martedì,Luglio 27 2021

Le undici fortificazioni che salvarono Reggio dagli arabi

Lo storico Castrizio, reduce dai successi della “Metaconferenza sui Bronzi di Riace” e l’archeologo Riccardo Consoli, raccontano significato e vita di queste grandi e numerose opere per la città e la provincia

Le undici fortificazioni che salvarono Reggio dagli arabi

Undici fortezze, “undecim castra fortissime castra” che proteggevano Reggio e che i normanni avevano dovuto scalzare una per una. E per farlo ci hanno messo un intero anno. Ci prova ancora una volta Daniele Castrizio, storico e docente di numismatica all’università di Messina, reduce dai successi della “Metaconferenza sui Bronzi di Riace”, a raccontare da un altro punto di vista brani della storia di Reggio. Per il focus sulle fortezze e le fortificazioni di Reggio e dintorni a lui si accompagna un giovane archeologo, Riccardo Consoli. Domenica pomeriggio la nella sala museo “Il Ferroviere” della Stazione di Santa Caterina, ha ospitato l’incontro dal titolo “Le fortezze che hanno protetto Reggio nei secoli”. L’evento fa parte della rassegna Calabria d’Autore – Innamorarsi in stazione, organizzata dall’Associazione Culturale Incontriamoci Sempre.

Dal Castello aragonese, alla varie “Motte” sparse, luoghi panoramici con viste mozzafiato, visitati forse con qualche accenno storico ma cosa c’è dietro? Quali importanza hanno avuto per la città di Reggio, in che modo sono nati, come si sono trasformati, come sono stati letti dalla storia? L’introduzione di Castrizio è un punto di vista dal lato militare delle fortezze, in ragione della difesa del territorio, fortezze che si sono sviluppate durante i periodi della dominazione greca. Nel corso della dominazione romana c’è stato poi un vulnus perché Reggio era divenuta quasi una fattoria di Roma. Tornano in auge durante l’epoca bizantina le fortezze, punti nevralgici che costellavano il territorio.
«Cominciamo a leggere le fortezze con un significato storico – riferisce Castrizio – abbiamo tre linee di fortezze, di cui Reggio è la prima (con fortificazioni quali, ad esempio, il castello Aragonese); poi c’è la linea di fortezze più recente che sono quelle dette “le motte” che erano bizantine e sono stati creati, probabilmente, per proteggere la popolazione perché produceva la seta e poi invece, quando sono arrivati gli arabi, sono state quelli che ci hanno veramente salvati. Da qui l’importanza di queste opere: Reggio non era in grado di contenere gli arabi, come avrebbe potuto? Fa impressione guardare dall’altro lato dello Stretto dove Messina rappresenta la fine dell’Islam che non è mai arrivata a Reggio. E il merito – sottolinea Castrizio – è stato di queste undici fortezze che hanno tenuto e che conosciamo un po’ meglio come nel caso del Castello di Motta San Niceto, qualcosa conosciamo del castello di Motta Sant’Agata, malissimo conosciamo Motta Numeri quella di Ortì, peggio ancora Motta Rossa di Gallico, Motta San Cirillo di Surgunì Terreti».

Queste sono le fortificazioni più vicine a Reggio, poi ci sono quelle più interne le 31 fortezze che si dovrebbero iniziare a scavare, tutto un altro mondo, ma molto importante. «Un patrimonio forte e da sfruttare – evidenzia Castrizio – vogliamo far notare il grande balzo di Reggio verso l’Aspromonte e il fatto che si tratta di fortezze in condizioni tali da essere visitabili. Un patrimonio che va letto in chiave di tutto il territorio reggino: sembra che si sia sempre vissuto in funzione del proprio quartiere quando invece Reggio ha sempre avuto una gestione di grandissima portata. I reggini hanno sempre guardato almeno fino alla Piana e a fino alla Locride. E anche l’Aspromonte è sempre stato sempre un luogo da tenere sott’occhio e da sfruttare in maniera oculatissima».

La storia narrata da Consoli è quella che riguarda il periodo medioevale relativo agli stessi siti, prendendo ogni singolo sito e descrivendo, singolarmente, le ragioni per le quali quell’insediamento si è sviluppato in quel modo e soprattutto in che periodo si è sviluppato. «Strada e percorsi che c’erano tra i paesi diventano così fondamentali che, molte volte, tanti centri erano famosi per la vicinanza ad un percorso viario, come la via Popilia nella parte Nord per esempio – ha chiarito l’archeologo – molti centri si sviluppano per ragioni esclusivamente militari e agricole in un certo senso, un agglomerato di agricoltori che si riunisce in paese che poi diviene fortificato. Questa è la realtà insediativa che poi si trasforma nel Basso Medioevo quando arrivano i Normanni in tutta la miriade di borghi che noi vediamo e che rimane tale fino al 1800. La trasformazione da un sistema economico dell’impero bizantino, con il contadino libero che aveva la terra e pagava regolarmente le tasse, ad un sistema feudale in cui tutte le terre dei contadini liberi vengono convogliate dai grandi proprietari terrieri, i feudatari e quindi i contadini diventano vassalli, valvassini o valvassori a seconda del loro grado sociale. La situazione di feudalesimo si mantiene fino all’Ottocento e noi, al Sud, ce lo portiamo come retaggio».

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