giovedì,Ottobre 21 2021

Pandemia e diseguaglianze, il team di Anassilaos si confronta online

Tema della conversazione con Antonino Romeo l'analisi e le conseguenze di carattere sociale ed economico della peste a Reggio del 1300 ad oggi

Pandemia e diseguaglianze, il team di Anassilaos si confronta online

Ancora un incontro in remoto promosso dall’Associazione Culturale Anassilaos congiuntamente con lo Spazio Open disponibile da martedì 8 dicembre sul sito facebook di Anassilaos e su You Tube. Tema della conversazione del prof Antonino Romeo “Pandemie, disuguaglianze, Stato sociale“, una analisi delle conseguenze di carattere sociale ed economico delle le grandi pandemie, che hanno interessato anche Reggio, dalla peste del 1348-1350 ad oggi.

Com’è spesso avvenuto in passato, anche questa volta l’emergenza sanitaria si è trasformata in disastro economico e in vero dramma umano: nei Paesi meno sviluppati, almeno cento milioni di persone sono precipitate sotto il livello minimo di sussistenza, fissato a soli 1,90 dollari al giorno; nei nostri Paesi a più alto tenore di vita, dilaga oggi la disoccupazione, frutto di una stasi produttiva sempre meno sopportabile. Eppure da una lettura più attenta della storia si può notare che altre catastrofi, naturali come le pandemie o causate dall’uomo come le guerre, hanno invece determinato una significativa riduzione delle disuguaglianze sociali e della povertà.

E’ stato così in occasione dell’epidemia di colera che si abbatté sull’Europa nel corso dell’Ottocento e che falcidiò soprattutto i poveri, costretti a vivere ammassati in ambienti malsani e del tutto privi di igiene. A quel flagello il governo inglese reagì allestendo a Londra una moderna rete fognaria ed intervenendo attivamente per migliorare la salubrità dei quartieri operai, cose che giovarono al proletariato londinese più di mille inchieste o proclami. E’ stato così dopo le due guerre mondiali del Novecento quando, come ha dimostrato l’economista francese Thomas Piketty, la forbice delle disuguaglianze si è ristretta perché in entrambi i casi lo Stato si è fatto carico dei nuovi disagi sociali ed è intervenuto, soprattutto dopo il 1945, con nuove strutture e più complete forme di tutela.

Da ciò si evince che dalle difficoltà estreme si può uscire solo ripensando il ruolo dello Stato e restituendogli il compito di elaborare visioni prospettiche e d’insieme, capaci di coinvolgere l’intera comunità nazionale. D’altra parte, come ha sottolineato lo storico anglo-americano Tony Judt, lo Stato sociale è nato ed ha operato sempre con funzione preventiva, per impedire, da Bismarck in poi, l’affermazione dei partiti socialisti prima e comunisti poi. Oggi si tratta di impedire che il disagio e la rabbia dei cittadini si trasformino in rifiuto della democrazia e in avallo, più o meno consapevole, a progetti autoritari. Lo Stato sociale è stato immaginato e costruito da liberali capaci di pensare al bene comune, come Keynes o Beveridge, e non paladini estremi del primato del mercato.

Si tratta anche oggi di ancorare l’azione politica agli irrinunciabili caposaldi della libertà e della giustizia, per generare un nuovo Stato sociale, non più banalmente universalistico ed assistenziale nelle sue tutele, ma che intervenga sulle grandi ed insolute questioni. Lo Stato si concentri sulla difesa del territorio, sul rammendo ed il recupero delle periferie, sulla rete dei trasporti utilizzati ogni giorno da milioni di persone, sulla costruzione e la manutenzione di scuole ed ospedali, sulla digitalizzazione e il rinnovamento della Pubblica Amministrazione, sulla scolarizzazione permanente dei cittadini e sulla ricerca: toccherà poi alle forze produttive, alle imprese che agiscono sul mercato, al mondo del terzo settore tradurre in atto quelle indicazioni, per avviare un nuovo patto sociale che dia senso concreto alla nostra irrinunciabile democrazia.

Articoli correlati

top