mercoledì,Novembre 25 2020

Autenticità e pregiudizi ne “Le verità di Bakersfield”

Palmi, applausi per il dramma comico diretto da Veronica Cruciani, nella rassegna de Gli Amici della Musica Manfroce

Autenticità e pregiudizi ne “Le verità di Bakersfield”

Autenticità e pregiudizi ne “Le verità di Bakersfield”. Palmi, applausi per il dramma comico diretto da Veronica Cruciani, nella rassegna de Gli Amici della Musica Manfroce.

Nella fede incrollabile nell’autenticità di un’opera d’arte ripone le sue energie e il riscatto dai travagli e dai dolori di una vita, la tenace e volitiva Maude, cinquantenne barista disoccupata e residente da oltre trent’anni in una roulotte. Abbandonata dal marito, sopravvissuta al figlio morto in un incidente, Maude vive sospesa tra una profonda inquietudine e una irrefrenabile leggerezza ed allegria.

Interpretata da una straordinaria Marina Massironi, Maude incontra il serioso Lionel, interpretato da un brillante Roberto Citran, per il quale l’unica verità incontrovertibile è quella dell’arte. Per lui nessun brivido ma solo conoscenza e competenza, uniche alleate che salvano dal dubbio e persino dall’errore in cui la falsità induce. Lei forte senza saperlo, lui solo convinto di esserlo.

Marina Massironi e Roberto Citran, in questa occasione a Polistena ma già conosciuti dal pubblico calabrese che qualche anno fa li ha applauditi sul palco del teatro Cilea di Reggio Calabria in occasione dello spettacolo “Il solito viaggio”, interpretano Maude e Lionel, i protagonisti di un improbabile incontro al centro della drammaturgia del regista statunitense Stephen Sachs “Le verità di Bakersfield” (titolo originale Bakersfield Mist).

Trasposto sul palcoscenico in Italia da Veronica Cruciani, lo spettacolo è andato in scena all’auditorium comunale di Polistena, nell’ambito della rassegna promossa dall’associazione Amici della Musica Nicola Antonio Manfroce di Palmi, presieduta da Antonio Gargano, e cofinanziata nell’ambito dall’avviso pubblico Eventi culturali 2018 della Regione Calabria.

Al centro della narrazione la ricerca di autenticità in un’opera d’arte come nelle persone. Una ricerca che nel dramma di Sachs si dipana nella periferia di una cittadina della California, dove in una roulotte vive Maude e dove in limousine arriva Lionel, l’esperto d’arte newyorkese.

La regista Veronica Cruciani, che molto gioca con lo spazio della scena e oltre, affida una particolare forza immaginifica ed evocativa, che è anche potenza narrativa, alla distanza e alla vicinanza tra i personaggi, alle posizioni di Maude, che parla dall’oblo della roulotte o dalle scale, rispetto a Lionel, in ginocchio oppure disteso a terra per osservare il quadro, e viceversa.

«Temi intimi e dolenti scandiscono quest’opera – ha spiegato Marina Massironi – che invita ad una riflessione profonda sulla verità e su chi sia legittimato ad essere creduto. La scrittura di Stephen Sachs è molto efficace poiché coniuga comicità e dramma, smascherando i pregiudizi di cui è intrisa l’attuale società.

Maude è una donna molto forte e intelligente che però non ha avuto occasione di prendere l’ascensore sociale che le consentisse di raggiungere quei livelli alti della società in cui si è creduti. Il suo personaggio costituisce una provocazione circa un divario sociale che non solo rende precarie le condizioni di vita, ma classifica le persone anche con riferimento alla credibilità e alla serietà di quanto da loro pensato e detto.

La domanda di fronte alla quale ci pone questo dramma comico cerca di indagare se esista qualcuno che detenga la verità e che debba essere creduto più di un altro; sollecita l’ammissione di quanto i pregiudizi di cui la società è imbevuta condizionino questa dialettica quotidiana tra le persone», ha commentato Marina Massironi.

Quella diversità tra una donna di basso ceto sociale e un uomo di ben altra estrazione, apparentemente privi di altri argomenti di cui discutere se non la contingenza dell’accertamento dell’autenticità del quadro, si assottiglia fino a mutare lo scenario e ad abbattere ogni barriera.

Pregnante la scena finale in cui, come cullava la foto del figlio mentre a Lionel, non più estraneo e distante, raccontava delle lamiere accartocciate in cui era morto, culla quel quadro che il mondo non vuole riconoscere come autentico, nonostante lei crede che lo sia. La scena diventa essa stessa una tela, di dannunziana ispirazione, in cui gli schizzi di colori sono i giorni di una esistenza piena di tutto, dolore e gioia, in cui verità è in realtà “solo ciò in cui si sceglie di credere”.