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Coronavirus, il dramma di un reggino a Bergamo: «Ho avuto paura di morire»

Nei tredici giorni di terapia intensiva Domenico Cutrupi ha temuto di non farcela. Ha temuto di non potere riabbracciare i suoi cari

Coronavirus, il dramma di un reggino a Bergamo: «Ho avuto paura di morire»

Di Cristina Iannuzzi – È un virus che ti toglie il respiro e in alcuni casi la vita. Che ti isola dal resto del mondo. Da soli in un reparto dove il tempo viene scandito dal rumore dei macchinari per l’ossigeno.

Nei tredici giorni di terapia intensiva Domenico Cutrupi, reggino, trapiantato da un paio di anni a Bergamo, ha temuto di non farcela. Ha temuto di non potere riabbracciare i suoi cari. «Ho avuto paura di morire» confessa dal letto dell’ospedale dove si trova ancora ricoverato.

Ma la terapia ha funzionato. I suoi polmoni hanno ripreso lavorare  e adesso intravede quella luce in fondo al tunnel. E’ riuscito a sconfiggere “la brutta bestia” come lui stesso la definisce.

Da due anni l’uomo, un area manager farmaceutico, si è trasferito con la famiglia in Lombardia. «Credo sia stato proprio il mio lavoro a portarmi in questo letto d’ospedale».

La sua odissea inizia l’otto marzo. «Quella sera – ricorda – dopo una decina di giorni di febbre alta e tosse, ho cominciato ad avere difficoltà a respirare».

La chiamata al 112, l’arrivo dell’ambulanza del 118 e la corsa in ospedale.

 «Quando mi hanno messo sulla barella, ho capito che la situazione era grave». Non mi era mai capitata una cosa del genere. Ne ho superati tanti problemi. Ma è stata la prima volta che ho avuto paura di morire. Il pensiero di non poter vedere crescere i miei figli era devastante».

Domenico si è ripreso grazie ai medici e agli infermieri dell’ospedale di Bergamo «che si stanno sacrificando rischiando a loro volta, la vita».

Due giorni fa è stato trasferito in una “struttura di alleggerimento”. Un altro ospedale dove vengono ricoverati i pazienti in via di guarigione. Tra una settimana sarà dimesso.

«Il coronavirus è una brutta bestia – racconta -.  E’ invisibile e si trasmette molto facilmente e  non abbiamo  una cura, solo terapie sperimentali. Non sai come difenderti, né se può esserci una ricaduta».  Il peggio è passato, ma Domenico sa che dovrà rimanere a casa fino a quando l’emergenza non sarà rientrata e il virus debellato.

Dal letto dell’ospedale rivolge un pensiero ai suoi corregionali: «Grazie a Dio in Calabria non è ancora scoppiata l’emergenza. Vedo molta indisciplina. Leggo e vedo dai notiziari che ancora qualcuno si ostina ad uscire di casa per correre. Ancora molti continuano a fare le cose di sempre. A vivere una vita normale… E’ assurdo tutto ciò…. In questo modo nessuno potrà tornare a vivere una vita normale. Sforziamoci tutti. Rispettiamo la quarantena. In fondo sono solo 15 giorni. Vale la pena o no?»

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