martedì,Dicembre 1 2020

Coronavirus e violenze di genere: donne che restano tra le mura domestiche con gli aguzzini

Nonostante l’emergenza sanitaria non si ferma l'attività del Centro antiviolenza casa rifugio “Angela Morabito”, come racconta la responsabile Francesca Mallamaci

Coronavirus e violenze di genere: donne che restano tra le mura domestiche con gli aguzzini

Con l’avvento del coronavirus è un inferno senza fine quello vissuto dalle donne, vittime di violenze tra le mura domestiche. Per loro quell’invito, “Restate a casa”, ha il suono di una pietra tombale, è una condanna se non a morte certamente alla sofferenza estrema.
Abbiamo approfondito l’argomento con Francesca Mallamaci, responsabile del Centro antiviolenza casa rifugio “Angela Morabito” della Piccola Opera Papa Giovanni di Reggio Calabria. E scopriamo che i problemi con l’epidemia che costringe alle distanze, si moltiplicano su tutti i fronti: a partire dalle tutele previste, all’assistenza ed al lavoro.

La convivenza forzata rende la prigionia più dolorosa

Un quadro reale e disarmante quello che emerge. «È facilmente intuibile che questa convivenza forzata innervosendo tutti già in situazioni normali, inasprisce ancora di più l’atteggiamento di un maltrattante nei confronti della vittima, moglie o compagna che sia. La convivenza forzata lo stare in casa h24 rende questo tipo di prigionia ancora più dolorosa. Anche perché non ci sono scuse, giustificazioni per poter uscire e poter chiedere un aiuto e un intervento».

Il caso concreto

In relazione alle donne seguite dal centro, in questo momento, racconta «C’è una ragazza da poco fuoriuscita dall’abitazione del maltrattante, ma si ritrova da sola con una bimba piccola, con l’asilo chiuso, deve andare a lavorare. Il datore di lavoro, nonostante abbia una contratto di poche ore minaccia di licenziarla.

Abbiamo fatto ricorso ad un caf per poter rivendicare i diritti di una mamma con una bambina in tenere età. Quindi ricorrere al congedo parentale, e ammortizzatori sociali. Questo perché c’è un centro che è riuscito ad orientarla ed a metterla in condizioni di conoscere i suoi diritti.

Ma chi non ha questa possibilità cosa può fare?». A questo, nella storia, si aggiungono le minacce da parte del maltrattante, «relativamente a quelli che possono essere gli scenari non veritieri, ma comunque su cui si fa leva, per l’affido della bambina, una donna per quanto possa essere supportata (in questo momento telefonicamente) non affronta un situazione semplice.

Lo stop alle borse lavoro

Fondamentale per la riuscita dell’affrancamento definito delle donne da una situazione di dipendenza anche economica è il lavoro. Ed il centro negli anni ha sempre lavorato tessendo relazioni che si coronano con borse lavoro per consentire alle donne lavoro, dunque indipendenza.

Anche in questo caso, ci ha pensato l’emergenza coronavirus a fermare tutto. «Eravamo in dirittura d’arrivo con tre borse lavoro – chiosa Mallamaci – eravamo in procinto di stipulare le convenzioni, non senza difficoltà, perché in alcuni casi, i soggetti ospitanti, ossia le aziende, ci speculano.

Purtroppo l’emergenza ha bloccato tutti, sono stati chiuse le agenzie ed i soggetti ospitanti (società e negozi con cui avevamo stipulato gli accordi) quindi queste donne si sono ritrovate a non poter beneficiare di quest’entrata». In più quelle che lavorano, sovente hanno contratti in nero e mancando per qualche giorno rischiano di rimanere senza entrate.

Coronavirus e violenze di genere, cosa si può fare?

«Abbiamo dovuto purtroppo interrompere situazioni legate all’assistenza legale, alla consulenza legale, relativamente al riconoscimento delle misure cautelari. Però, se non per le situazioni d’urgenza, questa emergenza ha bloccato tutto. Ci ritroviamo con donne che, anche se sono uscite, non sono in situazione di protezione perché mancano gli strumenti consentiti dalla legge che in questo momento si è fermata.

Non è un momento facile ma ancora di più difficoltoso, anche i servizi si sono fermati. Non i centri antiviolenza. Stiamo monitorando la situazione, stiamo contattando queste donne per capire se hanno necessità. Cerchiamo di portare avanti sempre non i contatti personali (anche se noi, con le dovute precauzioni continuiamo ad averli, nella garanzia della tutela dell’altro e della nostra), ma certamente telefonicamente le sentiamo, anche per cercare di rassicurarle. Proprio una donna mi raccontava che già ricevere un messaggio l’aveva rincuorata.

La donna di cui ho parlato prima è fuori, nonostante continui a ricevere le minacce, ma ci sono tante donne che sono all’interno delle mura domestiche con gli aguzzini. Ed è qualcosa di tremendo perché rende ancora più ineluttabile quel senso di impotenza e il pensare che non ci siano possibilità di uscita».