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L’APPROFONDIMENTO | Covid a Reggio, 2020-2023: il caos, la paura e il ricordo di una storia in prima linea

Dall’inizio della pandemia ad oggi il Grande ospedale metropolitano ha registrato 877 pazienti deceduti e 4100 ricoverati

L’APPROFONDIMENTO | Covid a Reggio, 2020-2023: il caos, la paura e il ricordo di una storia in prima linea

Per me il Covid ha un volto. Uno sguardo e un ultimo respiro che non dimenticherò mai. Era una donna, una moglie, una mamma e una nonna. Io ero lì dietro quel vetro a raccontare dolore e fatiche di chi, in quei maledetti reparti, ci ha lasciato la vita. Tra una domanda e l’altra un fischio assordante ha fermato il tempo. All’improvviso il caos contro la morte.

L’esperienza diretta

Li ho visti lottare, affannarsi e, infine, rassegnarsi, inermi di fronte all’unica cosa a cui è impossibile porre rimedio. E io li, per la prima volta nella vita mi sono sentita infinitamente inutile. Quel fischio mi ha immobilizzato e mentre la telecamera continuava a riprendere, io dietro quel vetro ho visto lo sguardo di quella donna spegnersi per sempre. Dopo, subito dopo, il silenzio. Li ho visti piangere e ho realizzato come dietro quello scafandro bianco c’erano solo persone. Uomini e donne che all’improvviso si sono ritrovati costretti a combattere contro qualcosa di totalmente sconosciuto. Più forte degli studi fatti, delle convinzioni scientifiche, delle competenze.

Quel giorno per la prima volta ho provato rabbia verso chi quel virus lo ha ignorato. Verso chi lo ha negato urlando al mondo che era tutto un’invenzione. Ho provato fastidio, quasi fisico, nel sentire ancora che il covid fosse una banale influenza. È morta una donna di fronte ai miei occhi inermi, sono morte troppe persone di fronte a un mondo che è passato dall’ansia alla paura, fino ad arrivare all’indifferenza.

E Reggio ha raccontato anni difficili. E dentro quegli ospedali ci siamo stati per anni per provare, nel nostro piccolo, a raccontarvi la verità. Quella che abbiamo visto e immortalato. L’unica verità possibile. Quella fatta di persone prima ancora che di numeri. Una storia che sa di resilienza, quella di medici, infermieri, oss e personale sanitario che nonostante le difficoltà ha messo a rischio la propria incolumità, ha trascurato famiglie e affetti per essere li a fare ciò che sanno fare meglio: provare a salvare delle vite.

Le date

Sono stati anni difficili quelli che ci lasciamo alle spalle. Siamo arrivati a vedere i contagi azzerati ma per arrivare a questo i sacrifici sono stati tanti. Da un giorno all’altro, senza avere il tempo di realizzare cosa stesse accadendo davvero, la Cina non era più così lontana. Quel virus aveva viaggiato in comodi aerei ed era arrivato in un paese impreparato, disarmato.

Quell’annuncio del presidente Conto sono certa non lo abbia più dimenticato nessuno. Eravamo in emergenza. Era Il 31 dicembre 2019 quando la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan (Cina) ha segnalato all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) un cluster di casi di polmonite a eziologia ignota nella città di Wuhan, nella provincia cinese di Hubei. La maggior parte dei casi aveva un legame epidemiologico con il mercato di Huanan Seafood, nel sud della Cina, un mercato all’ingrosso di frutti di mare e animali vivi.

Dalla Cina in Italia

A distanza di pochi giorni dall’annuncio del cluster di casi a Wuhan i ricercatori cinesi depositano la “carta di identità” del virus, ovvero la sequenza dell’RNA virale, nel database internazionale virological.org. Diverso da tutti i virus conosciuti sino a quel momento, la conoscenza della sequenza è il primo passo nella lotta al coronavirus.

Pur essendo stati identificati a fine gennaio due casi di coronavirus in turisti cinesi in visita a Roma, il 21 febbraio viene identificato quello che erroneamente sarà il paziente zero, un 38enne di Codogno. Diversi focolai sono presenti in alcune zone del Nord Italia come a Vo’ Euganeo e nella provincia di Bergamo. Incominciando a cercare attivamente il virus -prima l’indagine mediante tampone molecolare era eseguibile sono in persone di ritorno dalla Cina-, nel giro di 3 giorni si arriva a 325 casi confermati. È l’inizio della prima devastante ondata per l’Italia. Un’ondata a cui si cerca di porre rimedio con il lockdown nazionale a partire da domenica 8 marzo.

Il Covid a Reggio

Reggio non è stata risparmiata. Alle nostre latitudini, però, la diffusione iniziale è stata rallentata da tutti quei fattori che, come per assurdo, da svantaggio si sono trasformati in un enorme vantaggio. Le difficoltà di spostamento improvvisamente sono diventate un punto di forza, non avere collegamenti aerei internazionali, non avere un sistema pubblico di trasporti ha tagliato le gambe al virus, almeno per un po’.

La prima ondata ci ha visto in difficoltà ma eravamo addirittura in grado di raccontarvi caso per caso. Contagi limitati ma tanta paura perché la psicosi nazionale non ci ha risparmiato. La corsa ai supermercati, fuori sede alla disperata ricerca di un modo per tornare a casa. I dispositivi di sicurezza introvabili e i carrelli della spesa colmi di candeggina come se fosse l’unica arma contro il virus. E poi abbiamo imparato a disinfettarci, a lavarci le mani in modo accurato, a lasciare vestiti e scarpe all’ingresso per non aprire le porte di casa a quel virus che per molto tempo non ha avuto un volto o una cura.

Gli step

Tra chiusure forzate, solitudini e paure abbiamo dovuto rinunciare agli affetti per tutelari. Ci siamo allontanati con la promessa che saremmo tornati più uniti di prima. Abbiamo cantato affacciati ai balconi, fatto gli auguri in videochiamata e abbiamo chiesto ai ragazzi di studiare in casa. Non è stato facile convivere con l’idea del coprifuoco, delle autocertificazioni e dell’incubo di avere contratto il virus al primo colpo di tosse. Ma contando tante perdite ci siamo riusciti. È arrivata l’estate a mettere fine a quell’incubo. Lo abbiamo creduto. Ma ottobre ha portato con sè una devastante seconda ondata e questa volta Reggio non ha resistito. Ospedali in ginocchio, contagi fuori controllo e un sistema di monitoraggio totalmente in tilt. È stata crisi profonda. Zone rosse, arancioni e gialle. Un semaforo della paura ha scandito le giornate di chi ha perso il lavoro, gli affetti, la vita.

Il ricordo

Dalla corsa alle mascherine e guanti siamo passati alla corsa al vaccino. Quel miracolo della scienza che ha messo in mostra tutta la fragilità umana. Quella fetta di umanità che proprio non ce la faceva più e voleva tornare a vivere. Si sono messi in file non ordinate. Hanno generato risse e scene di panico pur di accaparrarsi quella dose salva vita. A tratti ci è sembrato di raccontare le scene di un film di fantascienza. E, invece, era solo l’ennesimo capitolo che il covid ci ha costretto a vivere.

Il vaccino

Ma dopo la frenesia iniziale è iniziata la fase dello scetticismo e quel vaccino era diventato un presagio di morte da evitare a tutti i costi. Abbiamo imparato a convivere, come ci è stato chiesto, con il virus ma i segni sono ancora evidenti. Reggio come il resto del mondo ha vissuto una crisi economica devastante. Non sono stati solo gli ospedali ad andare in affanno. Tante serrande sono state chiuse sotto la violenza del covid. Troppe famiglie sono state costrette a chiedere aiuto. Ci siamo riscoperti fragili ma solidali. Lo abbiamo forse dimenticato ma questo virus ci ha tolto tutto in poco tempo.

I dati

E i numeri parlano chiaro. Dall’inizio della pandemia ad oggi il grande ospedale metropolitano ha registrato 877 pazienti deceduti. Ad essere ricoverate sono state oltre 4100 persone. Mentre l’azienda ospedaliera ha registrato 926 decessi su un totale di 4262 ricoverati. Sono stati 210.111 i soggetti infettati nella provincia reggina con oltre 1.101.160 dosi di vaccino somministrate e 1.574.226 tamponi effettuati.

Long covid

Ma quell’incubo che sembra ormai finito in realtà ha lasciato segni profondi. Chi questo virus lo ha combattuto in modo violneto ha portato strascichi che la scienza ha ribattezzato con il termine Long Covid. Tutti quesi sintomi che, anche dopo mesi e mesi dalla negativizzazione hanno continuato a perdurare. Reggio si è dotato di un ambulatorio Long Covid che possa dare risposte a questi pazienti ma se è vero che è ancora un’emergenza è pur vero che i fondi stanno per terminare mentre la popolazione continuerà a fare i conti con un ricordo ancora troppo presente.

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