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Reggio non tace, ricorda l’assassinio del giudice Chinnici e della sua scorta

Per questa importante ricorrenza è stato invitato il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri

Reggio non tace, ricorda l’assassinio del giudice Chinnici e della sua scorta

In una serata meno calda rispetto alle ultime settimane, a quarant’anni dalla strage di Via Pipitone, in cui furono uccisi il giudice istruttore di Palermo, dr. Rocco Chinnici, i carabinieri Mario Trapassi (che ha lasciato moglie e 4 figli), Salvatore Bartolotta (con moglie e 2 figli), addetti alla scorta del magistrato, e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi, il movimento ReggioNonTace fa memoria di questo tragico avvenimento.

Per questa importante ricorrenza è stato invitato il Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, dr. Giovanni Bombardieri. Apre la serata il neo procuratore aggiunto, dr. Stefano Musolino, che invita tutti a sfruttare l’occasione per dialogare col dr. Bombardieri che “sta facendo molto bene il proprio lavoro e sta segnando un cambio di passo significativo nel modo di interpretare il ruolo della Procura della Repubblica a Reggio Calabria; ricordare persone come Rocco Chinnici e gli agenti della scorta è sempre uno stimolo che ci aiuta a guardare alle cose che facciamo con uno spirito un po’ più alto rispetto alla quotidianità che ci vorrebbe spingere spesso in basso”.

Nell’introduzione, Giuseppe Licordari, membro ‘storico’ del coordinamento di RNT oltre a dare il benvenuto al dr. Bombardieri, saluta accompagnato da un grandissimo applauso, la sorella di Salvatore Bartolotta, Eufemia, una religiosa che vive a Reggio Calabria e che ha vissuto sulla sua pelle questo tragico episodio. Nel continuare la presentazione della serata, il prof. Licordari ha rimarcato i motivi per cui è giusto fare memoria: il primo è che bisogna ricordare chi “ci ha insegnato la consapevolezza di fare il proprio dovere”, come ha detto il dr. Bombardieri, giorno 19 luglio di quest’anno in occasione del ricordo della strage di via D’Amelio; “il dr. Chinnici è magistrato di non comune operosità, di notevole capacità e di vasta esperienza […] è da annoverare fra i migliori magistrati di questo ufficio, così è scritto in una relazione sull’operato del giudice palermitano negli anni 70.

Continuando i motivi del perché fare memoria, viene sottolineato che “il giudice Rocco Chinnici è il primo ad intuire le relazioni tra la mafia siciliana e la mafia “esportata” negli Usa che porta il fiorente business del narcotraffico”; ancora, “per noi che restiamo vivi, dobbiamo essere testimoni per le giovani e future generazioni e accendere in loro l’entusiasmo per la giustizia”; e, infine, ma non ultimo motivo, “non possiamo abdicare alla libertà e al senso di responsabilità”. E così è stata attraversata la storia di quest’uomo che ha vissuto a servizio dello Stato fino al sacrificio estremo della propria vita.

Il dr. Bombardieri ha esordito affermando con forza che tutti questi uomini hanno “dato, non perso la vita: l’hanno data per darci un insegnamento per vivere il futuro, non arretrando di un millimetro dal loro compito”. Ha continuato delineando la figura del giudice Chinnici come ideatore del pool che ha permesso di attuare un metodo di lavoro di condivisione, nonostante che a Palermo in quegli anni la procura fosse un luogo in cui regnava la diffidenza e, in qualche caso, addirittura la connivenza, fatta di silenzi e coperture delle indagini.

La condivisione delle indagini consente di continuare il lavoro anche se c’è il cambio dei magistrati. Chinnici aveva bisogno di più uomini per non caricare pochi magistrati di tanto lavoro. Ancora oggi è importante condividere il lavoro, perché questo favorisce il contrasto alla criminalità; nella Procura di Reggio, continua il procuratore, abbiamo una banca dati che tutti ci invidiano, ma che ‘ho chiesto che fosse condivisa’ per favorire l’attività investigativa.

“Occorre che ci sia fiducia nel lavoro, fino a prova contraria”. Chinnici ‘ha intuito che bisognava parlare di mafia e ci voleva uno strumento educativo da affiancare all’attività investigativa e per questo era importante parlare nelle scuole, perché, parlando, si cominciava a destrutturare la criminalità organizzata togliendole il consenso (di fatto la ‘ndrangheta si è fatta forte a causa del silenzio della società civile). Cosa Nostra è stata molto colpita dall’azione dello Stato e anche la ‘ndrangheta, dopo la stagione della guerra dei morti ammazzati, ha subito duri colpi da parte dello Stato: non siamo all’anno zero (grazie anche alle associazioni serie come Libera e ReggioNonTace), ma occorre ancora lottare e non perdere la direzione.

Occorre anche che la società civile si interroghi, implementando azioni come quella attuata a Capo d’Orlando contro il pizzo, o come quella dell’elenco dei negozi antiracket per fare in modo che l’economia presente sul territorio sia ‘bonificata’ dal controllo della criminalità: bisogna aiutare tanti cittadini a denunciare e a capire che lo Stato non li abbandona. C’è anche una maggiore consapevolezza nei ragazzi, “ma bisogna fare uno scatto che ci consenta di dire che siamo oltre la cultura di mafia, perché se ci sono ancora imprenditori che sono costretti a chiudere, vuol dire che c’è ancora tanto da fare”. Chi denuncia non deve sentirsi solo e bisogna che siamo tanti, perché l’imprenditore che denuncia deve sentirsi non un ‘bersaglio’.

Sono stati toccati alcuni temi sensibili, come quello del cosiddetto ‘concorso esterno’: “la politica non può aspettare che la magistratura le faccia da ombrello, la persona che ha atteggiamenti mafiosi, specie in contesto di consultazioni elettorali locali, si conosce e occorre che sia ‘emarginato’ e non raccolga consensi. Un ruolo che può avere la società civile per aiutare il contrasto alla criminalità è la pressione che si può attuare facendo denuncia: ognuno nel proprio ruolo può denunciare l’illegalità che c’è. Anche la legislazione italiana in tema di contrasto è molto buona, ma anche lì il ruolo della società è importante, perché sono i cittadini che compiono le scelte determinanti per la vita sociale (ad esempio votando).

Il p. superiore dei Gesuiti, Sergio Sala, membro del coordinamento di RNT, nella seconda parte dell’incontro, sottolinea che nella storia dei Gesuiti, negli anni 74-75, la Congregazione Generale voluta da p. Pedro Arrupe, sancisce una idea fondante: l’annuncio della fede e la promozione della giustizia sono intrinsecamente connessi. C’è un legame tra fede e giustizia che non può essere sciolto e la vicinanza tra la Chiesa degli Ottimati e la Procura è l’immagine di questo. Il decreto della Congregazione Generale è una pietra miliare e deve illuminare le nostre vite da credenti. La Conferenza episcopale calabrese ha scritto documenti precisi relativi al contrasto della criminalità organizzata.

Nel dibattito, alcuni partecipanti hanno chiesto un chiarimento sul reato di concorso esterno; c’è chi ha toccato il tema su come si sta orientando la procura nella tutela dell’ambiente (gli incendi sono di tragica attualità); altri interventi hanno avuto come sfondo il lavoro, le disfunzioni della Sanità, e c’è chi ha ricordato l’anatema ai mafiosi pronunciato ad Agrigento da Giovanni Paolo II e a Sibari da papa Francesco.

Una serata ricca di contenuti, di ascolto e di desiderio di cambiamento di mentalità nel segno di chi ha donato la propria vita per la nostra libertà: ricordiamo che ciascuno di noi ha un potere enorme sulla propria vita e su quella degli altri: scegliere che strada prendere, da che parte stare, se tacere o far sentire la propria voce. Concludiamo ancora con le parole di Chinnici: “Non possiamo sentirci tranquilli con noi stessi e con la nostra coscienza se non ci sentiamo corresponsabili, se non prendiamo parte attiva in questa lotta, che deve coinvolgere tutti”.

L’intero incontro è presente sul canale youtube di reggionontace

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