martedì,Aprile 16 2024

Il racket degli alloggi popolari e le regole dettate dal “capo” Murina: «Le gambe gliele rompo»

Dalle indagini emerge come il capo del gruppo cambiò tutto dopo essere uscito dal carcere minacciando violente ritorsioni contro chi violava le regole, redarguendo persino la dirigente Minicò

Il racket degli alloggi popolari e le regole dettate dal “capo” Murina: «Le gambe gliele rompo»

La gestione degli alloggi popolari a Reggio Calabria “era cosa loro”. L’operazione che ieri mattina ha coinvolto 37 persone trae origine dall’attività d’indagine posta in essere da diversi reparti dell’Arma dei Carabinieri (Nucleo Investigativo di Reggio Calabria e Compagnia di Villa San Giovanni) e della Polizia di Stato (Squadra Mobile e Digos).

Secondo l’impostazione accusatoria, avrebbe consentito di disvelare li totale controllo da parte della criminalità organizzata, dall’anno 2010 e fino all’attualità, del settore delle assegnazioni delle case popolari nel Comune di Reggio Calabria. Tutto mediante stabili e radicati rapporti con politici e funzionari preposti.

Le indagini

Un fiume di investigazioni, intercettazioni, documenti e racconti dei collaboratori di giustizia. Tutto questo ha dato corpo all’attività investigativa svolta dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri che prendeva le mosse dalle dichiarazioni rese da Fortunato Pennestri, all’epoca collaboratore di giustizia.

Le conversazioni captate hanno consentito agli inquirenti di appurare l’esistenza di una forte commistione tra soggetti appartenenti alla pubblica amministrazione e personaggi che, secondo l’impostazione accusatoria, sarebbero intranei al gruppo criminale Franco – Murina. Una realtà che opera nel quartiere Santa Caterina di Reggio Calabria, ed alla contigua famiglia dei Morabito.

I metodi mafiosi

Si sarebbero avvalsi della forza di intimidazione, derivante dal vincolo associativo. E della rilevante condizione di assoggettamento e di omertà che deriva dall’esistenza ed operatività della organizzazione criminale. In sostanza, attraverso l’elencazione delle classiche caratteristiche e attività svolte dalla ‘ndrangheta, si contesta agli indagati di aver fatto parte della “cosca Murina Franco”, federata alla cosca De Stefano Tegano e operante nel centro della città di Reggio Calabria.

Ed Carmelo Consolato Murina ad essere riconosciuto come il capo promotore della ‘ndrina. Lui, secondo gli inquirenti, nella gestione degli alloggi popolari avrebbe avuto «compiti di gestione delle attività criminali nella porzione di territorio di sua competenza, ossia il quartiere di Santa Caterina, unitamente a Roberto Franco e su mandato della cosca Tegano De Stefano di Archi».

Il legame con altre cosche

In particolare, si occupavano della «riscossione dei proventi delle estorsioni e la gestione ed il controllo dell’assegnazione e delle occupazioni degli alloggi di proprietà dell’Aterp e del Comune di Reggio Calabria». L’indagato è stato condannato per tre volte sempre per aver preso parte alla cosca Tegano.

Ed esiste un “incidente diplomatico” in particolare ad aver fatto emergere in quadro diffuso di illegalità. Un fatto che è «scaturito in relazione all’appartamento occupato da Murina Jolanda e dal compagno Caminiti Carmelo». Per questo appartamento si sono innescate «plurime conversazioni dalla quali si evince un quadro d’illegalità diffusa con la quale venivano gestite le abitazioni popolari nel quartiere di Santa Caterina, che, pur essendo di proprietà pubblica, erano occupate e spartite dall’organizzazione».

Il ruolo apicale

Il ruolo di “capo” del sodalizio si deduce da una serie di considerazioni fatte dallo stesso Murina. Lui stesso «poneva in essere una feroce critica all’operato dell’organizzazione relativa alla gestione delle case popolari posta in essere nel periodo della sua carcerazione.

Le dichiarazioni del Murina permettevano di comprende quale fosse il settore in cui il gruppo agiva (l’occupazione delle case) ed il modus operandi adottato (ovvero quello della costante commercializzazione)».

Una volta uscito di prigione, Murina si sarebbe reso conto di come il gruppo avesse «scorrettamente gestito il settore (rivendendo a terzi tutte le case occupate, senza tenerne alcuna per il gruppo stesso) e aveva sistemato tutte le questioni ancora pendenti, comunicando poi il cambio di rotta che si sarebbe registrato da quel momento in poi».

Murina «dettava le regole»

Emerge, dunque, come Murina «aveva il potere criminale di dettare le regole da seguire nel settore degli alloggi popolari, avendo perfino il potere di inibirne l’operatività del gruppo o di taluno dei suoi componenti, anche con modalità violente se necessarie».

“lo…io ..da quando sono uscito non ne fanno più meschinità, non hanno pensato che avevano figli, che potevano avere nipoti, e se si hanno due stanze, di aggiustarle e tenersele per loro…omissis… Hanno pensato solo a fare porcate! Le 1000 euro, con 2000 euro... E io, per i miei figli, dove stanno i mici figli? Dove stanno i miei figli? E…come infatti mi, mi sono fatto una promessa! Come vedo a qualcuno che si interessa, giusto, di qualche casa, le gambe gliele rompo!”.

Dopo aver ripreso le redini Murina avrebbe «dettato le nuove “regole” operative dell’organizzazione per il futuro». Aveva pensato anche a come “punire” chi aveva commesso «nefandezze» in sua assenza. Infatti, l’organizzazione doveva essere improntata alla correttezza criminale per cui «se una casa veniva venduta doveva essere effettivamente consegnata, anche a costo di venderla ad una cifra esigua.

In secondo luogo, l’organizzazione doveva trattenere per sé delle abitazioni occupate, le quali, tuttavia, andavano assegnate in via prioritaria a sodali che, nel periodo di assenza del Murina, non avevano pensato solo a lucrare nel settore, compiendo le nefandezze che Murina tanto stigmatizzava ma dovevano andare, quindi, ai soggetti che più avevano sofferto ovvero non avevano lucrato (tra cui si annovera lo stesso Murina, interessato ad occupare l’appartamento da destinare alla figlia Murina Jolanda). Altra “strategia” messa in atto, in accordo con Morabito Michele, era quella di far assegnare le case a soggetti estranei al quartiere, così da sviare eventuali indagini».

Le parole di Murina

“Prima è giusto, penso io, chi ha sofferto, è che è giusto che deve averla! Quello, quello si deve fare! Poi se c’è qualcosa, per quello che si può fare, favorisco agli altri! Ma io non è..inc.., come voi altri! Non è che dobbiamo uscire pazzi, ad andarcene in casa d’affitto, o… incomissis…..quando 4 “porcheriosi” di merda, aumma aumma hanno fatto quello… hanno fatto quello che cazzo hanno voluto”.

Le pressioni sulla dirigente

E il rapporto con chi amministrava gli appartenenti pubblici ha dato agli inquirenti ulteriori spunti. Infatti, anche la dirigente Aterp Minicò veniva redarguita dal ‘capo’ Murina, il quale «la invitava ad adottare un atteggiamento meno disinvolto nella gestione delle partiche Aterp onde evitare di attirare su di sé le attenzioni delle Forze dell’Ordine (Gli ha dato confidenza anche a persone non meritevoli di confidenza! Che poi queste persone sono le classiche persone che portano danni nelle case!).

Forti e aspre critiche venivano riservate dal Murina ai sodali che tentavano di aggirare le regole da lui imposte, come nel caso di Morabito Michele che aveva tentato di “scavalcare” il Murina e occupare l’appartamento che invece il capo aveva in animo di destinare alla figlia, presto sposa (Michele, ..inc… mi “scavalla”, hai capito?, in questi termini Murina si lamentava con Vittorio Luciano della condotta del Morabito)».

Non essere esposti a rischio di indagini era fondamentale per Murina. Infatti, criticava anche i sodali che «adottando comportamenti spregiudicati, mettevano tutto il gruppo a rischio di essere tratti in arresto». (“Gli ho detto: Chiedi il permesso, che è con i MORABITO è che… inc., devono fare movimenti, che ci sono bordelli, ora..inc… Che nessuno… inc.nessuno…inc…, ma ora fate un’altra guerra qua!!! Non si…inc…queste cose, che siamo intercettati e ci arrestano a tutti! lo sono per i fatti miei qua e voi parlate di me”). E per gli inquirenti altrettanto chiara è «la volontà di perseguire nello svolgimento dell’attività delittuosa pur nella consapevolezza di correre tale rischio». 

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