lunedì,Giugno 27 2022

Caso Donato, nel centrodestra scoppia la battaglia religiosa contro il proprio candidato

L'uscita dell'aspirante sindaco di Catanzaro provoca le invettive di autorevoli esponenti della coalizione che lo sostiene. Ed evidenza le contraddizioni interne ai partiti

Caso Donato, nel centrodestra scoppia la battaglia religiosa contro il proprio candidato

I frati centrodestrani, stavolta, non si sono limitati a far vibrare il campanile del monastero reggino, si sono pure affacciati dalla torre per maledire urbi et orbi l’ultimo eretico catanzarese, il “loro” candidato sindaco Valerio Donato.

La sua grande, grandissima colpa? Non aver messo a tacere la vanità dei fedeli del suo comitato, convinti della necessità di far sorgere, immemori di quel che è stato, una Regione ecumenica: Giunta e Consiglio riuniti in un unico Vaticano, quello dei tre colli.

Niente di nuovo, nella chiesa politica calabrese: l’anatema contro lo «sdoppiamento delle istituzioni regionali» è ripreso pari pari dal testo sacro delle sterili rivendicazioni dei catanzaresi, ancora persuasi, dopo 50 anni, di essere stati scippati di un pezzo di potestà regionale.

D’altra parte, i codici canonici reggini, vergati all’indomani dello scisma di popolo del ’70, impongono la difesa strenua, permalosa e tempestiva ogniqualvolta un eminente cittadino del capoluogo, di solito in campagna elettorale, si lascia andare a considerazioni che, nella città dello Stretto, sono vissute come l’annuncio dell’Apocalisse.

Solo che, in questo caso, la guerra religiosa assume un valore diverso, perché avviene all’interno di uno stesso ordine e di una stessa coalizione, quella del centrodestra.

Il verbo e le condanne

Il nuovo (ma non troppo) verbo donatista, se da una parte ripropone vecchi e superati principi di fede, dall’altra scatena l’inquisizione dei suoi fratelli, autorevoli esponenti dei partiti che ne sostengono la corsa a Palazzo dei Nobili.

L’esecrazione più dura è arrivata da Francesco Cannizzaro, non uno qualunque, dato che è deputato e responsabile per il Sud di Forza Italia, uno dei principali alleati di Donato.

Più che il contenuto dell’invettiva, sono i toni usati dal giovane parlamentare a generare il sospetto che la lotta campanilistica possa nascondere frizioni interne al partito azzurro.

Per Cannizzaro, quelle attribuibili a Donato sono dichiarazioni «grottesche», peraltro rilasciate «dopo un’allegra serata con gli amici». E ancora: «Becero populismo» per strappare «qualche voto», «bassa provocazione», «idiozie» la cui paternità appartiene a chi «non ha certo bisogno di gridare all’asino che vola per diventare sindaco».

Più che dal breviario politico, sembrano affermazioni riprese da un manuale su come demonizzare gli avversari, un attacco quasi personale a Donato. Che, tuttavia, è il candidato che lo stesso partito di Cannizzaro – con la benedizione del coordinatore calabrese, Mangialavori, e il sigillo del presidente della Regione, Occhiuto – ha deciso di sostenere alle Amministrative del prossimo 12 giugno.

Quella del deputato reggino è una difesa vigorosa delle prerogative della sua città o, sotto sotto, vi si può rintracciare un tentativo di sconfessare l’operato dei vertici di Fi? È destinato a rimanere un mistero della fede azzurra, ma la domanda circola insistentemente tra gli esegeti delle cose del centrodestra.

Il monito di Gelardi

Tanto più che Cannizzaro non è stato il solo, nella coalizione, a stigmatizzare i princìpi di Donato. Anche il presidente dell’Antindrangheta, Pino Gelardi, dell’ordine leghista, ci è andato giù pesante. Il candidato del centrodestra e il suo comitato, come tutti gli eretici, hanno «una visione distorta della realtà» e, addirittura, dovrebbero quasi abiurare, cioè «imparare, e non scordare mai più, che la prima istituzione regionale della Calabria è proprio il Consiglio regionale, vero cuore pulsante della democrazia calabrese».

Una condanna senza appello, malgrado Donato sia sostenuto con convinzione proprio dalla Lega. Con ogni probabilità, il monito di Gelardi non può essere interpretato come una critica alle scelte del commissario Saccomanno e della più alta autorità istituzionale di cui dispone il partito di Salvini, il presidente del Consiglio regionale Mancuso.

Tuttavia, il problema politico resta e, di certo, le parole del consigliere leghista non vanno annoverate tra gli endorsement elettorali a favore di Donato.

Neri e Ferro

Le stesse stranezze si riscontrano in Fratelli d’Italia, che presto potrebbe ufficializzare il suo appoggio al candidato già opzionato da Fi e Lega. Le parole del capogruppo meloniano a Palazzo Campanella, Peppe Neri, fanno di tutto tranne che benedire la campagna di Donato. Per il consigliere reggino, infatti, l’aspirante sindaco di Catanzaro è stato protagonista di un’uscita «inopportuna e sconveniente», una sortita che riaccende «polemiche campanilistiche». A Wanda Ferro, commissaria di Fdi e grande amica di Donato, la presa di posizione del suo capogruppo in Regione potrebbe non essere piaciuta affatto. E, del resto, i rapporti tra i due sembrano ai minimi termini ormai da diverso tempo.

È evidente come i precetti sul regionalismo espressi dal comitato donatiano abbiano scatenato il fracasso delle campane ma anche alcune contraddizioni interne al centrodestra. Risulta arduo trovare precedenti in cui un candidato sia stato criticato pubblicamente – e con questa virulenza – dalla sua stessa parte politica.

Siamo a Pasqua, ma nemmeno le fedi laiche sono più quelle di una volta.

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