sabato,Dicembre 5 2020

Narrazione, canti, musiche e video. La storia dei Bronzi è un successo

Teatro Cilea stracolmo di pubblico per la "metaconferenza". L'appello del professor Castrizio: «Tifiamo affinché l'intero gruppo di statue sia ricostruito»

Narrazione, canti, musiche e video. La storia dei Bronzi è un successo

«Noi tifiamo perché il gruppo di statue di cui facevano parte i bronzi di Riace venga ricostruito». Perché i bronzi di Riace sono l’unica possibilità di sviluppo turistico della città e «L’unica cosa di nostro che non c’è nel mondo». E ironia della sorte, da un artista reggino, Pitagora da Reggio, sono stati creati, per tornare a Reggio, nel MarRc, il nuovo museo archeologico. È un evento la “Metaconferenza sui Bronzi di Riace”, ideata dal professor Daniele Castrizio, docente di numismatica all’università di Messina e storico, con canti e musiche di Fulvio Cama e il video racconto e la grafica di Saverio Autellitano. Dopo la prima a Riace e la seconda “prova generale” all’auditorium di Campo Calabro, terza e trionfale tappa, ieri sera al teatro Cilea di Reggio Calabria, stracolmo di pubblico.

Cama e Castrizio

Come nasce la metaconferenza?
Uno spettacolo che verrà esportato in primis al festival internazionale del Salento, poi ad Argos in Grecia dove si presume che i due bronzi di Riace siano stati creati. E poi addirittura ci sono richieste per riproporla a San Paolo del Brasile. Sul palco a presentare l’evento il presidente del consiglio comunale Demetrio Delfino, l’assessore comunale alla valorizzazione del patrimonio culturale Irene Calabrò e la portavoce del direttore del MarRc Carmelo Malacrino, Emanuela Martino. Qualificare la metaconferenza, anche secondo gli autori, non è cosa semplice. Quello che si evince è l’attenzione e l’ascolto riservato dagli spettatori alle trame antiche, tessute in modo moderno con l’aiuto di grafica e tecnologia. E la voce di Castrizio che tesse la tela, che si dipana poi tra le pelli e le zucche che diventano strumenti tra le dita dell’abile Cama, ausiliario nella parti più drammatiche della narrazione. E i volti che prendono forma dalle immagini di Autellitano. Dimenticate i lunghi e noiosi trascorsi di conferenze infarcite di sbadigli che preludono al sonno. La metaconferenza attrae e diverte, gli stacchi musicali non spostano l’attenzione, anzi ne sottolineano la drammaticità dei momenti. Come arriva Castrizio ad affermare (già nel libro “Bronzi di Riace, l’enigma dei due guerrieri” scritto con Cristina Iaria ed edito da Città del Sole”) che le due statue sono Eteocle e Polinice, del gruppo dei fratricidi, con la madre in mezzo pronte, col seno nudo, a sedare l’imminente duello mortale dei fratelli e le lacrime della sorella Antigone poco dietro insieme alle profezie di morte dell’indovino Tiresia?

Daniele Castrizio

La stessa mano ha creato i due bronzi di Riace
Intanto la prima idea da mettere da parte è che bronzi di Riace siano stati fatti da una mano diversa, addirittura ad anni di distanza. «Hanno lo stesso peso e hanno la stessa altezza – racconta Castrizio – la stessa carrucola lacrimale. La ricerca del particolare che nessun altro ha. Hanno una storia unita. Dai materiali di bronzo che li compongono alle ciglia di rame, le labbra e i capelli – inoltre, spiega lo storico, il bronzo A è l’unica statua al mondo dai denti d’argento, gli occhi di calcite che un tempo dovevano essere lucidi come una persona viva. Il bronzo A è la statua più perfetta della storia dell’umanità. I riccioli sono stati fatti a parte, e saldati uno ad uno. E sotto ha messo le orecchie». Ma tanti sono gli storici che hanno avversato queste teorie. Basta l’immagine egregiamente sviluppata da Autellitano (si guardi la locandina dell’evento) che ha unito simmetricamente la metà dei volti dei due bronzi per scoprire la disarmante verità: naso, bocca (a parte l’espressione di rabbia della statua A) sono due metà identiche e simmetriche, sembra sia un bronzo solo.

Fulvio Cama

I bronzi di Riace sono stati fatti ad Argos
Domanda numero due: dove sono stati fatti i bronzi? Ad Argos la città del Peloponneso vicino Micene. A stabilirlo, inequivocabilmente, sono state le analisi delle terre di fusione fatte a Roma e Glasgow, che hanno dimostrato che erano state raccolte a pochi metri di distanza. Lo stile dei reperti è coerente con il luogo di produzione e non è attico. I due guerrieri furono portati da Argo fino a Roma dal I al III secolo a C. Nella capitale romana le due statue furono “riparate” in maniera pesante tra la fine del primo secolo A. C e il primo secolo dopo Cristo. Martellate per fare entrare l’elmo in testa, braccio destro della statua A e avambraccio sinistro di B che sono romani, fatti con il calco dei pezzi rotti.

Da sinistra Martino, Delfino e Calabrò

I Bronzi ovvero i “fratricidi” di Pitagora da Reggio.
È Cama a raccontare come inizia il lavoro commissionato a Pitagora da Reggio, l’unico artista in grado di controllare senza bolle la fusione del bronzo: ed il suo lavoro si vede riesce a creare le vene, i tendini ed i muscoli. Per la realizzazione delle altre statue probabilmente si fece aiutare dal nipote Sostrato. I due bronzi sono nudi perché rappresentano gli eroi. «La bravura di Pitagora – racconta Castrizio – che sceglie di mostrare l’acme della scena dei fratricidi: i due eroi sono rappresentati nel momento prima del confronto fatale, con Euryganeia, la madre che si mette tra di loro». La violenza aleggia sulle due statue, ,a non viene rappresentata. Pitagora odiava la violenza. La scena è quella della madre che, dimenticando la decenza, esce a seno nudo sul campo di battaglia e cerca di fermare il duello dei figli, e dietro c’è Tiresia, l’indovino che vede la morte, e la buona Antigone con consigli di mitezza. Parole che diventano bronzo. Il momento in cui i fratelli si incontrano faccia a faccia. Ghigno da una parte (bronzo A) e la consapevolezza della morte imminente (bronzo B). Corpi simili ma differenti. «Pitagora – spiega Cama – vide la scena nella sua mente e la tradusse in bronzo». I bronzi erano a Roma e poi Costantino li volle portare a Costantinopoli. Partirono nel mare perfettamente protetti, lo dimostra il fatto di come erano ben impacchettati, non erano statue da fondere, ma da esporre. Una tempesta arrivati a Riace li gettò nel mare. Quante statue c’erano insieme a quelle dei due guerrieri? C’era anche la madre? Non si sa. Quel che è certo è che dopo un naufragio e tanti restauri i bronzi sono al museo di Reggio. Una scena teatrale scolpita dal bronzo, una dei più grandi regali che il destino ha voluto fare a Reggio, perché della nostra città i bronzi possono essere la ricchezza.