lunedì,Giugno 27 2022

Un attentato con il bazooka come ritorsione dopo le condanne alla cosca Crea

È l’ipotesi della Dda di Reggio Calabria che contesta a Vincenzo Larosa la detenzione della micidiale arma da guerra. Si voleva uccidere per ritorsione contro le condanne emesse in Appello. Sullo sfondo l’omicidio di Marcello Bruzzese

Un attentato con il bazooka come ritorsione dopo le condanne alla cosca Crea

Un bazooka da utilizzare per un attentato contro coloro che erano ritenuti responsabili della sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello nel dicembre scorso e che portò alla condanna dei vertici della cosca Crea di Rizziconi. Attentato che però non si verificò.

È questa l’ipotesi accusatoria mossa dai pubblici ministeri della Dda di Reggio Calabria e contenuta nel decreto di fermo d’indiziato di delitto eseguito questa notte dai carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria. La firma è del procuratore capo Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Calogero Gaetano Paci e del sostituto procuratore Francesco Ponzetta.

Secondo quanto ricostruito dai magistrati – il provvedimento, è bene ricordarlo, deve ancora passare dal vaglio del gip in sede di convalida – Vincenzo Larosa, ritenuto uomo di assoluta fiducia prima del boss Teodoro Crea (cl. ’39) e poi di Domenico Crea (cl. ’82), avrebbe detenuto un bazooka, qualificato come arma da guerra. L’obiettivo, stando alle emergenze dell’inchiesta, sarebbe stato quello di commettere un attentato con i soggetti che la cosca riteneva essere i responsabili delle condanne emesse dai giudici d’appello nel dicembre 2020 ed in particolare contro Teodoro Crea (cl. ’39), Giuseppe Crea (cl. ’78) e Antinio Crea (cl. ’63).

Il processo “Deus”

La sentenza della Corte, infatti, era stata molto dura, andando a riformare profondamente quanto deciso dai giudici del Tribunale di Palmi. Una decisione che aveva completamente ribaltato alcune posizioni, tornando a dare grande valore alle dichiarazioni di un testimone di giustizia come l’ex sindaco di Rizziconi, Antonino Bartuccio, sotto scorta ormai da tempo.

Nel dicembre dello scorso anno, i giudici di piazza Castello confermarono la condanna a 20 anni di reclusione per il boss Teodoro Crea. Nei confronti di suo figlio Giuseppe venne decisa una condanna a 17 anni di reclusione, mentre a Domenico Crea (assolto in primo grado) fu inflitta una pena pari a 12 anni di carcere. Nove, invece, gli anni inflitti a Domenico Russo, al quale il Tribunale di Palmi aveva dato una pena di 3 anni.

L’indagine “Deus”

L’indagine venne condotta dalla Squadra mobile di Reggio Calabria, partendo proprio dalle dichiarazioni di Bartuccio. Secondo quanto emerso dall’inchiesta, l’allora sindaco si era opposto, tramite circostanziate denunce, allo strapotere criminale della cosca Crea che esercitava una vera e propria “signoria” sul territorio, non solo nelle tipiche attività criminali, ma anche con un condizionamento totale della vita pubblica.

La genesi: l’omicidio di Marcello Bruzzese

L’inchiesta odierna prende le mosse dall’indagine aperta dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona sull’omicidio di Marcello Bruzzese, ucciso a Pesaro nel giorno di Natale del 2018. Bruzzese era il fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Biagio Bruzzese, figlio dell’ex storico braccio destro del boss Teodoro Crea, morto in un agguato nel 1995 a Rizziconi. Da rimarcare come i rapporti tra Girolamo Bruzzese e Teodoro Crea non furono mai idilliaci. Il primo, benché avesse ereditato la leadership del padre, ebbe forti frizioni con Crea, arrivando addirittura a tentare di ucciderlo, sparandogli alla testa. Poi andò a costituirsi in caserma, certo di averlo ammazzato, ma il boss, in realtà, si riprese nonostante le gravi ferite. Un omicidio che venne vendicato nel 2004 con l’omicidio a Cittanova di Giuseppe Femia, suocero di Bruzzese, il quale, nel frattempo aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni furono determinanti in diversi processi contro gli esponenti della cosca Crea.

Le accuse a Vincenzo Larosa

Tornando all’indagine odierna, i pubblici ministeri contestato a Vincenzo Larosa il ruolo di partecipe della cosca Crea, quale soggetto di assoluta fiducia prima di Teodoro Crea e poi di Domenico. Nello specifico, Larosa, in passato, avrebbe predisposto un bunker dove far passare la latitanza sia a Teodoro Crea che a Girolamo Bruzzese. Avrebbe poi partecipato, nel 2021, ad una riunione con altri appartenenti alla ‘Ndrangheta, tra cui l’esponente della cosca Piromalli, Teodoro Mazzaffero (cl. ’38). Poi, oltre ad aver organizzato un attentato omicidiario da compiere nell’interesse di Domenico Crea (cl. ’82), reperendo le armi e reclutando chi potesse compierlo – anche in ritorsione alla sentenza di cui sopra – avrebbe richiesto l’intervento di Michelangelo Tripodi per aiutare il figlio di Giuseppe Crea (cl. ’78) a dirimere un contrasto con i cugini per evitare uno scontro violento.

Le accuse a Michelangelo Tripodi

Nei riguardi di Michelangelo Tripodi, invece, egli viene ritenuto soggetto di fiducia di Domenico Crea. Avrebbe preso parte all’organizzazione ed all’esecuzione di più attentati omicidiari nell’interesse di Domenico Crea, sempre con riferimento alla sentenza di cui sopra; avrebbe poi procurato a Domenico Crea documenti falsi da utilizzare durante la latitanza e sarebbe intervenuto per assistere il figlio di Giuseppe Crea in un contrasto con i cugini. In generale, sarebbe stato a disposizione degli interessi del gruppo mafioso dei Crea.

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