martedì,Gennaio 26 2021

Coronavirus e detenuti, Siviglia: «Garantito il diritto alla salute, ma c’è tensione»

Un anno delicato dedicato ad affrontare una doppia emergenza tenuta sotto controllo grazie all'abnegazione di quanti lavorano all'interno dei penitenziari. Parla il garante regionale

Coronavirus e detenuti, Siviglia: «Garantito il diritto alla salute, ma c’è tensione»

L’emergenza coronavirus ha colpito anche chi vive già una condizione di isolamento. Stiamo parlando dei detenuti. E proprio nelle scorse ore il garante regionale dei detenuti ha illustrato nella sua relazione annuale difficoltà, limiti, assenze e responsabilità. Ma con lui abbiamo voluto approfondire anche dinamiche più delicate, aspetti organizzativi ma anche psicologici nella gestione di un’emergenza nell’emergenza.

Un anno delicato quello che l’ha vista in prima linea ad affrontare l’emergenza Covid dentro le mura dei penitenziari. Come è andato questo anno?

«Tutta l’attività programmata è stata totalmente stravolta dall’emergenza sanitaria, quindi, la priorità è diventata quella di garantire il diritto fondamentale della salute alle persone detenute. Ma devo dire che in Calabria, nonostante tutto, grazie all’alto senso di responsabilità dei detenuti, dei familiari, del personale in servizio anche sanitario e degli educatori, si è riusciti ad affrontare la situazione tenendola sotto controllo per tutto il periodo della prima ondata ma anche ora durate la seconda ondata. Infatti non si sono verificati contagi di nessun tipo nella popolazione detenuta. Solo due episodi di recente si sono verificati ma riguardavano due persone provenienti dalla libertà, una a Rossano e una a Crotone, che sono stati tempestivamente isolati senza nessuna possibilità di diffondere il contagio all’interno degli istituti penitenziari. Il quadro è evidentemente complesso perché una diffusione del virus all’interno di un carcere sarebbe drammatico, però, non bisogna fare allarmismi perché al momento è tutto nella norma e io come garante continuo costantemente a seguire e monitorare la situazione».

Considerando le limitazioni imposte, sta guardando a una programmazione futura post emergenza?

«Il futuro in questo momento è inedito tanto fuori quanto dentro gli istituti penitenziari. La pandemia ha neutralizzato tutte le attività trattamentali, educative, pedagogiche e anche scolastiche. Basti pensare che non è stato possibile garantire, se non per qualche sparuta eccezione, la didattica a distanza per i detenuti, gli stessi volontari che operano all’interno del carcere non hanno più avuto accesso, tutto è stato interrotto. Quindi, è evidente che il carcere ancora una volta è stato ancor di più escluso dal resto della società. Tuttavia, dei risultati importati son stati ottenuti, anche purtroppo grazie alla pandemia, penso alla copertura infermieristica 24 ore su 24 ottenuta su mio intervento ad Arghillà, all’avvio dei lavori dell’osservatorio per i lavori della sanità penitenziaria in Calabria fermi da 11 anni. Quindi, se per un verso la garanzia di un’assistenza sanitaria ha fagocitato gli altri programmi e progetti dall’altro ha consentito le garanzie a livello sanitario. Il futuro, dicevo, è inedito e questo ci porta a dover trovare soluzioni altrettanto inedite e tempestive per questo non bisogna smettere di programmare ed è evidente che come garante appena sarà possibile spingerò per la ripresa delle attività trattamentali, soprattutto, con riferimento alla funzione rieducativa della pena ancor di più in contesti di criminalità organizzata e dell’inserimento socio-lavorativo delle persone che hanno delinquito».

Guardando invece ad un aspetto più psicologico, come hanno reagito i detenuti a tutte queste restrizioni? Ci sono state manifestazioni di disagio?

«Assolutamente sì. Le ripercussioni di natura psicologica che si sono verificate anche fuori per tutti quanti noi, in carcere, in un sistema chiuso sono evidentemente esasperate. Per questo esiste una situazione di tensione sia fra la popolazione detenuta ma anche tra gli agenti di polizia penitenziari, i medici, i sanitari e quanti operano all’interno degli istituti perché appunto si rischia un burnout da un punto di vista lavorativo, siamo sempre con la cronica assenza di personale, la popolazione detenuta nonostante l’alleggerimento il sovraffollamento è sempre consistente, bisogna trovare gli spazi per isolare eventuali possibilità di contagio, l’assenza di rapporti con i familiari e quindi la mancanza di affettività esaspera ancora di più questa situazione di isolamento. In questa grande complessità viene fuori la soggettività di ogni singolo per questo ribadisco che in Calabria non si è verificato alcun episodio di violenza e di questo va dato merito dei detenuti e dei familiari ma anche all’abnegazione di quanti lavorano all’interno del carcere».