mercoledì,Dicembre 2 2020

«Un lucido piano di morte», la sentenza che condanna l’uomo che bruciò l’ex moglie

Il suo legale ha invocato l'infermità mentale. Ma per il giudice, quello di Ciro Russo, era un progetto teso a cancellare fisicamente la «responsabile del suo fallimento personale e familiare»

«Un lucido piano di morte», la sentenza che condanna l’uomo che bruciò l’ex moglie

Quando ha tentato di bruciare viva Maria Antonietta Rositani, il suo ex marito Ciro Russo era lucido, cosciente e determinato nel progetto di uccidere. Sono queste le motivazioni per cui il gup Valerio Trovato nel luglio scorso ha condannato l’uomo a 18 anni di carcere al termine del processo con rito abbreviato. «Russo – scrive – accecato dalla vendetta nei confronti della moglie, ritenuta responsabile del proprio fallimento personale e familiare, ha dimostrato la coscienza e la volontà di cagionare la morte della Rositani». E sono diversi gli elementi che lo dimostrano in maniera inoppugnabile.

L’involontaria confessione di Ciro russo

Lo si desume – si legge in sentenza – «dalle modalità della condotta, dalla portata offensiva del mezzo utilizzato, che con certezza o con alta probabilità avrebbe condotto alla morte della p.o., dalla programmazione del delitto e dalla pervicacia nel perseguire il fine avuto di mira, cercando la vittima, inseguendola per le vie della città, raggiungendola, speronandola e cospargendola di liquido infiammabile, portato a combustione, dopo aver urlato nei suoi confronti “muori”». Quel 13 marzo, giorno in cui i giudici avrebbero dovuto decidere sulla decadenza della sua potestà genitoriale, Ciro Russo non è evaso dai domiciliari senza un progetto o un piano. È evaso per uccidere e nel modo più doloroso possibile l’ex compagna. Lo ha affermato lui stesso mentre le versava addosso i litri di benzina che si era procurato ad un distributore automatico appena arrivato a Reggio. «L’intento di dare fuoco alla vittima, cosparsa di benzina, è stato, quindi, violentemente manifestato dal Russo con una precisa minaccia, proferita contestualmente allo spargimento del liquido infiammabile».

Con buona pace delle argomentazioni del suo legale, che ha invocato l’infermità mentale per il suo assistito, quello dell’uomo – emerge dalla sentenza – era un progetto di morte pianificato in dettaglio