sabato,Ottobre 31 2020

Reggio vinca la rassegnazione, liberandosi di padroni e malarazza

La Pasqua più anomala degli ultimi 70 anni sia occasione per riflettere sull'epidemia atavica che ci portiamo dietro: non essere in grado di riprenderci la nostra libertà

Reggio vinca la rassegnazione, liberandosi di padroni e malarazza

È il 1857 quando Lionardo Vigo verga a mano dei versi molto forti per le ferree credenze dell’epoca. Li intitola “Lamento di un servo ad un santo crocifisso”. È l’antica canzone popolare siciliana che narra le disavventure e le preghiere di persone che nulla possiedono se non una famiglia e poco meno del necessario per vivere. Quel lamento rivolto al Cristo inchiodato sulla croce – che risponde, incitando ad una reazione – provoca l’immediato intervento della Chiesa: se qualche parola può uscire dalla bocca del Cristo morente, deve essere conforme alla narrazione evangelica. E così il testo muta. L’originale, però, non viene perduto. Si conserva fedele. E per quanto siciliano quel canto possa apparire, i versi raccontano una realtà comune a buona parte di una Italia ancora da costruire. Non solo politicamente. La straordinarietà delle parole messe insieme da Vigo non risiede nel fatto in sé: cosa vuoi che importi il lamento di un servo in una piazza, che sembra blaterare al cospetto di un uomo in croce? È il messaggio a fare la differenza.

Un servu tempu fa, di chista piazza
cussì priava a Cristu, e nci dicìa:
“Signuri, ’u me’ patruni mi strapazza,
mi tratta comu’n cani piì la via,
tutti mi pigghia cu’ la so’ manazza,
la vita dici chi mancu è la mia.

No, il servo non lamenta di dover lavorare troppo. Il suo grido d’aiuto al Cristo sulla croce nasce dalle condizioni in cui il padrone lo costringe a rimanere. «Mi strapazza, mi tratta come un cane per la via». La mano del padrone prende tutto, persino la vita. Il servo sente di non poter disporre più neppure della sua esistenza. Quel lamento, allora, come ultimo gesto disperato, si fa preghiera.

Si jeu mi lagnu chiu, peju amminazza,
ch’i ferri mi castija a prigiunia,
und’io mo’ ti pregu: chista malarazza
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia,
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia,
distruggimmila tu, Cristu, pi’ mia”.

È una richiesta pressante quella del servo: invoca l’intervento di Cristo, inchiodato sulla croce, affinché lo liberi da quella “malarazza” che lo opprime, da quel padrone che si appropria della sua vita: «Distruggila tu per me, Cristo».

È la risposta a destare scalpore. Parole scandalose per i costumi castigati di fine ‘800. Versi di una profondità tale da rischiare di essere fraintesi da donne e uomini che non hanno ancora strumenti adeguati per andare oltre un semplice testo.

“E tu forsi chi hai ciunchi li vrazza?
Oppuru l’ha ’nchiuvati com’a mia?
Cu’ voli la giustizia si la fazza,
non speri c’atru la fazza pi’ tia.
Si tu sì omu e non sì testa pazza,
menti a profittu ’sta sintenzia mia:
jeu nun sarìa supr’a ’sta cruciazza,
s’avissi fattu quantu dicu a tia!”

Quel Cristo, quasi vinto dal dolore, che tutto avrebbe potuto, richiama il servo con vigore: «E tu forse cos’hai le braccia rotte? O forse le hai inchiodate come me?». Per poi proseguire con una frase che va interpretata nel modo giusto: «Chi vuole la giustizia se la faccia, non speri che altri la faccia per te».

Ecco, in queste pochissime parole, a nostro avviso, sta il senso della Pasqua 2020 per tutti i reggini. Una festa diversa dagli ultimi 70 anni, dove il profumo della primavera entra prepotente rendendo ancora più amaro lo sforzo che tutti stiamo compiendo per sconfiggere un nemico nuovo e sconosciuto. Ma è proprio dai versi di Vigo che occorre partire per dare una chiave di lettura diversa a questi giorni di “reclusione forzata”.

Riflettiamoci un momento: per troppo tempo ci siamo abbandonati ad un epicedio continuo. Forse per le nostre radici greche che tradiscono una tendenza perenne al lamento. Sta di fatto che tante, troppe volte, abbiamo atteso “qualcuno che facesse per noi”. Salvo poi lamentarci se il padrone di turno ci stesse strapazzando, trattando come cani fino a toglierci la proprietà stessa della nostra vita. E per padrone, si badi, non intendiamo solo coloro che fanno lavorare a condizioni estreme ed umilianti che, pure, continuano ad esserci. Talvolta, i padroni che scegliamo esulano dal nostro lavoro. Sono coloro ai quali, ad esempio, ci leghiamo per piccoli e grandi favori; sono tutti quei politici che diventano padroni dei nostri diritti che fanno passare per favori; sono tutti quegli ‘ndranghetisti che barattano un finto benessere con la nostra libertà. Che ci soffocano, ci castigano con ferri e prigionia. Non fisica, ma morale e intellettuale.

Quale augurio, dunque, se non quello di ascoltare le parole che Cristo diede, dalla croce, al servo che invocava il suo intervento? «Chi vuole la giustizia, se la faccia». Che non è certo un invito a rispondere alla violenza con altrettanta violenza, ma semplicemente non attendere che siano sempre gli altri a risolvere quei problemi che potremmo risolvere da soli.

Lo stesso Cristo, rivolgendosi al servo, rassegna tutta la sua umanità in pochi versi: «Io non sarei sulla croce, se avessi fatto quello che ora dico a te». Non è una negazione del martirio di Cristo che, pure, ebbe anch’egli un’umana debolezza chiedendo al Padre di allontanare da lui il calice della morte. Ma non è negazione, perché quelle parole escono dall’alveo del racconto evangelico per diventare insegnamento laico a non rassegnarsi. Sì, cari reggini, dobbiamo imparare a non rassegnarci. Anzi, sfruttiamo questo tempo di grande crisi e dolore. Prendiamo un po’ di quella “raggia” che Mimmo Martino cantava sempre nelle canzoni con i suoi “Mattanza”. Lui che il brano “Un servu e un cristu” lo ha ripreso dai cassetti, reinterpretato e reso ancor più prezioso lasciandolo in eredità perenne. Tiriamo fuori l’orgoglio di essere un popolo che sa ripartire dal basso, dagli ultimi. Dai servi, se necessario. Riacquistiamo la libertà perduta.

Se, uscendo nuovamente dalle nostre case, dal prossimo mese di maggio, riuscissimo a non delegare agli altri l’isolamento della “malarazza”, questo enorme sacrificio che oggi stiamo compiendo potrebbe diventare un’opportunità. Una ripartenza. Occorre rimboccarsi le maniche. Le nostre radici greche, questa volta, ci muovano verso la verità e la conoscenza di cui siamo fieri eredi. Potremo allora ribaltare i piani e vedere questa pandemia non più solo come portatrice di morte, ma immaginarla come pioggia purificatrice di manzoniana memoria. Quella che liberò dal contagio e che potrebbe curare la nostra più atavica epidemia: la rassegnazione.