sabato,Gennaio 28 2023

Coronavirus, Curia: «Seguiamo le regole e torneremo presto ad abbracciarci»

Intervista a Rubens Curia che parla della sanità in Calabria: «Il commissariamento ha fallito». E punta su criticità e carenze di personale

Coronavirus, Curia: «Seguiamo le regole e torneremo presto ad abbracciarci»

L’emergenza sanitaria in Calabria continua a tenere banco e mentre l’Italia intera parla di un sistema logorato da anni di incompetenza, ruberie e malaffare, c’è chi guarda al presente con consapevolezza e competenza cercando di mettere in campo tutte le azioni necessarie per un futuro diverso. Abbiamo snocciolato diversi nodi del sistema sanitario Calabrese, partendo proprio dalla gestione dell’emergenza dettata dal Coronavirus, con il portavoce della “Comunità competente” il dottor Rubens Curia componente della task force anti covid di Reggio Calabria ed ospite del format “A tu per tu – Oltre la notizia”. 

A lui abbiamo chiesto, in prima battuta, di analizzare i dati attuali legati ai contagi da Covid, soprattutto in vista delle riaperture legate all’ormai imminente “Zona gialla” e alle festività natalizie.

I numeri del Covid

«Credo sia necessario partire proprio dai numeri – ha affermato Curia – Basti pensare che in questi ultimi giorni i reparti di malattie infettive e pneumologia del Gom hanno 113 ricoverati quando nella normalità questi reparti hanno rispettivamente 20 e  16 posti letto. Quindi, da 36 posti letto siamo passati a 113. Da questo si evince che, nonostante si sia ridotto il numero dei contagi, il problema esiste ed è ancora preoccupante. Un altro dato che deve farci riflettere ancora oggi è quello relativo ai decessi. Dal 20 febbraio all’8 dicembre abbiamo avuto in Calabria 360 decessi.

Ma quello che deve farci riflettere è che fino al 24 di ottobre, in otto mesi, abbiamo contato 105 morti. Poi in soli due mesi ne abbiamo registrati 255 e questo è un dato abbastanza preoccupante. Nell’ultima settimana, invece, abbiamo una diminuzione dei casi in isolamento domiciliare che sono quei soggetti che dovrebbero essere in carico e seguiti dalle Usca (unità speciali di cure assistenziali) per impedire che queste persone si sentano abbandonate e quindi vadano in ospedale a farsi ricoverare dove invece non ci sono posti».

Assistenza domiciliare e Usca

In questo periodo di emergenza anche chi vive in prima linea le difficoltà come, ad esempio, i medici del Gom hanno suggerito in diverse occasioni l’istituzione di una rete di assistenza domiciliare per andare ad alleggerire il carico delle strutture ospedaliere. Ci siamo domandati, dunque, perché oltre all’apertura dell’ospedale di Gioia Tauro non si è pensato anche a questo strumento?

«Qui iniziamo a tirare le orecchie a chi di dovere. Nei primi giorni di marzo il Governo Conte aveva emanato un decreto in cui, entro 30 giorni, ordinava alle Regioni di attivare le Usca. La Santelli, nei tempi giusti, il 27 di marzo decide che andavano istituite 32 Usca in Calabria, una ogni 50 mila abitanti. Di queste 32 unità, fino a 3 settimane fa, solo 16 sono state attivate. Ora, finalmente si stanno attivando anche da noi. Nell’azienda provinciale di Reggio Calabria erano previste 12 unità ma noi fino ad ora siamo andati avanti solo con 6.

Le Usca sono fondamentali per tutte quelle persone contagiate ma asintomatiche o con sintomi lievi che possono essere seguite o telefonicamente o con visite a domicilio da parte di personale medico e sanitario qualificato. A questo punto è evidente che se non si attiva tutto il “fuoco di sbarramento” che viene messo a disposizione, e va chiarito che questi sono fondi speciali dedicati all’emergenza assegnati dal Governo alle Regioni, non si può risolvere il problema. Sono fondi già arrivati in Calabria e, poiché l’emergenza Covid non si consumerà nei prossimi giorni, vanno utilizzati. Ad esempio nella Locride sono state attivate altre due Usca. Il ritardo è evidente, forse presi dal sole estivo si erano convinti che l’emergenza Covid fosse superata. Un altro aspetto fondamentale è quello relativo al tracciamento, riuscire a trovare le persone asintomatiche per ridurre il tempo del contagio. Anche qui si sono avvertiti ritardi incredibili ad individuare i laboratori».

“Zona rossa” e responsabilità politiche

Probabilmente, però, i numeri snocciolati dal dottor Curia giustificano solo parzialmente le restrizioni che hanno colpito la Calabria, prima con la “Zona rossa” e poi “arancione”. Quello che fa dubitare è che, probabilmente, con una gestione politica in grado di fornire risposte adeguate, soprattutto nei mesi estivi, oggi non si sarebbe arrivati a questo punto. Quello che ci domandiamo è quanta, di questa emergenza, è responsabilità politica della Regione in una gestione che sta mettendo in crisi l’economia calabrese?

«L’otto di ottobre è stato firmato un accordo tra lo Stato e le Regioni dove erano previsti i 4 scenari che tutti conosciamo con i quattro colori relativi ai dati Rt. Nel nostro caso la “zona rossa” è diventata un elemento di prevenzione essendo la Calabria considerata un sistema sanitario fragile e non in grado ancora di sviluppare un corretto tracciamento. Quindi se non si interveniva con la “zona rossa” in 45 giorni ci sarebbe stato un disastro. Esistono ovviamente responsabilità lontane. Dal commissariamento decennale che non ha prodotto nulla. Fino ad arrivare a quello che abbiamo purtroppo visto tutti a livello nazionale che ci ha fatto male, ovvero, sapere che c’era un ritardo enorme dei commissari delle Asp, un conflitto interno tra Cotticelli e la Regione, il tutto mentre noi avevamo il Covid in casa.

Queste cose non erano tollerabili nella normalità figuriamoci con una pandemia in corso. Doveva esserci un’unità d’intenti che è mancata. Il piano Covid era stato fatto anche se lo stesso Cotticelli non si era accorto di averlo fatto. Noi lo denunciamo continuamente che i soldi ci sono, e sono anche tanti, ma non vengono spesi. Abbiamo oltre un miliardo e seicento mila euro per l’edilizia sanitaria che in Calabria non sono stati spesi ed è una vergogna. Abbiamo 14 milioni per la messa a norma dell’ospedale di Locri dal 1998, mai spesi».

Cronica carenza di personale

Ma il problema non è solo strutturale. Quella che permane è una gravissima carenza di personale che in alcun modo è stata sanata in questi anni di commissariamento o durante l’emergenza Covid. 

«Boccio per questo il commissariamento. Basti pensate che la Regione Calabria nel 2019, dati ufficiali, ha fatto un debito di 225 milioni di euro per la sanità. Nel 2009 al primo anno del commissariamento il debito era di 258. Ma questo risparmio come lo abbiamo ottenuto? In primis non assumendo personale con il blocco del turnover. Sono andati in pensione 4 mila operatori e non sono mai stati sostituiti. Si è bloccata la specialistica ambulatoriale interna. Questi risparmi hanno ridotto a lumicino gli ospedali e la medicina del territorio che è stata desertificata. Eccole le responsabilità, il Ministero dell’economia non può governare la sanità e il Covid lo ha dimostrato e spero che questa lezione venga raccolta. Va incrementata la medicina del territorio, basti pensare al ruolo delle Case della salute.

Basti pensare allo “Scillesi d’America” e agli oltre 8 milioni destinati per la sua riqualificazione rimasti li bloccati dal 2009 e che oggi non basteranno più dopo oltre dieci anni. A bloccarli, soprattutto, è l’incompetenza. Per questo noi ci siamo messi insieme con competenze diverse ma ci siamo trovati di fronte a persone ignoranti e corrotte ecco perché i fondi non vengono spesi. Per non parlare della strana storia legata ai tre grandi ospedali. Un rimbalzo di responsabilità e competenze che ha bloccato tutto per anni spendendo altri soldi. Ma la cosa positiva è il risveglio delle coscienze che non delegano più ma pretendono i loro diritti». 

Il commissariamento fallito

Tutto questo ha materializzato l’impossibilità di gestire la sanità come un mero bilancio da far quadrare a tutti i costi. E per questo che ci domandiamo se come esperti e competenti nel settore avete trovato un’interlocuzione con la Regione e con il neo commissario Longo.

«Abbiamo sempre avuto, anche in passato recente, tutti gli organi competenti a vari livelli. Adesso, abbiamo inviato un documento a Longo chiedendo un incontro perché siamo disponibili, amiamo questa terra e vogliamo fare qualcosa con le nostre competenza. Basti pensare ai risultati ottenuti con la task force reggina che ha già avuto il merito di mettere allo stesso tavolo il Gom e l’Asp che prima neppure comunicavano tra di loro. Tutti stanno contribuendo e si sta facendo un’ottima iniziativa con gli screening tramite tamponi rapidi o con i Covid Hotel con fondi del Comune. Abbiamo provveduto a fare un piano della comunicazione perché purtroppo in questo periodo si stanno verificando diverse occasioni di assembramento nel centro di Reggio. E qui dobbiamo metterci tutti d’accordo su una cosa: Quest’anno dobbiamo tutti fare un Natale molto intimo, perché se siamo responsabili non avremo l’effetto ferragosto ed è importante perché il virus circola».

Post Natale e “Festa dell’abbraccio”

La “zona gialla” ha, effettivamente, dato nuove occasioni di possibili contagi ed è per questo che si immagina già una terza ondata. Saremo pronti? Si sta prevedendo qualche contromisura in vista di questo controesodo già previsto?

«Già non siamo stati bravi nel passaggio dalla prima alla seconda ondata.  Al di là dell’apertura delle scuole, che ha creato occasioni di contagio non tanto all’interno quanto all’uscita, se tutti noi faremo in nostro dovere è evidente che arriveremo al vaccino con un’onda bassa. Facciamo un Natale tranquillo così appena possibile faremo la “Festa dell’abbraccio” usciremo tutti per strada ad abbracciarci in tranquillità. Ovviamente sarà intensificato il sistema di controllo per evitare l’impatto di questo esodo natalizio ma la repressione è l’ultima spiaggia, prima va fatta prevenzione. Qui siamo alle singole responsabilità e alla coscienza dei cittadini. Lo abbiamo fatto nella prima fase e infatti siamo solo stati sfiorati dal Covid. Il mio appello è ai cittadini.

Questa pandemia deve essere l’occasione per riorganizzare la sanità calabrese e frenare la migrazione sanitaria. Adesso abbiamo l’attenzione giusta per rivoluzionare l’intero sistema sanitario che in Calabria per anni è stato usato come un bancomat e se un commissariamento arriva a spegnere 11 candeline vuol dire che non ha funzionato. L’ultima riforma in campo sanitario in Calabria è stata fatta nel 2004. In 16 anni è cambiato tutto quindi bisogna attuare un sistema sanitario che parli al presente e guardi al futuro».

L’Asp reggina nel fosso

Da un commissarimento regionale a quello provinciale dell’Asp reggina. Come valuta l’operato della triade che doveva risanare un’azienda martoriata e disastrata da anni di mala gestione?

«Negativamente. Il problema che abbiamo sollevato è che non è possibile affidare a dei funzionari, che di sanità non conoscono nulla, un’azienda del genere. È evidente che ci vogliono le competenze senza le quali, pur impegnandoti in quello che sai fare come la ricerca dei mariuoli, non arriverai a soddisfare gli obiettivi come è accaduto a Reggio».

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