in un’altra maxioperazione della Dda di Catanzaro, Stige: Esposito diceva di essere lui, e solo lui, il responsabile unico della Sant’Antonio.

Un mese dopo, il 15 dicembre, la Rizzo comunicava una circostanza che appariva quasi surreale: ovvero il trasferimento di un gruppo di minori non accompagnati dal Summer Time all’Hotel Solari di Briatico. E qui iniziano ad affastellarsi le domande: com’è stato possibile che strutture non autorizzate abbiano ospitati degli immigrati, per giunta minori non accompagnati, senza che la Prefettura del territorio ne fosse informata? Come ci sono arrivati? Autorizzati da chi?

Un incredibile trasferimento

Alla Prefettura di Vibo Valentia scattava subito l’allarme dopo il quale partiva una serie di verifiche. Nel frattempo, però, s’era data da fare anche la Questura che scopriva come al Summer Time fossero stati ospitati ben 34 minori, dei quali 21 provenienti dallo Sprar di Camini, poi trasferiti al Solari di Briatico. Tutti i ragazzini – secondo una nota trasmessa dal Comune di Briatico alla Prefettura di Vibo Valentia – sarebbero stati reduci da uno sbarco avvenuto a Reggio Calabria e «nell’occasione affidati – così, testualmente, agli atti di Rinascita Scott – ad un autista (del quale vengono indicate le generalità complete, ndr) per essere portati a Joppolo».

Ma com’è stato possibile? Secondo quanto avrebbe ricostruito la Prefettura di Vibo, Angela Rizzo avrebbe presentato «una qualche richiesta di autorizzazione alla Regione Calabria» per la Sant’Antonio di Cirò Marina (quella la cui titolarità era dell’imprenditore poi coinvolto nella maxioperazione Stige e che rimarcava la sua distanza dall’omonima associazione operante nel Vibonese), che era stata «temporaneamente autorizzata» (e l’autorizzazione fu concessa dal dirigente regionale Vincenzo Caserta, lo stesso già coinvolto in un’altra inchiesta della Dda di Catanzaro, ovvero Robin Hood) ma i minori furono poi incredibilmente condotti prima a Joppolo e poi a Briatico.

Trasferiti come pacchi

La situazione, però, da surreale divenne incredibile quando il 10 gennaio, come da comunicazione inoltrata alla Questura di Vibo dall’avvocato Francesco Stilo nell’interesse della Opus Onlus, si completava il trasferimento di 32 dei 34 minori, ospitati prima a Joppolo e poi a Briatico, a Ricadi, Hotel Eolo, anche questo – manco a dirlo – privo di autorizzazione ad ospitare migranti. La Questura di Vibo andava a Ricadi, controllava, intervistava i ragazzini e li trovava – scrive il maggiore del Ros Giovanni Migliavacca – in «situazione di abbandono morale, fisico ed educativo oltre che psicologico». La Polizia, a quel punto, interveniva drasticamente affidando i minori all’Asp che ne disponeva il trasferimento d’urgenza al centro di accoglienza Il sole che splende di Drapia. Però ecco l’ennesimo colpo di scena di una ricostruzione disarmante: i ragazzi da Drapia venivano trasferiti, ancora una volta senza autorizzazione e senza una preventiva informazione agli organi competenti, a Villa Scarcia, tra Vibo, Ionadi e San Gregorio d’Ippona «anch’essa non autorizzata dalla Regione Calabria». Tutto questo fino al 13 maggio quando era la Questura a monitorare un ulteriore, ennesimo, trasferimento dei minori all’alloggio La Fenice di Drapia, questo invece autorizzato e necessario, mentre la Prefettura di Vibo inviava un corposo esposto alla Procura dei minori di Reggio Calabria utile a riepilogare l’intera vicenda.

Accoglienza, delirio di un sistema

Vitto, alloggio, trasferimenti… Ma chi ha pagato? Come è stato gestito il flusso di denaro nel delirio della gestione dei migranti minori non accompagnati approdati in Calabria e trattati come pacchi? C’è l’ombra della ‘ndrangheta, sì, ma anche l’insostenibile leggerezza di qualcuno che – ‘ndrangheta o meno – non si sarebbe fatto scrupolo di lucrare sulla pelle di ragazzini fragili, impauriti, sopravvissuti ad un’allucinante odissea, sfruttando le clamorose falle del sistema dell’accoglienza. Falle sulle quali anche la Dda di Catanzaro e l’élite dell’Arma hanno acceso i riflettori.