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Reggio, 13 anni fa la bomba in Procura generale che cambiò la storia della città

Era il 3 gennaio 2010 quando un ordigno esplose davanti alla Procura generale, provocando un’escalation di attentati, intimidazioni e veleni. Ma la città sembra aver già dimenticato

Reggio, 13 anni fa la bomba in Procura generale che cambiò la storia della città

L’orologio segna le 4.50 del 3 gennaio. Reggio Calabria riposa ancora dopo i festeggiamenti per il Capodanno 2010, l’ultimo del primo decennio 2000. All’improvviso, un bagliore. Poi la deflagrazione. Un boato viene udito nettamente in tutto il centro della città ed anche nelle zone immediatamente vicine. Passano solo pochi minuti e il silenzio del mattino viene rotto nuovamente dal suono delle sirene. Sono tante, tantissime. E tutte diverse. I primi ad accorrere sul posto sono i carabinieri del nucleo radiomobile. Seguirà la Polizia di Stato, poi i vigili del fuoco.

I militari che giungono in via Cimino stentano a credere ai loro occhi: ad essere preso di mira non è un edificio qualunque, ma quello che ospita la sede della Procura generale di Reggio Calabria, il massimo livello degli uffici requirenti reggini.
Il portone d’ingresso è seriamente danneggiato. La zona viene immediatamente transennata con il classico nastro bianco e rosso da scena del crimine. Le indagini vengono affidate al personale della sezione investigazioni scientifiche. C’è da comprendere cosa sia quell’ordigno ad alto potenziale piazzato davanti al portone della Procura e repertare tutte le tracce più significative. Ma, ancor prima, bisogna visionare le telecamere di sorveglianza.

Le prime indagini

Sono proprio i dispositivi di controllo ad offrire una prima importante pista: gli attentatori sono in due e giungono a bordo di uno scooter. Hanno una bombola del gas, alla cui sommità viene posto dell’esplosivo. È questo l’ordigno ad alto potenziale utilizzato. Una deflagrazione resa pericolosissima dalla presenza di quella bombola, le cui schegge avrebbero potuto provocare danni molto seri alle persone. Le telecamere riprendono tutta la scena: l’innesco, la fuga dei due malviventi e la successiva l’esplosione. C’è del materiale su cui lavorare.

La reazione delle istituzioni e della città

La città rimane attonita. Ma riesce anche a scuotersi. Memorabile la marcia organizzata da un movimento spontaneo nato proprio la sera del 3 gennaio 2010: ReggioNonTace. È la prima volta che Reggio reagisce così dinanzi alla tracotanza mafiosa.
Quanto accaduto, però, arriva subito sui tavoli delle più alte istituzioni dello Stato. L’attento alla Procura generale diviene ben presto un atto diretto contro il procuratore generale Salvatore Di Landro, giunto da pochi mesi alla guida di quell’ufficio. C’è la reazione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (che programma una visita in città), del presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi (che convoca un CdM straordinario in riva allo Stretto). E poi a seguire anche i ministri Maroni e Alfano che arrivano a Reggio Calabria. In pochi giorni, la Calabria torna prepotentemente sulle prime pagine dei giornali nazionali. Ancora una volta per gravissimi fatti di cronaca.

L’escalation di atti intimidatori

Ma quella bomba non è che solo l’inizio di un periodo di ulteriori tensioni e veleni. Il 21 gennaio successivo, proprio nel giorno della visita del Capo dello Stato, viene fatta ritrovare una Fiat Marea con a bordo un vero e proprio arsenale lungo il tragitto previsto dal corteo presidenziale. La tensione in riva allo Stretto è altissima. C’è chi pensa che la ‘Ndrangheta stia preparando qualcosa di davvero tremendo. In realtà, si scoprirà, tempo dopo, che non è altro che una messinscena orchestrata dalle cosche locali, alle prese con contrasti interni.
Dopo cinque giorni, tuttavia, arriva una prima lettera minatoria all’allora sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo (ne seguirà una seconda il 18 maggio dello stesso anno). Il 7 marzo è il turno del sostituto procuratore Dda, Antonio De Bernardo. Anche per lui missiva con proiettili e minacce. Una settimana dopo, è la volta del procuratore capo di Reggio, Giuseppe Pignatone.

L’attentato sotto casa del procuratore Di Landro

Si arriva così al 26 agosto 2010. Sono circa le due della notte, quando un’altra deflagrazione scuote la città. Questa volta il tritolo viene piazzato davanti al portone d’ingresso dell’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro. Nessun dubbio, dunque, sull’obiettivo degli attentatori: è un attacco diretto al vertice degli uffici giudiziari requirenti.

Il bazooka al Cedir

Passano solo pochi mesi e, il 5 ottobre 2010, un bazooka viene fatto ritrovare, dopo una telefonata anonima, su un terrapieno che “guarda” al Cedir, sede degli uffici giudiziari reggini e, nello specifico, anche dalla Procura della Repubblica. Il destinatario, anche in questo caso, ha nome e cognome: Giuseppe Pignatone. Il messaggio è altrettanto chiaro: «Possiamo colpire quando vogliamo».

La prima pista investigativa

Pochi giorni prima del ritrovamento del bazooka, la Dda di Catanzaro – competente per i reati contro i magistrati reggini – emette quattro avvisi di garanzia nei confronti di alcuni soggetti ritenuti vicini alla cosca Serraino. Sono loro gli indagati per la bomba del 3 gennaio 2010. Secondo tale tesi, la bomba sarebbe stata susseguente a una decisione assunta dal procuratore generale Di Landro, in un processo che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e in cui c’è imputato un personaggio ritenuto vicino ai Serraino. Un processo delicatissimo e per il quale Di Landro ha assunto, poche settimane prima, decisioni molto dure.

Il pentimento di Lo Giudice

Ma il 15 ottobre 2010 tutto cambia. L’indagine “Epilogo” evapora e viene archiviata di fronte a quello che è il pentimento più devastante degli ultimi anni a Reggio Calabria. Il boss Nino Lo Giudice decide di saltare il fosso e raccontare tutte le sue verità ai magistrati. Ed esordisce così: «Sono stato io a mettere la bomba in procura generale e quella a casa del procuratore Di Landro e a posizionare il bazooka di fronte al Cedir». Lo Giudice parla, anche perché sa che suo cugino Consolato Villani sta vuotando il sacco. Non ha più niente da perdere ed inizia a spiegare le ragioni di quegli attentati.
Alla base ci sarebbe stata l’aggressione, da parte dello Stato, ai beni di famiglia, nonché l’arresto del fratello Luciano. Lo Giudice, insomma, si sarebbe aspettato “protezione” da alcuni pezzi dello Stato. Protezione che, evidentemente, non ebbe.

Da quel momento, cambia per sempre la storia giudiziaria di Reggio Calabria e di molti magistrati reggini. Anche perché da quella bomba del 3 gennaio, Lo Giudice prosegue accusando. Poi ritratta. Poi sparisce per un periodo lungo e viene nuovamente ritrovato e arrestato. Scrive dei memoriali, accusa ancora.
Reggio Calabria vive una stagione di veleni e tensioni, la cui genesi risale proprio alla notte di 13 anni fa, quando una bombola del gas con un panetto d’esplosivo fece scoppiare molto più che un semplice portone, cambiando per sempre il corso degli eventi e le vite dei protagonisti di quei fatti. Una bomba che, però, la città sembra aver già dimenticato per sempre.

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