domenica,Settembre 25 2022

Politiche 2022, la posta in gioco in Calabria

Il centrodestra dovrà fare i conti con i numeri. Che potrebbero spostare gli equilibri a favore di Fdi. Il governatore personalizza la sfida di Fi. Mentre il Pd di Irto cerca la svolta. E Conte punta tutto sul Sud

Politiche 2022, la posta in gioco in Calabria

Il centrodestra sente la vittoria in tasca anche in Calabria, ma saranno i numeri che salteranno fuori la notte del 25 settembre a diagnosticare il reale stato di salute della coalizione che governa la Regione da un anno esatto.

Su un punto non dovrebbero esserci dubbi: i rapporti di forza interni cambieranno, dato che, in termini elettorali, Fratelli d’Italia potrebbe valere più di Lega e Forza Italia messi insieme. Sarebbe un dato non indifferente con cui dovrebbe fare i conti anche la politica calabrese e, in particolare, l’inquilino della Cittadella di Germaneto.

Referendum su Occhiuto

Il voto di domenica è infatti una sorta di referendum anche su Roberto Occhiuto e il suo operato da presidente della Regione. Non perché le consultazioni politiche siano un test che di norma interessi chi amministra gli enti territoriali, ma perché è stato proprio il governatore a metterla su questo piano.

Occhiuto, diventato uno degli uomini copertina di Forza Italia, dopo aver avuto un ruolo di primo piano nella composizione delle liste, ha personalizzato al massimo la partita, arrivando anche a dichiarare che «se voti per Forza Italia, voti per me e per rendere più forte il governo regionale».

Ovvio dunque che una buona affermazione del partito azzurro – magari in controtendenza rispetto alla media nazionale – rafforzerebbe ancora Occhiuto e il suo governo, soprattutto se Fi dovesse – ipotesi più che ottimistica – ottenere un gradimento più alto degli alleati. Altrettanto ovvio è il rovescio della medaglia: un tonfo dei berlusconiani avrebbe un unico capro espiatorio. E il voto politico finirebbe per rappresentare un giudizio negativo sull’operato del governatore. Un’eventualità del genere non avrebbe riflessi concreti sulla vita della Regione né sui suoi equilibri politici, ma certo l’immagine del presidente ne uscirebbe a dir poco offuscata. Il referendum convocato dallo stesso Occhiuto certificherebbe la bocciatura del suo primo anno di amministrazione.

Un ministro calabrese?

Più agevole il cammino del partito di Giorgia Meloni, che in Calabria sembra destinato a vette altissime rispetto al misero 4,6% racimolato nel 2018. Improbabile che, a urne chiuse, i fratellisti rivendichino più spazio nella Giunta Occhiuto sulla scorta della nuova primazia politica. Sarà invece più interessante stare a vedere se dalla folta delegazione parlamentare che Fdi esprimerà in Calabria verrà infine tirato fuori un nome a cui affidare un ministero in un eventuale Governo Meloni. Con i tempi che corrono, e la sempre più scarsa rilevanza della Calabria a Roma, andrebbe bene anche un sottosegretariato.

Il destino di Salvini?

Nel centrodestra è la Lega a dover affrontare le maggiori insidie. In fondo alle forche caudine del voto, Salvini potrebbe trovare il congresso della sua definitiva defenestrazione. Da questo punto di vista, la Calabria è uno dei tanti crocevia a Sud del Carroccio. L’ex ministro dell’Interno ha bisogno di superare il 5% conquistato quattro anni fa per tenere ancora viva la sua “Lega nazionale”. Un fallimento in Calabria e nel resto del Mezzogiorno darebbe ancora più forza alla fronda dei governatori del Nord che, ormai da tempo, auspicano un ritorno alla Lega delle origini; non più secessionista, ma determinata a vincere la battaglia più importante del presente: quella per l’autonomia differenziata, a tutto danno del Sud.

Lo stato di salute del Pd

Anche il Pd di Letta avrà il dovere di esibire la sua nuova cartella clinica, da cui si capirà se il periodo della malattia e della convalescenza è definitivamente concluso. I dem calabresi sono usciti giusto pochi mesi fa da un lungo commissariamento e oggi sono guidati da un segretario, Nicola Irto, eletto al termine di un regolare congresso.

Il voto di domenica dirà molto sul nuovo corso di un partito regionale per anni lacerato dai correntismi nazionali e dalle lotte tribali per la supremazia territoriale. Il termine di paragone utile alla diagnosi è il (deludente) 14% delle Politiche 2018.

Il Pd di Irto, per considerarsi davvero guarito, dovrà fare meglio e, quanto meno, allinearsi ai dati nazionali della «ditta». Se ci riuscisse, potrebbe considerarsi a buon diritto l’uomo della svolta democratica in Calabria e il ruolo del Pd ne uscirebbe rafforzato anche nella dialettica con il centrodestra di Occhiuto.

Irto darebbe poi una mano all’uomo che lo ha incoronato capo del partito regionale, quell’Enrico Letta che, in caso di rovescio elettorale, potrebbe anche essere costretto a lasciare la segreteria, magari al termine di un congresso autunnale che avrebbe già un vincitore designato, il presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini.

La grande incognita

La grande, immensa, incognita di queste elezioni è però, ancora una volta, il M5S di Giuseppe Conte. Nel 2018 nessuno si accorse dell’arrivo dello tsunami grillino, che travolse tutta la vecchia partitocrazia e che, in Calabria, stroncò diverse carriere politiche di lungo corso.

Impossibile il remake di quel trionfo che permise al Movimento di portare a Roma ben 18 parlamentari. Eppure, oggi, gli «occhi da tigre» invocati da Letta sembra averli Conte, che sta usando il reddito di cittadinanza, ma anche il salario minimo, come strumenti di mobilitazione di massa in grado anche di convincere gli indecisi e di pescare nel grande mare dell’astensionismo. Non è da escludere che i richiami dell’«avvocato del Sud», come è già stato ribattezzato l’ex premier, abbiano conseguenze elettorali evidenti nel Mezzogiorno sempre più affamato di lavoro. La grande incognita grillina dice che i giochi non sono fatti: né in Italia, né al Sud, né in Calabria.

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