Sudano: «I bronzi di Riace erano due, lo testimoniano le carte»

L'archeologo, ospite dell'Anassilaos insieme al funzionario subacqueo Ghelli, spiega la richiesta di finanziamenti per fare indagini nel punto i cui furono trovati i due guerrieri
L'archeologo, ospite dell'Anassilaos insieme al funzionario subacqueo Ghelli, spiega la richiesta di finanziamenti per fare indagini nel punto i cui furono trovati i due guerrieri
Da sinistra Sudano, Calabrò, Ghelli e Laface

«La risposta all’interpellanza parlamentare presentata al ministro dei Beni culturali Dario Franceschini sui Bronzi di Riace è stata occasione per chiedere dei finanziamenti per fare indagini nel punto del mare di Riace dove furono trovate le statue dei due guerrieri».

Così Fabrizio Sudano, delegato del direttore generale avocante della soprintendenza Mibact Reggio Calabria – Vibo Valentia. Anche perché, come ricorda lo stesso archeologo, rispetto al 1972, anno di ritrovamento dei due guerrieri di Riace, ci sono sei metri di sabbia in più a peggiorare eventuali ricerche. A sottolineare la sinergia del Comune con la soprintendenza la presenza dell’assessore comunale alla valorizzazione del patrimonio culturale della città, Irene Calabrò, reduce dalla borsa internazionale del turismo a Pestum.

L’evento

Anche di questo si è discusso con l’associazione culturale Anassilaos, qualche giorno fa, alla Biblioteca Pietro De Nava, con il patrocinio del Comune di Reggio Calabria, nell’incontro sul tema “Il patrimonio archeologico sommerso della Calabria meridionale: tutela, conservazione e valorizzazione”, nel corso del quale ha relazionato Alessandra Ghelli, funzionario archeologo subacqueo del segretariato regionale Mibact Calabria, moderato da Marilù Laface, responsabile beni culturali associazione Anassilaos.

A Sudano non potevamo non chiedere dei due bronzi di Riace, tornati prepotentemente agli onori delle cronache, dopo l’inchiesta de “Le Iene” che ha sollevato dubbi sulla presenza di altro materiale nel luogo di ritrovamento e sull’eventuale furto di una parte dei reperti. L’archeologo, a tal proposito, è tassativo «Per me che sono un funzionario dello Stato parlano le carte, nel 1972 io non ero ancora nato, abbiamo ricostruito le vicende ma dalla carte che abbiamo è confermata la storia che si conosce: i bronzi erano due, sono stati ritrovati, ce li abbaiamo esposti e io direi che ce li possiamo fare bastare». Ma l’archeologo è stato anche uno dei primi ad occuparsi, sin dal ritrovamento, nel 2016 dei resti custoditi sotto la centralissima piazza Garibaldi.

Fabrizio Sudano

Ora che si è fatta chiarezza sul progetto, cosa potranno aspettarsi i reggini?
«L’aspettativa è alta – chiarisce – sia da parte dei cittadini che hanno dimostrato grande interesse all’epoca della scoperta, nel 2016, ma anche da parte dell’autorità scientifica che si aspetta di dare alla città un’area archeologica all’aperto o oppure no. Tutto dipenderà da quello che verrà fuori dal sottosuolo: ancora non sappiamo cosa lo scavo ci dovrà dire, speriamo che sia una struttura imponente che faccia comprendere la Reggio di età romana». E, a proposito di cifre da impiegare per il sito «Ringraziamo l’amministrazione comunale di Falcomatà, con la spinta degli assessori Irene Calabrò e Giovanni Muraca, è riuscita a convertire il finanziamento del parcheggio sotterraneo per lo scavo archeologico prima e per la riqualificazione di piazza Garibaldi dopo. Siamo stati fortunati poiché la somma è di circa dieci milioni di euro. Per lo scavo attualmente ne sarà utilizzato un milione , tutto il resto, potrà essere usato per il restauro, la riqualificazione e la valorizzazione della piazza».

I ritrovamenti del lungomare: frammenti lignei
Particolarmente interessante l’intervento della Ghelli che ha fatto luce sul suo ruolo e sulle ultime scoperte di fronte al cosiddetto “cippo” nelle acque di fronte al lungomare
«Già da luglio 2018, il settore dell’archeologia subacquea, nell’ambito del Mibact ha ripreso nuovo impulso sia con dei progetti ministeriali in corso, stiamo poi intervenendo con le azioni di tutela in mare, partendo dalle segnalazioni più recenti, facendo ricerche d’archivio con le segnalazioni pregresse e intervenendo direttamente in acqua per verificare quanto viene segnalato. Spesso si tratta di segnalazioni che fanno riferimento a veri ritrovamenti riguardanti il nostro patrimonio storico artistico, in altri casi si tratta invece di oggetti moderni. Noi interveniamo documentando tutto».

Cosa è stato ritrovato nelle acque del lungomare?
«Sono stati ritrovati dei frammenti lignei, porzioni di uno o più relitti e poi erano già stati segnalati numerosi frammenti di anfore e anche anfore integre afferenti però ad un ampio spazio cronologico. Ad oggi abbiamo fatto sopralluoghi, il primo ad agosto 2019 che ha permesso di delimitare maggiormente l’area segnalata. La particolarità è che i legni, anche con il sopralluogo che era stato fatto nel 2017 non erano emersi, sono emersi il 7 agosto 2019, abbiamo dovuto immediatamente attivarci per l’immediata azione di tutela dei legni che in quanto materiale organico doveva essere protetto immediatamente. Abbiamo provveduto a reperire del tessuto non tessuto, del geotessile e dei sacchi di sabbia che sono stati apposti sopra i legni. Al momento ci siamo limitati ad attività di sopralluogo e monitoraggio, con il primo finanziamento che è arrivato di 100mila euro riusciremo ad ampliare le aree di indagine e riusciremo a fare delle piccole attività di analisi per conoscere le essenze lignee e altre attività di monitoraggio».