sabato,Febbraio 27 2021

Manifesti aborto, la riflessione: «Basta polemiche sterili, si aiutino le donne più fragili

Don Marco Scordo e Mario Nasone si rivolgono a Chiesa e Comune: «Rimuovere i manifesti ostacola un diritto, ma non sono questi i messaggi per contrastare l'aborto»

Manifesti aborto, la riflessione: «Basta polemiche sterili, si aiutino le donne più fragili

Di seguito la nota, sul caso dei manifesti sull’aborto a Reggio Calabria, a firma di don Marco Scorso, parrocco di San Sebastiano al Crocefisso, e Mario Nasone, presidente Centro comunitario Agape.

La decisione del sindaco di rimuovere i manifesti della onlus “pro life”ostacola a nostro avviso un diritto costituzionale, quello della libera espressione del pensiero. Con altrettanta chiarezza diciamo però che non sono questi i messaggi ed i modi che possono contrastare la piaga dell’aborto, che rappresenta comunque un fatto doloroso, soprattutto per le donne che lo scelgono.

Un appello non solo inutile ma anche controproducente, che tende a colpevolizzare chi fa questa scelta, che comunque è garantita da una legge che mirava a contrastare l’aborto clandestino ed a tutelare la salute delle donne.

Piuttosto al di là delle polemiche sterili, servirebbe riprendere in mano insieme, Comune e Diocesi, la problematica delle fragilità (non solo economiche) delle donne e delle famiglie, che portano anche alla scelta drammatica dell’aborto, attraverso un convergente piano d’interventi. Un tavolo di collaborazione vero e concreto per approfondire questa tema, che con la pandemia anche nel nostro territorio si è aggravato.

Un fenomeno presente da sempre nella storia del nostro Paese, che Papa Francesco, ricordando la sua esperienza in confessionale con le donne ferite e pentite per l’interruzione della gravidanza, ha anche recentemente condannato come soppressione della vita umana, invitando però ad esercitare la massima misericordia verso chi lo ha praticato, accompagnando le donne in questi difficili momenti. Una scelta drammatica di donne lasciate spesso sole di fronte a questa scelta, con una società che di fatto non agevola, anzi sembra mettere ostacoli all’accoglienza della vita – e l’inverno demografico ne è un segnale drammatico. Eppure la legge 194 ai primi articoli si prefiggeva di tutelare la maternità, prevedendo tutta una serie di aiuti e sostegni economici per le donne che non volevano ricorrere all’aborto. Strumenti mai partiti o addirittura smantellati negli anni, mentre il dibattito che si è fermato solo sul tema dell’obiezione di coscienza di medici e sanitari.

Chi ascolta, chi aiuta le donne a pensare delle alternative alla interruzione della gravidanza? Un esempio emblematico: agli Ospedali Riuniti di Reggio da tempo sono sparite quelle figure professionali, come le psicologhe e gli assistenti sociali, chiamate a fare colloqui di aiuto e sostegno, con statistiche invece che parlano di aumenti di aborti anche di minorenni, spesso ripetuti. E che dire dei Consultori pubblici, che si stanno svuotando di queste figure per il loro pensionamento anticipato. Sul campo sono presenti solo le esperienze avviate a suo tempo dalla diocesi con Don Italo Calabrò ( la Casa di Accoglienza per ragazze madri, il Consultorio Diocesano), che tante vite ferite hanno accolto e centinaia di bambini hanno fatto nascere ed aiutato a crescere. Altrettanto importante è il risultato raggiunto dal Forum delle associazioni familiari con il Family Act.

Ma questo non basta. Serve una nuova cultura della vita. Come diceva il grande magistrato Minorile Carlo Alfredo Moro, per accogliere un bambino serve l’utero materno, ma anche un utero sociale. Non slogan quindi ma scelte politiche e pastorali che promuovano la vita.