giovedì,Marzo 4 2021

Nudm contro la campagna ProVita: «I “lupi” perdono il pelo ma non il vizio»

Per il movimento «L’aborto è un nostro diritto, una nostra decisione e come tale va rispettata, non siamo né sprovvedute, né incoscienti e non accettiamo gogne di nessun genere»

Nudm contro la campagna ProVita: «I “lupi” perdono il pelo ma non il vizio»

Riceviamo e pubblichiamo da NUDM RC

Anche nella nostra città, come in altre in tutta Italia, è ripartita la campagna diffamatoria contro l’aborto. Ancora una volta le scelte delle donne vengono messe in discussione con una campagna in cui troneggia la frase: “I diritti umani iniziano nel grembo materno”. Nella nota diffusa da ProVita&Famiglia e sostenuta dall’associazione Stanza 101 si legge: “L’aborto danneggia le donne” e ci s’impertica in disquisizioni terroristiche che affermano: “Il danno può essere al livello mentale, emotivo, psichico, ma anche gravemente fisico con infezioni ed emorragie e persino la morte”.

In Italia, dove le percentuali di obiezione dei medici in Italia superano il 70%, dove ci sono regioni in cui arriva a punte del 90%, dove di obiezione si muore, dove troviamo casi di ginecologi che nel pubblico obiettano e poi dirottano le donne nei loro ambulatori privati, ci ritroviamo anche a dover combattere contro lo stigma dell’aborto come dramma o ancor peggio di peccato da redimere.

La nostra AUTODETERMINAZIONE SESSUALE E RIPRODUTTIVA non si tocca, sul nostro piacere, sulla nostra salute, sulle nostre scelte e sui nostri corpi decidiamo noi!!!

Ancora una volta, così come per la precedente campagna contro l’RU486, assistiamo, ma questo non ci meraviglia, ad affermazioni prive di veridicità, strumentalmente cristallizzate ad innestare nelle donne sensi di colpa e riferibili a quando, prima del 1978 (data di approvazione della legge 194), le donne di aborto morivano realmente per mano di “mammane” senza scrupoli che procuravano gli aborti con i ferri da calza o l’uncino delle crucce di ferro, in ambienti sporchi e privi di qualsiasi assistenza medica.

L’aborto è un nostro diritto, una nostra decisione e come tale va rispettata, non siamo né sprovvedute, né incoscienti e non accettiamo gogne di nessun genere, non abbiamo di cosa vergognarci e ancor meno essere infelici. Rivendichiamo la libertà di fare ciò che decidiamo senza che chicchessia tenti di incuterci sensi di colpa.

Ma l’ironia, se non fosse una tragedia, è che costoro, forse, dovrebbero chiamarsinon ProVita ma ControAborto, ci domandiamo, infatti, come mai, questi personaggi patriarcalclericofascioltranzisti  che parlano di “diritti umani lesi“, di “diritto alla vita”, che affermano, ma solo in riferimento alla tematica dell’aborto: “non esiste il diritto di uccidere una persona umana”, non abbiano mai speso una sola parola, né tanto meno soldi per comprare spazi pubblicitari anzi, abbiano sempre appoggiato e plaudito tutte quelle politiche responsabili di aver provocato centinaia di morti anche di bambin* e donne immigrate in stato di gravidanza nel nostro mediterraneo?Non conta, forse, anche in riferimento a questi esseri umani, il famoso diritto alla vita di cui questi personaggi si fanno improbabili paladini ? 

Evidentemente NO ! Questo moralismo becero e peloso usato in modalità strumentalmente on/off soprattutto quando si tratta dei diritti delle donne alla propria autodeterminazione, oltre ad indignarci ci ha proprio stancate. Che lor signori se ne facciano una ragione, la 194 è una legge costituzionalmente vincolata, quindi intoccabile e né le loro mistificanti campagne, né la loro ipocrita e crassa ignoranza in tema, potranno mai consentirgli di metterci sopra le mani.

Quello che invece pretendiamo è che quest’Amministrazione ci dica apertamente da che parte sta e, così come è già avvenuto in altre città con la rimozione di questi cartelloni pubblicitari, prenda posizione netta, rifiutando, quindi, di rendersi, in qualche modo,  “complice” di queste continue campagne sessiste, lesive e non rispettose dell’autodeterminazione delle donne, oltre che, palesemente mistificatorie ed in contrasto con una legge di Stato di cui un’Amministrazione Comunale dovrebbe essere, essa stessa, garante.