A palazzo Crupi la mostra “33stelline”, cura e dolore per mantenere la memoria

Cinque artisti espongono le opere che partono dalla morte dei bambini nell’ex brefotrofio per una bomba durante la guerra
Cinque artisti espongono le opere che partono dalla morte dei bambini nell’ex brefotrofio per una bomba durante la guerra

Succede a volte che i luoghi restino muti testimoni. Ed è necessario che qualcuno dia loro voce, che li faccia tornare a parlare. Così succede per la mostra “Trentatré stelline”, inaugurata a palazzo Crupi. La voce è tornata al palazzo della cultura, già sede universitaria e, originariamente, brefotrofio distrutto da una bomba il 21 maggio del 1943. Morirono 33 bambini, 14 nutrici e una suora. Ma il bilancio salì nei giorni successivi fino ad arrivare ad un totale di 54 decessi.
La mostra è stata organizzata dal comitato scientifico del palazzo, formato da Angela Pellicanò, Valentina Tebala e Paola Myriam Russo. Si tratta di un progetto espositivo dalla grande valenza artistica e culturale, fortemente voluto dal sindaco della Città metropolitana, Giuseppe Falcomatà e dal consigliere delegato alla cultura Filippo Quartuccio, quale omaggio ai trentatré piccoli ospiti.

I contenuti della mostra

Un percorso che inizia dal cortile, da fuori, perché era lì che i bambini giocavano, e che procede salendo le scale fino al Piano contemporaneo, il cosiddetto Pi.co. Ad accogliere il visitatore ci sono i grammofoni di Giuseppe Nicolò, già in loco, trasformati in mobiletti nei quali sono sistemati i documenti d’archivio, che testimoniano la vita subito dopo la bomba, la necessità e le richieste scritte perché il luogo sia sistemato e ripristinato già subito dopo l’estate.
E poi c’è una voce che racconta il giorno del dramma, di una mattina come tante altre, in cui i piccolini erano stati svegliati, erano puliti e vestiti. Ma la quotidianità viene interrotta dal malefico suono della sirena. Corrono al ricovero, ma non c’è nemmeno il tempo perché una bomba squassa l’aria e uccide. Dopo, intorno, solo un tragico silenzio.
Le opere delle artisti in mostra partono dalla storia, restituiscono dignità alle morti, ma, nello stesso tempo, per non dimenticare, ampliano il cerchio, abbracciano intere esistenze, di genere diversi, connotate dal un sentimento di cura e di accoglienza, nei confronti dell’essere umano, verso gli anziani e verso i bimbi, proprio come accadeva nell’istituto.
Alberto Timossi, da Napoli, porta una scultura (site specific) oppositamente per la mostra: una grossa croce rossa che però è anche un aereo, il dolore del distrutto e il distruttore viaggiano insieme, perché il carnefice non si stacca mai dalla vittima, e viceversa.
Elisabetta Di Sopra, da Pordenone è presente due sono le opere: “The cure”, la cura, paziente e onesta, amorevole riservata ad un anziano ed un bimbo piccolo, ripresa in un video di pochi secondi che ritorna in loop e nell’altra video performance “Quando ci sarà qualcuno in grado di sorreggermi”.
Mandra Stella Cerrone di Francavilla al Mare, con la sua “Mater dolorosa” (2017/2018), performance in video e opere; Giulio Manglaviti, l’unico artista di Reggio, attraverso una scultura e un ossario di formelle, con cui dà voce al breve vissuto dei bambini.
Nodo alla gola per Mustafa Sabbagh, artista giordano, che fa riemergere i volti dalla distruzione. Foto, sculture e polvere fanno in modo che l’uomo, attraversato il dolore, si rimpossessi della memoria. I volti desolati dei bimbi sono gli stessi dell’umanità che è incerta sulla direzione da prendere. Si tratta di un’opera pensata per la mostra.

La genesi della mostra ed il suo sviluppo

La parte archivistica comprende 8 documenti che testimoniano la vita nel brefotrofio, sia prima che dopo. Chiarisce Valentina Tebala «Le macerie sono rimaste così fino ad ottobre e che i bimbi superstiti sono stati portati a Montebello Jonico, come attesta un documento ritrovato in sede e firmato dal direttore dell’epoca, sono rientrati il 3 ottobre del 1943. Abbiamo deciso di esporre la richiesta urgente da parte del direttore di provvedere alla ricostruzione dell’edificio ed all’acquisto di suppellettili e materiali necessari alla cura dei bimbi, le cure, i lettini per i più grandi. Un’urgenza ancora maggiore per l’avvicinarsi dell’inverno. In origine era un istituto all’avanguardia che poteva accogliere fino a 60 bambini e curava la parte dello svezzamento con le nutrici e le balie, controllate dalla suore che oltre ad accudire i piccoli vigilavano sulla qualità del latte che offrivano le balie. Abbiamo riunito in una sezione storica questa parte documentaria che ha un’aggiunta di valore grazie al coinvolgimento di un attore locale, Dario Zema, che ha prestato la sua voce ad arricchire la testimonianza scritta e visiva».

Il Pi.Co

«Un piano contemporaneo – evidenzia Angela Pellicanò – è una sezione del palazzo che non si dissocia, è un elemento contemporaneo di continuità, di ricerca mentre il contenitore è tutto sommato storicizzato per via della presenza della cosiddetta collezione “Campolo” e anche del museo San Paolo all’interno, nel piano alto abbiamo creato una piccola sezione in cui cercheremo di sperimentare neo linguaggi. Non solo noi, come commissione scientifica, ma la città metropolitana potrebbe farlo. Abbiamo solo cercato di dare un’indicazione su quelli che sono i linguaggi dell’arte contemporanea, le contaminazioni, la ricerca e l’evoluzione. Come avviene nella letteratura e nella fotografia, anche l’arte ha questa necessità. Abbiamo voluto artisti che non fossero di Reggio, anche se c’è una presenza reggina». Un modo questo per non chiudersi, per non implodere.

Riscoprire l’identità di un palazzo

«È il primo progetto che inauguriamo –prosegue Pellicanò – ci è sembrato giusto partire dalle base, raccontare quello che è stato il palazzo con uno nostro primo contributo della commissione. Ci apriamo oltre i confini del territorio.
Un primo lavoro che prosegue l’artista «non è facile e che nasce dal desiderio di dare un’identità al palazzo, un’identità stratificata nel tempo. Abbiamo arrotolato il nastro da un avvenimento, che non è l’origine di palazzo ma l’incidente di percorso. Siamo partiti dal momento più tragico: la morte di queste trentatré creature, avvenuta il 21 maggio del 1943, durante la Seconda Guerra Mondiale. Le morti sono questi trentatré sono diventate l’incipit. E poi c’è l’archivio che irraggia la mostra, è il nucleo centrale. Un linguaggio che potrebbe sembrare asfittico, di ricerca d’archivio però è stata presentata con una veste nuova, divenendo momento di riflessione utilizzato dagli artisti per amplificare la suggestione e dare degli input di lettura e approfondire l’aspetto contemporaneo dei fatti». Sintetizza il perché del tema e della mostra «Quando accade un fatto se noi ne abbiamo memoria storica nel momento in cui dovesse risuccedere, già lo abbiamo elaborato e, questo ci aiuta ad essere più sensibili verso i fatti altrimenti siamo un popolo senza memoria, persone che non imparando non hanno la capacità di dare dignità al presente. Dal fatto ci si è aperti ad una dimensione più universale, perché gli artisti poi hanno metabolizzato e reso, attraverso i loro differenti linguaggi».

Cambiare il punto di vista

Tornando all’inizio, è una mostra che parte dal parcheggio «perché qui giocavano i bambini, nel retro – ed inoltre – c’è la volontà non di bypassare la storicità del palazzo, ma di creare un’alternativa contemporanea, un modo diverso di vedere le cose, una metafora, un modo diverso di leggere questo palazzo». Una metafora che si estende al vissuto contemporaneo: è il momento di cambiare il nostro punto di vista della città che non è solo ciò che vediamo, ma è anche altro «che passa attraverso la tragedia, ma questo non vuol dire che noi siamo chiusi dentro la tragedia, stiamo cercando di imparare dalla metafora e coglierne gli aspetti simbolici».