martedì,Novembre 24 2020

Hermanos, la maschera amara dell’emigrazione in Argentina

In scena a SpazioTeatro il lavoro degli attori e registi Giuliano Bonanni e Stefano Angelucci Marino

Hermanos, la maschera amara dell’emigrazione in Argentina

Hermanos“, la maschera amara dell’emigrazione in Argentina. In scena Spazio Teatro il lavoro degli attori e registi Giuliano Bonanni e Stefano Angelucci Marino. Fratelli non di nascita, ma di sangue e, nel sangue, accomunati da più di una passione e dallo stesso destino.

“Spazio Teatro” ne “La casa dei racconti” accoglie “Hermanos”, frutto del lavoro degli attori e registi Giuliano Bonanni e Stefano Angelucci Marino, in scena con Chiara Donada e Rossella Gesini, per una produzione del Teatro Stabile d’Abruzzo, in collaborazione con il Teatro del Sangro e l’associazione culturale “Luigi Candoni”.

È raro vedere nel piccolo palco di SpazioTeatro tanti attori tutti insieme: in quattro raccontano la vita degli emigrati in Argentina, così come era successo con “Tanos”, nella passata stagione. Ma quella era un’altra umanità, era l’emigrazione buona, quella che cerca di ricostruire la famiglia oltre oceano.

Lo scenario di “Hermanos” ha un altro odore, sa di sudore di palestra e di sordido rumore d’incesto. Gli “hermanos” rappresentano il sottoproletariato urbano in un barrio di periferia a Buenos Aires, degli anni Cinquanta: persone disperate e senza speranza.

Sembra di sentirla la risata di fondo di questo destino che mai ha lasciato Rino e Dante, i due “hermanos”, venuti dall’Abruzzo e dal Friuli, che condividono l’amore per la boxe, insieme alla miseria che pensavano di essersi lasciati alle spalle dopo aver superato l’impatto di fame e di disperazione con l’Argentina. Una miseria che, dopo otto anni, continuerà a stanare le loro anime e a prendersi “cura” di loro fino a portarli nell’abisso, come una maledizione.

La genesi

Per comprendere questa pièce si deve entrare nella stessa genesi che è avvenuta lì in Argentina, Uruguay, Paraguay, nelle comunità di italiani. Mentre “Tanos” è stata una storia richiesta dalle comunità che hanno voluto fortemente che si scavasse nelle radici per parlare del loro drammatico vissuto, “Hermanos” è stato un grido, una storia che ha urlato di essere raccontata, proprio mentre gli autori sviluppavano i loro tour teatrali in quei luoghi. Una storia che prende la mosse da “Rocco e i suoi fratelli” e che si completa con “I racconti del ponte della Ghisolfa” di Giovanni Testori. Potrebbe essere in teoria una storia di redenzione, fino alla fine ci sono tutte le carte in regola perché lo sia, ma la miseria finisce per fagocitare inesorabilmente tutto e tutti.

Scrittura e linguaggio

Capitolo a parte è la scrittura del testo, che nasce, come confessano gli attori dall’improvvisazione in cui, in cocoliche, s’incontrano il dialetto abruzzese e quello friulano. La verità è che nelle periferie di Buenos Aires in quegli anni il cocoliche, la lingua mista, rispondeva allo sforzo degli emigrati di incontrarsi e di riconoscersi. Dall’improvvisazione cristallizzata gli attori sono riusciti, con questo linguaggio, ad arrivare al testo.

È proprio il linguaggio che ne viene fuori riesce a destabilizzare, a tratti, lo spettatore. Bisogna restare ben sintonizzati su questo mix di parole, vecchie e nuove, maccheroniche di uno spagnolo buffo, italianizzate e storpiate. L’effetto è comunque curioso e piacevole. L’unica nota critica è che, a tratti, si possono perdere le sfumature, ma il confine della storia resta netto e comprensibile.

Le maschere

C’è amore, ambizione, disperazione in questa storia che i protagonisti portano avanti con le maschere sul viso, non sono le maschere della commedia dell’arte ma quelle antropomorfe che intercettano un nuovo codice, dietro alle quali c’è il decennale studio di Bonanni. Come spiegheranno gli autori, oltre a non distinguere i volti, pubblico si può identificare con la trasfigurazione.

In “Hermanos”, gli autori hanno raggiunto lo scopo di allargare la trama ai tanti sottotesti che si pongono alle riflessioni dello spettatore. Digerita in silenzio la storia, rimase la mostruosa attualità dello sradicamento e della perdita d’identità.