Dl Rilancio: dai campi ai cantieri, gli “invisibili” scioperano contro la «sanatoria truffa»

In piazza a Reggio Calabria i lavoratori esclusi dalla regolarizzazione inclusa nel decreto. Ma la mobilitazione non si limita ai campi. I "fantasmi" senza diritti sono tanti e vogliono un futuro
In piazza a Reggio Calabria i lavoratori esclusi dalla regolarizzazione inclusa nel decreto. Ma la mobilitazione non si limita ai campi. I "fantasmi" senza diritti sono tanti e vogliono un futuro

Di Alessia Candito

Invisibili per il governo, ci hanno messo la faccia in piazza. Contro limiti e paletti alla regolarizzazione inserita nel decreto Rilancio, anche i braccianti migranti della Piana hanno incrociato le braccia. E come a Foggia, dove l’Usb ha convocato la propria manifestazione nazionale che ha invaso come un fiume di gente le campagne dove migliaia di invisibili quotidianamente lavorano a schiena curva, anche di fronte alla prefettura di Reggio Calabria sono state “consegnate” le cassette di frutta diventate simbolo del quotidiano sfruttamento dei lavoratori della terra. Ma non solo. Perchè ad essere esclusi dalla possibilità di declinare la propria vita al futuro, di avere diritto ad una tessera sanitaria dunque a un medico di base in piena pandemia sono migliaia di lavoratori impiegati in settori che il governo ha tagliato fuori dalla regolarizzazione, limitata a braccianti, colf e badanti. 

«Conte metta gli stivali»

«Il governo ha deciso di dare la precedenza ai carciofi e non agli esseri umani. Adesso, il premier Giuseppe Conte metta gli stivali e venga ad ascoltarci, perché qui ci sono esseri umani non braccia» ha detto da Foggia il dirigente dell’Usb, Aboubakar Soumahoro. Parole che hanno infiammato anche la piazza di Reggio, dove il presidio di una delegazione di una ventina di braccianti della Piana e lavoratori migranti che vivono in città e nell’hinterland ha fatto eco ad una mobilitazione nazionale che si è estesa da Saluzzo alla Sicilia, dal beneventano alla Basilicata. Oggi nei campi nessuno ha raccolto frutta e verdura, tutti i trattori sono rimasti spenti, le macchine agricole ferme.

Braccianti, agricoltori e la Gdo

Una battaglia che parte dalle campagne, ma non riguarda solo i braccianti. «Riguarda tutti, ha a che fare con la costruzione di una filiera etica del cibo e passa – spiega Soumahoro – per la costruzione di un fronte che tenga insieme anche consumatori e piccoli produttori».

Perché i braccianti, costretti a vivere senza diritti né dignità da un sistema che solo così riesce a marginare, sono l’ultimo anello di una catena di vessazioni che coinvolge anche gli agricoltori, costretti a subire i prezzi di vendita imposti, e i consumatori che subiscono rincari utili solo ad aumentare il fatturato delle grandi aziende.

«Questo è il risultato dello strapotere della Grande distribuzione (Gdo), un settore che fattura 83 miliardi l’anno, ma mai è stato chiamato dai governi a rispondere dei problemi della filiera».

Dai campi ai carrelli

Per questo, contro il ricatto adesso l’Usb chiama al fronte unico, costruito con lo sciopero dei carrelli – rimasti vuoti oggi e che vuoti per protesta rimarranno ogni 21 dei prossimi mesi – con l’adesione alla mobilitazione di piccoli e medi produttori e a luglio, un’assemblea.

Perché la battaglia non si fermi, perché una volta per tutte le problematiche della filiera vengano affrontate dalle cause e non dalle conseguenze. «Questo fiume di esseri umani – rivendica Soumahoro – è la dimostrazione che nelle campagne mancano i diritti, non le braccia. Abbiamo osato scioperare per sfidare la politica del cinismo, per sfidare i ricatti, i soprusi e per dimostrare che a marcire sono i diritti dei lavoratori. Questo è solo l’inizio», tuona Soumahoro.

L’esercito degli invisibili

Ma se lo sciopero parte dalle campagne non è lì che si ferma. «La mobilitazione di oggi non riguarda semplicemente il settore agricolo», spiega il dirigente calabrese dell’Usb, Peppe Marra. «Anzi, la limitazione delle procedure di regolarizzazione a braccianti, colf e badanti è uno dei principali problemi». Nel decreto Rilancio, due sono i canali di emersione previsti. E le maglie per entrambi sono strettissime.

Pericolo racket

Nel primo caso previsto dalla norma, il datore di lavoro può denunciare di avere irregolarmente alle proprie dipendenze uno o più dipendenti a nero, italiani o stranieri, e dietro pagamento di 400 euro più i contributi arretrati, regolarizzare quelle posizioni senza timore di incorrere in sanzioni.

«Non succederà mai – dicono con disincanto dall’Usb – al massimo questo, come in passato, darà il via ad un vero e proprio racket di finti contratti, con i lavoratori costretti a pagare quello che spetterebbe ai datori di lavoro».

La regolarizzazione impossibile

Ancor più strette le maglie per chi attualmente non ha un lavoro. Alla regolarizzazione può accedere solo chi è irregolare sul territorio nazionale dal 31 ottobre 2019 e solo ed esclusivamente se possono dimostrare di aver già lavorato in agricoltura e zootecnia, pesca, assistenza alla persona o lavoro domestico.

E chi lavora nei cantieri, si arrampica sulle impalcature, fa avanti indietro nelle città per consegnare pacchi, cene, buste della spesa? Non è previsto, dimenticato. E chi lavora nelle cucine, si spacca la schiena nelle fabbriche, sistema tubi, prese, o magari aspira semplicemente ad un lavoro diverso da quello nei campi? Per il governo rimane invisibile.

L’esercito degli invisibili

Ma sono tanti. E sono stanchi di una vita impiccata a permessi e contratti di sei mesi, gli unici che ai richiedenti asilo che ancora battagliano fra commissioni, ricorsi e reiterate sono concessi.

«Noi paghiamo le tasse in Italia, affittiamo le case, compriamo cibo e vestiti, contribuiamo con il nostro lavoro all’economia. Perché non dobbiamo avere dei documenti, ma solo permessi temporanei?», dice Abra al megafono. Urla, la mano gli trema, l’emozione gli accartoccia un po’ l’italiano quasi perfetto che ha imparato a parlare, ma il messaggio è chiarissimo.

Niente magie per Tariqul

Come lineare è il ragionamento di Tariqul, un mago dei computer, in grado di rimettere in sesto qualsiasi dispositivo elettronico abbia smesso di funzionare. Vorrebbe mettere a frutto il su dono, magari aprire un’attività ma non può. Da richiedente asilo, non gli è consentito di accedere a finanziamenti, si deve accontentare di lavoretti per conto di qualcuno, che gli consentono di rinnovare di sei mesi in sei mesi il permesso.

«Questa non è una sanatoria, è una truffa. Chi non lavora come bracciante, colf o badante non può accedere. Per questo siamo scesi in sciopero e lo faremo ad oltranza se la legge non cambierà, perchè il futuro è un nostro diritto. Ma poi, se io potessi aprire la mia attività, fare degli investimenti, pagare le tasse qui, vivere e non sopravvivere, non converrebbe anche allo Stato italiano?».

Doppio ricatto

La risposta è logica, ma a chi disegna le norme che regolano la vita di decine di migliaia di persone evidentemente sfugge. «O forse no – suggeriscono dal sindacato – perché avere un esercito di lavoratori sfruttabili, disposti a tutto pur di avere o mantenere un documento conviene. Permette anche di ricattare i lavoratori italiani. Ma questo adesso iniziano a scoprirlo in tanti».