martedì,Aprile 16 2024

‘Ndrangheta, il narcos pentito: «Nel porto di Gioia Tauro 2 tonnellate di coca per ogni spedizione»

Il boss dei van Gogh Raffaele Imperiale racconta ai pm della Dda di Reggio Calabria i traffici dei clan calabresi

‘Ndrangheta, il narcos pentito: «Nel porto di Gioia Tauro 2 tonnellate di coca per ogni spedizione»

di Pablo Petrasso «I colombiani danno la colpa, è un classico». Della vita da narcotrafficante Raffaele Imperiale conosce regole e cliché. Il boss dei van Gogh, oggi collaboratore di giustizia, ha fatto da mediatore tra il Sudamerica e la Calabria per traffici da centinaia di milioni di euro in cocaina. Carichi che, a seconda degli accordi presi, potevano trasportare tra una e due tonnellate di cocaina. Operazioni «tantissime» volte andate a buon fine, racconta il pentito al procuratore capo della Dda di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, e molto spesso intercettati dai finanzieri in servizio al porto di Gioia Tauro o in altri scali italiani.  

Davanti ai fallimenti, i paramilitari colombiani che governavano il porto di Turbo, altro snodo del business, avevano sempre la stessa reazione: «Dottore – spiega Imperiale – è un classico. Ogni volta che viene sequestrata merce in Italia, loro hanno una percentuale di investimento a soldi, incolpano sempre».

Narcotraffico, cosa succede quando viene sequestrato un carico da due tonnellate

Quando la droga viene fermata iniziano due inchieste: investigatori e magistratura si muovono per ricostruire i passaggi e risalire a fornitori e appoggi per la logistica in Italia; i fornitori della coca cercano di capire se qualcuno li ha fregati. Chiedono la prova che il sequestro sia effettivamente avvenuto per essere sicuri che qualche socio non abbia fatto sparire il carico in modo da rivenderlo per conto suo. Anche a questo servono i doganieri infedeli: lavorando all’interno riescono a dare conferma dei sequestri. Non sempre: per un maxi carico da quasi 2mila panetti, il suo contatto Bartolo Bruzzaniti, broker calabrese di stanza in Costa d’Avorio, riesce a fornire soltanto una parte della documentazione. Ci sono le foto dello scanner e documenti che mostrano che c’era stato un controllo visivo al container che trasportava la coca. Non arriva, però, «l’informazione del sequestro» perché il «referente doganale» non riesce a ottenerla da parte della Guardia di finanza che gestisce le operazioni in totale riservatezza.

Sono fasi delicatissime. Imperiale sa che in Colombia non vanno tanto per il sottile: «Sì, compa’ – avrebbe detto ai suoi referenti calabresi – sono informazioni che possono sembrare sufficienti, ma a me serve l’informazione del sequestro e basta, a me una volta che mi hai dato che la merce è stata sequestrata io mi metto a posto».

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