Tiberio Bentivoglio agli studenti: «Ribellatevi alla ‘ndrangheta»

Grande successo per la tappa del progetto "A-'ndrangheta" al "Piria" di Reggio Calabria. Presenti anche il sindaco Falcomatà e il direttore de "IlReggino.it", Consolato Minniti
Grande successo per la tappa del progetto "A-'ndrangheta" al "Piria" di Reggio Calabria. Presenti anche il sindaco Falcomatà e il direttore de "IlReggino.it", Consolato Minniti

«Ribellatevi alla ‘ndrangheta. Fate in modo che non possa mai dirvi cosa dovete o non dovete fare. Io ho rischiato di pagare con la vita questa scelta, ma oggi sono un uomo libero». C’è un misto di emozione e rabbia nelle parole di Tiberio Bentivoglio, il testimone di giustizia scampato ad un tentativo di omicidio. Chiamato a raccontare la sua esperienza nel corso di un incontro del progetto “A-‘ndrangheta”, Bentivoglio rivolge più appelli ai ragazzi, partendo proprio da quel negozio chiuso dopo tanto tempo e oggi riaperto sul lungomare, con davanti una pattuglia dell’esercito a presidiarlo. Ed è ancora un successo la tappa del progetto ideato e voluto dal questore di Reggio Calabria, Maurizio Vallone. Una “a” privativa che lascia trasparire quel desiderio di vedere una città finalmente libera dal giogo mafioso.

E, per gli studenti dell’istituto “Piria” di Reggio Calabria, quella di martedì è stata una giornata intensa e carica di storie di vita che hanno lasciato molto su cui riflettere ai tanti giovani presenti che hanno ascoltato con attenzione gli interventi non solo di Bentivoglio, ma anche dal sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, e del direttore de “IlReggino.it”, Consolato Minniti.

Dopo l’introduzione affidata alla dirigente scolastica, Anna Rita Galletta, la parola è stata data al sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà che è subito entrato nel cuore del progetto.

«Come contrastare l’oppressiva cappa della ‘ndrangheta? Innanzitutto, scrollandoci di dosso la brutta nomea che Reggio Calabria s’è “guadagnata” col triste record di primo Comune capoluogo di provincia d’Italia a essere sciolto per infiltrazioni mafiose, peraltro in stato di predissesto finanziario per il debito da 240 milioni di euro che abbiamo ereditato. Una ricaduta d’immagine negativa su scala nazionale, purtroppo acuita dal gran numero di fiction che, negli ultimi anni, si sono soffermate esclusivamente sul rapporto fra il nostro territorio e il crimine organizzato. Ma cosa può fare un sindaco per contrastare la criminalità organizzata? Primo – ha fatto presente Falcomatà –, far sedere tutte le Istituzioni dalla stessa parte con lo scopo comune di ripristinare la legalità sul territorio, come s’è fatto col Protocollo nazionale anti-‘ndrangheta nel 2016. Secondo, trasformare l’altro triste record del numero di beni sequestrati e confiscati alle mafie in un primato positivo: quello del numero di beni strappati ai clan restituiti però alla collettività a fini sociali, rendendo realtà il nostro slogan “Le ville dei boss ai poveri”. Terzo punto, dotarsi di strumenti che affermano le regole anche nella pianificazione e nella costruzione della città – ha proseguito il sindaco metropolitano –: non per caso, sabato scorso il Consiglio comunale ha approvato il Psc, il Piano strutturale comunale. Ma ci sono anche altri strumenti per far prevalere la legalità e contribuire alla sconfitta delle ‘ndrine. Il quarto è il lavoro  perché la ‘ndrangheta trova terreno fertile nei territori in cui c’è bisogno, c’è disperazione, un padre di famiglia “deve portare il pane a casa”. Se togli il bisogno, togli spazio al potere mafioso e dai più attenzione a chi in questa città ha deciso di rimanere e d’investire: e anche se non rientra fra i compiti di un sindaco creare lavoro, chi fa il sindaco a Reggio Calabria non può “fare spallucce” di fronte al principale problema di questa città».

Prendere coscienza dell’evoluzione del fenomeno mafioso per riconoscerla e rifiutarla. Con quest’obiettivo l’imprenditore Tiberio Bentivoglio si è confrontato con i ragazzi raccontando loro una storia costellata di difficoltà, pressioni, vittorie, sconfitte e solitudine. La sua storia. La vita di un imprenditore reggino che per aver detto “no” alla ‘ndrangheta è stato perseguitato fino a rischiare la vita.

«Hanno provato in tutti i modi a non farmi aprire quelle serrande, sono arrivati a spararmi sei colpi alla schiena – ha spiegato Bentivoglio ai ragazzi che lo osservavano tra stupore e curiosità – perché così agiscono loro, alle spalle. Ma non ci sono riusciti, non mi hanno fermato perché non si può regalare a questa gente una vita di sacrifici. Iniziano offrendoti protezione per poi chiederti sempre di più fino a portarti alla disperazione».

Sono tanti gli aneddoti di vita vera e vissuta che Bentivoglio ha raccontato agli studenti del “Piria” per far comprendere loro sotto quante forme si nasconda la ‘ndrangheta. E lui da testimone vivente della lotta alla criminalità organizzata ha portato l’esempio di come dire no e ribellarsi alla mentalità mafiosa è l’unica strada percorribile per cambiare realmente questa terra.

Sulla stessa scia, parlando di vita vissuta, il direttore de “IlReggino.it”, Consolato Minniti, ha coinvolto i ragazzi richiamando alla memoria i suoi primi approcci con la criminalità organizzata.

«Avevo 15 anni e giocavo in una squadra di calcio. Dopo diversi anni ho rincontrato un mio compagno di squadra con il quale abbiamo condiviso allenamenti, sconfitte e vittorie. Dopo tanto tempo eravamo lì, uno di fronte all’altro, lui dentro la gabbia imputato e io come giornalista pronto a raccontare anche la sua storia. Ecco, la vita ci mette sempre in condizione di fare delle scelte, dipende tutto da noi». Da qui l’esortazione ai ragazzi: «Vi invito a studiare non solo per apprendere delle nozioni ma, soprattutto, per crearvi una coscienza critica ed essere in grado di discerne e fare delle scelte. Dovete essere in grado di dire di “no” a chi s’insinua nelle vostre vita, di chi tenta di esercitare fascino su di voi con i soldi facili. I soldi: fate attenzione a come li spendete. Non alimentate quel circuito perverso». Il giornalista ha poi spiegato ai ragazzi, specializzati in materie economiche, come le aziende sequestrate rischiano di chiudere a causa non di una inefficienza dello Stato, ma di un sistema perverso che chiude i “rubinetti” non appena il proprietario mafioso scompare. «Studiate per essere liberi, dite di no alla ‘ndrangheta in tutte le sue forme, perché la vostra libertà non ha prezzo e vi permetterà di vivere a testa alta senza paura», ha concluso.