sabato,Ottobre 31 2020

«Viaggio dall’Australia a Reggio solo per vedere i Bronzi di Riace»

Dai numeri di turisti in visita anche da molto lontano ai riflettori puntati sul mistero dei guerrieri di Riace, la disamina del direttore del MArRc, Carmelo Malacrino

«Viaggio dall’Australia a Reggio solo per vedere i Bronzi di Riace»

Da qualche settimana a questa parte i riflettori sono puntati sui Bronzi di Riace. Ma il MArRc, il nuovo museo archeologico di Reggio Calabria che li ospita, non è solo guerrieri di Riace, è molto di più. È la storia di un territorio gigantesco che raccontano le teche, pezzi di Calabria, eco di tempi lontani, mostre che si rinnovano in continuazione, ma è anche attenzione al presente, agli spettatori più piccoli e dinamismo che deve caratterizzare i musei del futuro. E i numeri dei turisti fanno ben sperare. Abbiamo fatto il punto con Carmelo Malacrino, che del museo è il direttore.

Quanto ai visitatori che numeri si registrano?
«Nonostante tutte le difficoltà infrastrutturali di questo straordinario territorio, il museo continua ad essere un grande attrattore. Fino a ora stiamo registrando un numero di presenze ancora superiore a quello del 2018. La speranza è di chiudere con un bilancio molto positivo il prossimo 31 dicembre. Basti pensare che solo ad agosto abbiamo superato le 48.000 presenze. Quindi siamo nell’ordine dei numeri registrati nella prima estate dell’apertura, agosto 2016, quando abbiamo superato cinquantaduemila presenze. Credo che sia stata positiva l’iniziativa dell’apertura nel giorno di Ferragosto: sia per la risonanza mediatica (alla notizia il Tg1 ha dedicato l’apertura), ma soprattutto per il richiamo turistico: quel giorno abbiamo superato le 7000 presenze. Ringrazio, in primis, il personale: intanto perché non è facile gestire tanti visitatori in una giornata, poi perché non è piacevole farlo il giorno di Ferragosto, vedendo tutti gli altri in ferie. Proprio per dare un segnale di sostegno, anche io quel giorno sono stato presente e ho dato il mio supporto alla vigilanza, sono stato con loro perché immaginavo che sarebbe stata una giornata impegnativa».

Tutto il movimento della trasmissione “Le Iene” che cosa ha portato?

«Seguo questa vicenda, anche a stretto contatto con il giornalista Antonino Monteleone che è venuto a fare delle riprese qui al museo. Sicuramente si stanno puntando i riflettori sui Bronzi di Riace. E l’attenzione non è mai abbastanza. Nell’opera di promozione e valorizzazione, raccontarne le varie storie è sicuramente utile. Registro, come sempre, un forte sentimento di appartenenza dei calabresi, in particolare dei reggini. E l’attesa di conoscere nel dettaglio la storia. Una storia che, a mio avviso, ha l’obiettivo di costruire una verità e non creare spettacolo. Per quanto mi riguarda sulla vicenda dei Bronzi, non ho informazioni dirette, se non quello che si conosce. Sicuramente è nostra responsabilità valorizzare i Bronzi ed il loro contesto. I documenti di allora, invece, non sono stati trasferiti al museo, ma sono conservati ancora dalla soprintendenza che, anche in questo, ha una competenza diretta poiché si tratta di un discorso di “tutela”. L’inchiesta sui bronzi è utile e va sostenuta, per quanto riguarda l’esito speriamo in nuove sorprese».

Si ricorda della prima volta che ha sentito parlare di bronzi di Riace?
«La prima volta ero un bambino e andavo alle scuole elementari; ci portarono in visita qui a Reggio per vedere il museo. La mia era la visione di un bambino, con tutto l’immaginario che lo caratterizza; lo stesso immaginario che oggi cerchiamo di valorizzare nella didattica del museo: il coinvolgimento tramite il gioco e l’apprendimento. Situazione completamente differente è stata quella del 16 agosto 2015, il giorno in cui mi fu comunicato che sarei diventato il responsabile dei Bronzi di Riace e di tutto il resto. In quel momento sentii molta responsabilità, ancora di più perché ero calabrese. È qualcosa di difficile da spiegare, anche per i vantaggi che ne conseguono. Al me e ad alla vigilanza notturna spetta un privilegio non da poco: poter vedere il museo e i Bronzi di Riace anche di notte, nella quiete, senza nessuno. E quella è davvero un’emozione!».

Come vede il funzionamento del museo?
«Adesso il MArRC ha una sua immagine. Siamo partiti da un museo chiuso: ora viene apprezzato e le recensioni che registriamo sono positive. Certo, ci sono problemi, ma cerchiamo di non far pesare il fatto che, a causa di pensionamenti e carenze croniche di organico, lavoriamo avendo solo il 50% del personale in servizio. Per il resto, speriamo nelle nuove assunzioni. Tutto lo staff, però, fa corpo unico, anche per dare un segnale di efficienza».

Bronzi di Riace: la statua A

Tornando ai numeri, ci sono delle stime sulla nazionalità dei visitatori?
«Non abbiamo ancora dati ufficiali. In base al monitoraggio delle presenze che facciamo possiamo dire che abbiamo avuto un’ottima presenza di europei: francesi, tedeschi, greci, così come ci sono buone presenze dagli Stati Uniti. Addirittura ci sono state persone che appositamente dall’Australia sono venute qui a vedere i Bronzi di Riace. Le due statue sono i capolavori che attraggono i visitatori, ma poi tutto il resto sorprende! Chi arriva, pensa di ammirare solo le immagini dei due Bronzi e invece scopre tutta l’antichità della Calabria. Perché l’identità del MArRC è essere il museo di tutta questa magnifica regione, da sempre al centro del Mediterraneo».

Come sono andate le aperture serali e le mostre ?
«L’estate è stata per noi particolarmente impegnativa, ma anche particolarmente soddisfacente. Le aperture serali del giovedì e del sabato, dalle 20 alle 23, hanno permesso di offrire a tutti i visitatori una vista eccezionale, che è quella dello Stretto dalla terrazza del museo. Abbiamo proposto un calendario di manifestazioni che ha coinvolto tutto il territorio, trasformando il Museo nel polo culturale dell’area dello Stretto. Lo abbiamo potuto fare grazie ai partner storici: dal Parco Nazionale dell’Aspromonte al Conservatorio “Cilea” e al Planetario “Pythagoras” di Reggio Calabria. Sono nate tante anche le nuove collaborazioni. Nell’ultimo anno abbiamo stipulato oltre 40 convenzioni con enti, istituzioni, università. E non solo nel campo della promozione e valorizzazione. Coltiviamo, con lo stesso impegno, i settori che riguardano la ricerca, l’adozione delle nuove tecnologie, la cura delle collezioni. E soprattutto il restauro. Tanto si sta facendo per i reperti conservati nei depositi. Un esempio su tutti, il mosaico con la biga di Nettuno. É una storia nella storia: era stato considerato perduto e lo abbiamo ritrovato in una cassa, avvolto tra i giornali del 1943; dopo due anni di interventi, ora arricchisce l’esposizione permanente. Molti dei reperti restaurati sono presentati all’interno delle mostre temporanee, che sono un’ulteriore occasione per valorizzare il nostro patrimonio e offrire un’esposizione dinamica».