lunedì,Maggio 27 2024

Migranti, il giurista Schiavone: «Sistema di accoglienza lasciato a logiche emergenziali»

Il presidente dell'Ics di Trieste in visita a Reggio: «Con le norme del 2002 e del 2015 l'Italia avrebbe attuato il modello più avanzato in Europa, il problema è che questa cosa non è avvenuta»

Migranti, il giurista Schiavone: «Sistema di accoglienza lasciato a logiche emergenziali»

Nella città dello Stretto per la firma dell’accordo che coinvolge una rete di comuni impegnata nella solidarietà e nell’accoglienza e una rete di assistenza che racchiude le associazioni che da sempre in Italia si sono occupate dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati Gianfranco Schiavone, giurista e presidente del “Consorzio italiano di solidarietà” Trieste fa il punto sul sistema di accoglienza nel nostro Paese che, nonostante ventun’anni di esperienza di accoglienza diffusa è ancora un sistema a metà.

La logica emergenziale

«Forse neanche a metà perché l’italia è caratterizzata ancora da è una logica emergenziale, con centri d’accoglienza degradati, da situazioni in cui in cui la rifugiati non fanno realmente parte di un percorso di coesione sociale. Sì, ci sono esperienze molto belle, anche calabresi di accoglienza diffusa, però la situazione nazionale è ancora largamente negativa, molto molto lontana da quella di un paese avanzato come dovremmo essere, che accetti la presenza di rifugiati come una dimensione normale della nostra società».

Cosa servirebbe all’Italia per fare il salto?

«Il sistema italiano è rimasto binario: in parte affidato alle autonomie locali che però vi aderiscono volontariamente quindi non c’è stato un vero trasferimento di funzioni amministrative e abbiamo una situazione di disomogeneità in cui alcune regioni e alcuni comuni c’è una buona risposta, in altri c’è una pessima risposta: quindi non è un sistema.

L’altra branca del sistema binario è rappresentato dagli interventi prefettizie emergenziali che sono andati nel tempo peggiorando sempre di più, con la creazione di casermoni, di luoghi spaventosi in cui mettere le persone in condizioni di degrado assoluto, con giri di malaffare evidenti. Insomma lo Stato ha fallito completamente i suoi compiti da un lato; dall’altro i comuni in media l’hanno fatto bene ma l’hanno fatto in pochi rispetto a quello che avrebbe dovuto essere l’idea originaria cioè che l’accoglienza è parte dei servizi nel territorio reso ai cittadini o agli stranieri che vi abitano, con un inserimento progressivo dal primo giorno e non la ghettizzazione in strutture come quelle di Sant’Anna di Crotone, per fare un esempio triste.

C’è un modello di Paese che potrebbe essere da esempio?

«Saremmo stati noi, c’è una norma, che esiste dal 2002 istitutiva dello Spraar, e poi modificata col decreto legislativo 142 del 2015 (che ha rinforzato l’intervento) e alla legge 173 del 2020, avrebbe attuato il modello più avanzato in Europa, il problema è che questa cosa non è avvenuta. Si tratta di normative buone che si sono fermate di fronte all’ultimo ostacolo, ossia realizzare un sistema di accoglienza non più facoltativo ma con trasferimento di funzioni amministrative e coinvolgimento di tutti, non solo di coloro che lo vogliono fare».

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