sabato,Luglio 2 2022

Reggio, luce storica degli Amici del Museo sulla “falsa porta”

Focus di Arillotta sull’architrave in pietra, recante un’iscrizione in latino, ritrovato nel 1788: «Non c’era un tempio ma una tomba»

Reggio, luce storica degli Amici del Museo sulla “falsa porta”

Con la partecipazione di gran numero di soci e simpatizzanti, si è tenuto, nella Sala delle Conferenze del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, l’annunciato incontro, organizzato dall’Associazione “Amici del Museo”, avente per argomento «La ‘falsa porta’ della tomba reggina del Seviro Augustale Quinto Fabio, liberto ingenuo».

Ad inizio dei lavori, l’intervento del Direttore del Museo, Carmelo Malacrino, il quale ha illustrato il ricco programma di manifestazioni predisposto dall’Istituzione museale per solennizzare il 50º anniversario del ritrovamento dei Bronzi di Riace. Malacrino ha, anche, sottolineato l’interesse verso l’iniziativa presa dall’Associazione, di promuovere le importanti testimonianze archeologiche esposte nelle sale di Reggio, rapportandole alla trimillenaria storia della città.

Presentato da Chiara Spadaro, ha preso la parola il Presidente dell’Associazione, professor Francesco Arillotta, il quale ha iniziato dicendo che il reperto archeologico in esame è un architrave in pietra, di ridotte dimensioni, recante un’iscrizione in latino, ritrovato nel 1788 nell’aria oggi di Via della Zecca. «Il suo testo – ha spiegato Arillotta –facendo riferimento a qualcosa consacrata a Iside e Serapide, aveva fatto pensare, al momento della scoperta, all’esistenza, in Reggio, addirittura di un tempio dedicato a quelle divinità, di cui l’architrave segnava la porta d’ingresso».

Ma, data la modestia delle dimensioni di questo accesso, si è voluto fare una ricerca approfondita proprio nel campo dell’edilizia sacra egizia. Ne ha relazionato la vicepresidente, professoressa Minella Bellantonio, la quale ha parlato di una struttura molto particolare che caratterizzava gli edifici funebri di quella antichissima Civiltà. Dal suo veramente ampio lavoro è venuto fuori che architravi simili a quello reggino, completi di iscrizione dedicatoria a Iside e Serapide, nonché illustrativa del defunto, erano componenti della cosiddetta “falsa porta”. «Che, secondo le loro credenze – ha evidenziato Bellantonio – consentiva al defunto di mantenere i rapporti con il mondo dei vivi».

La relatrice ha presentato tutta una ricca ed illuminante serie di tali strutture funerarie, che hanno confermato la tesi principale. «Quindi – ha ripreso Arillotta – non di un tempio, difficilmente spiegabile anche in considerazione del fatto che l’iscrizione data il reperto tra I e II secolo dell’era cristiana, si tratta, ma della tomba che un tal Quinto Fabio, seguace della religione egizia, molto in voga in quei tempi, si volle costruire a Reggio».

Il personaggio in questione, in base sempre al testo dell’iscrizione esistente, risulta essere un ricco liberto di quella Famiglia dei Fabi, della cui presenza in riva allo Stretto esistono altre testimonianze funerarie, che doveva aver ottenuto il riconoscimento imperiale di “ingenuo”, cioè di “nato libero”, e che qui ricopriva la carica di Seviro Augustale, cioè di curatore del culto ad Augusto, nonché organizzatore, a proprie spese, di giochi gladiatorii e di spettacoli teatrali.

«In questo modo – ha concluso Arillotta – abbiamo testimonianza del vivo culto di cui Ottaviano Augusto godeva tra i Regimi, dell’esistenza di una struttura nella quale si potevano tenere manifestazioni pubbliche, nonché dell’alta condizione economica che Reggio offriva, tanto da indurre un uomo ricchissimo come questo Quinto Fabio, a vivere, ed anche a preferire di restare da morto nella nostra città, insieme alla moglie Fabia Candida».

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