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Capo Spartivento e il mistero della nave Rigel, inabissatasi il 21 settembre 1987 con il suo “carico” di segreti

Nel tratto reggino del mare Ionio, si inabissava un'imbarcazione al centro di indagini sullo smaltimento illecito di rifiuti pericolosi. Indagò su quell'affondamento il capitano Natale De Grazia, morto in circostanze mai chiarite nel 1995

Capo Spartivento e il mistero della nave Rigel, inabissatasi il 21 settembre 1987 con il suo “carico” di segreti

Il suo nome coincide con quello della luminosa stella della costellazione invernale di Orione, figlio di Poseidone, dio del Mare, con il dono di camminare sulle acque. Ma questa è un’altra storia. Rigel è stata anche la denominazione di una nave inghiottita, con il suo carico e i suoi segreti, nelle acque del mar Ionio 36 anni fa. Forse una delle tante navi dei veleni ancora oggi avvolte nel mistero.

A 20 miglia nautiche a Sud-Est (secondo i registri portuali la Rigel alle coordinate di longitudine 37° 58′ Nord, e latitudine 16° 49′ Est) da Capo Spartivento nel reggino, ad una profondità abissale di circa 400 metri nel tratto reggino del mar Ionio, il 21 settembre del 1987, si inabissava infatti la motonave Rigel. Partita da Massa Carrara, era battente bandiera maltese, di proprietà della Mayfair Shipping Company Limited.

Una sentenza di condanna per frode assicurativa aveva già sancito l’affondamento doloso ma le indagini condotte dalle procure della Spezia e di Reggio Calabria alcuni anni dopo alla ricerca di prove dell’impiego di navi per smaltire illecitamente nei mari calabresi scorie nucleari, avrebbero gettato anche sul carico ombre pesantissime. La nave, tuttavia, non è stata mai cercata.

Natale De Grazia, l’uomo che cercava il relitto

L’uomo che intendeva trovarla era il capitano di Fregata, Natale De Grazia, morto in circostanze sospette, il 13 dicembre del 1995. Si stava recando dalla Calabria alla Liguria per attività investigative legate proprio a queste indagini. Lui aveva acquisito dall’ufficio Lloyd’s Register di Genova le coordinate per individuare il punto preciso per recuperare il relitto e analizzarne il carico

Elemento di spicco del pool ecomafie della Procura di Reggio Calabria, collaboratore del sostituto procuratore Franco Neri, il capitano De Grazia stava indagando scrupolosamente sulle presunte navi dei veleni e sui presunti traffici di rifiuti pericolosi nei mari calabresi

Un infarto lo colse all’età di quasi 39 anni, lasciando la moglie Anna e i figli piccoli, Giovanni e Roberto. Ci vollero 17 anni prima che una perizia, resa nota nel 2013, mettesse nero su bianco che il capitano de Grazia non era morto improvvisamente e per cause naturali. Le stesse che invece, risultavano dagli accertamenti di entrambe le perizie disposte all’indomani del decessoCause tossiche non erano più escludere ma neppure erano più accertabili.

Natale De Grazia stava intuendo e ricostruendo le trame che si celavano dietro gli affondamenti sospetti di quegli anni, le connessioni tra traffico di rifiuti tossici e radioattivi. Era sulla pista dei un traffico di armi e dei collegamenti tra quell’unica nave affondata a settembre ed altre scomparse e dal carico sospetto e forse pericolosoLui avrebbe cercato la Rigel e l’avrebbe trovata se non fosse stato fermato“.

La fonte

Gli elementi utili alla ricostruzione di questa storia, che in realtà si lega a tante altre storie misteriose, sono contenuti nella relazione sulla morte dello stesso capitano di Fregata Natale De Grazia. Approvata dalla commissione parlamentare di inchiesta sulle Attività illecite connesse al Ciclo dei Rifiuti nel febbraio del 2013, ha avuto come relatori Gaetano Pecorella e Alessandro Bratti.

La relazione molto articolata contiene i riferimenti alle indagini condotte dal capitano De Grazia, gli appunti e i resoconti della sua intensa attività investigativa, anche lontano dalla Calabria, per ricostruire quanto stava avvenendo anche nei mari calabresi. L’indagine reggina, tuttavia, venne archiviata nel 2000. Cinque anni dopo la sua morte avvenuta in circostanze mai chiarite.

Dall’Aspromonte al mare

Fu un esposto di Legambiente del 2 marzo 1994 a denunciare l’esistenza, in Aspromonte, di discariche abusive contenenti materiale tossico-nocivo e/o radioattivo, trasportato con navi. Questo panorama investigativo ben presto si estese. L’attività di indagine riguardò anche l’occultamento illecito di rifiuti radioattivi in mare, attraverso affondamenti dolosi messi.

L’appunto del 30 maggio 1995 e le indagini reggine

In particolare, pregno di dettagli fu l’appunto che il capitano De Grazia trasmise al pm Neri il 30 maggio 1995 (doc. 681/32), a riepilogo dell’attività investigativa svolta, relativamente allo smaltimento di rifiuti tossico nocivi e/o radioattivi in mare. Fonti confidenziali acquisite dal coordinamento regionale di Brescia del Corpo forestale dello Stato, avevano rivelato che la Rigel affondata al largo di capo Spartivento aveva un carico materiale nucleare

Nell’ambito di questa indagine la perquisizione presso l’abitazione e l’ufficio dell’ingegnere Giorgio Comerio portò alla luce la documentazione relativa al progetto denominato Odm (Oceanic Disposal Management). Esso prevedeva l’affondamento di rifiuti radioattivi nel sottofondo marino con penetratori lanciati da navi. 

La relazione pone opportunamente in evidenza che “gli elementi complessivamente raccolti in ordine ai singoli indagati ed in particolare a Giorgio Comerio evidentemente non sono stati ritenuti sufficienti a formulare precise accuse né nei confronti di Comerio né nei confronti degli altri indagati. Il procedimento si è, infatti, concluso con una richiesta di archiviazione accolta dal Gip“.

Tra gli altri documenti rinvenuti in occasione della perquisizione anche altri appunti/ progetti preventivi relativi a navi che dovevano essere attrezzate, adattate o acquistate. Tra esse anche la motonave Jolly Rosso, spiaggiatasi in circostanze sospette ad Amantea, nel cosentino, il 14 dicembre 1990. Rinvenuta anche un’agenda con un appunto singolare e particolarmente significativo. Proprio nel giorno 21 settembre 1987 si rilevava l’annotazione in lingua inglese “Lost in ship”. Esso recava un riferimento ad una nave perduta o alla perdita di qualcosa che fosse sulla nave, forse il carico. Forse.

Il mistero del carico

Dagli atti del processo per affondamento doloso, incardinato dinnanzi al tribunale della Spezia nel 1992 a carico degli armatori della Rigel, emergeva che non si aveva conoscenza del carico effettivo della motonave Rigel. Quel giudizio terminò con sentenza di condanna confermata nei successivi gradi di giudizio.

Gli affondamenti nel Mediterraneo e le navi dei veleni

L’informativa del capitano De Grazia e del maresciallo Nicolò Moschitta, datata 25 maggio 1995, riferiva di altri 23 affondamenti nel Mediterraneo, sempre verificati con i dati dei registri Lloyd’s’: Aso, affondata il 16 maggio 1979 al largo di Locri carica con 900 tonnellate di solfato ammonico; Mikigan, affondata il 31 ottobre 1986 nel Tirreno con un carico di granulato di marmo, partita come la Rigel da Massa Carrara; Four star I, affondata il 9 dicembre 1988, forse al largo di capo Spartivento, nei pressi del punto di affondamento della Rigel.

Poi ancora Euroriver di bandiera Maltese affondata nel mar Adriatico il 12 novembre 1991; Rosso di bandiera Italiana arenatasi in Calabria il 14 dicembre 1990 durante il viaggio da Malta alla Spezia. L’elenco che non finisce qui. Secondo un dossier di Legambiente, trasmesso alla Commissione gli affondamenti sospetti di navi, tra il 1979 ed il 2000, sarebbero stati 88 (doc. 117/30).

Le indagini di Natale De Grazia e quelle di Ilaria Alpi

Un filo rosso unisce la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994 a quella del capitano reggino Natale De Grazia. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin stavano conducendo in Somalia un’inchiesta sui traffici di scorie radioattive. Traffici coperti da attività di cooperazione internazionale e sulle connessioni con il traffico di armi.

Proprio in occasione delle indagini della procura reggina emersero legami tra l’affondamento dell’imbarcazione Rigel del 21 settembre 1987 e l’omicidio della giornalista del tg3 e l’operatore di riprese. Sempre durante una perquisizione a carico di Giorgio Comerio, Natale De Grazia aveva trovato il certificato di morte di Ilaria Alpi. Esso era stato acquisito nel fascicolo d’indagine reggino, salvo poi essere sottratto e scomparire nel nulla.

«Fatto non meno significativo – si legge nella relazione della Commissione – è che risulta violato il fascicolo giudiziario che conteneva la documentazione relativa alle indagini che aveva svolto il capitano De Grazia. Lo stesso fascicolo era stato esaminato dalla procura di Reggio Calabria alla ricerca vana del certificato di morte di Ilaria Alpi, che lo stesso capitano De Grazia aveva sequestrato in casa di Comerio. Stando alle dichiarazioni del dottor Neri alla commissione, infatti, “delle 21 carpette numerate rinvenute, 11 erano prive di documenti“». Il plico era stato dunque manomesso e danneggiato.

Un mistero che resta fitto come quello che continua ad avvolgere le morti di Natale De Grazia, Miran Hrovatin e Ilaria Alpi. Come quello il relitto della Rigel che non si volle trovare e di quei carichi pericolosi che forse giacciono da decenni in fondo al Mediterraneo.

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