domenica,Maggio 22 2022

Il futuro della lotta alla ‘Ndrangheta passa dal ruolo delle donne e dalle loro verità

Madri, depositarie della memoria, boss, collaboratrici e testimoni. Le mille sfaccettature femminili nelle diverse organizzazioni criminali, al centro della tavola rotonda svoltasi alla Camera di Commercio

Il futuro della lotta alla ‘Ndrangheta passa dal ruolo delle donne e dalle loro verità

«Negli ultimi anni le organizzazioni criminali si sono fortemente evolute e in questa trasformazione hanno avuto un ruolo anche le donne. Proprio da loro ritengo si debba partire per destrutturare quel mondo. Potremo essere più rapidi se riusciremo a recuperare le verità che loro certamente conoscono».

Ha concluso così il suo articolato intervento procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, in occasione dell’incontro intitolato “Donne e ndrangheta: il ruolo femminile nella criminalità organizzata“, svoltosi nel salone della Camera di Commercio di Reggio Calabria, alla presenza di autorità e rappresentanti delle forze dell’ordine. Moderato dall’avvocata Giovanna Cusumano e dal direttore del Reggino.it Consolato Minniti, l’incontro è stato scandito dagli interventi di Liana Esposito, sostituta procuratrice di Napoli, e Maurizio Vallone, direttore della Direzione Investigativa Antimafia. In collegamento da remoto, hanno contribuito alla discussione anche Wanda Ferro, segretaria della commissione parlamentare Antimafia, e Klaus Davi, massmediologo e giornalista.

Un’occasione per indagare una presenza all’interno del contesto in cui le dinamiche criminali sono nate, si sono radicate, rafforzate ed evolute; una presenza a lungo rimasta sotto traccia ma in realtà, probabilmente mai venuta meno, anche in assenza di profili penali tali da renderla evidente anche in sede processuale.

«L’emancipazione femminile avviene anche all’interno delle organizzazioni mafiose ed essendo convinta che il processo di cambiamento di questa terra passerà proprio dalle donne, l’approfondimento di questo tema costituisce un momento di analisi prezioso e di estrema rilevanza anche per il futuro delle stesse organizzazioni criminali», ha spiegato l’avvocata Giovanna Cusumano.

Donne, presenti nella ndrangheta ma assenti nei processi

«Nella storia del nostro distretto – ha raccontato il procuratore Giuseppe Lombardo – non c’è mai stata una sottovalutazione aprioristica del ruolo della donna. Ella è sempre stata evidente nel suo ruolo familiare nella ndrangheta ma quell’evidenza non è stata spendibile in sede investigativa e processuale. Fin dalla seconda metà del secolo scorso, appannaggio della donna c’era la dote di sorella d’omertà che le riconosceva il fondamentale ruolo di custode di segreti funzionali alle dinamiche criminale in cui, dunque, anche lei era profondamente inserita.

Non credo sia definibile quando la donna sia entrata strutturalmente nell’organizzazione criminale, forse perché in realtà ne ha sempre fatto parte, se pensiamo soprattutto al ruolo di primo piano da sempre rivestito nell’educazione della prole e nella trasmissione di valori deviati, soprattutto in caso di capifamiglia latitanti e, dunque, lontani.

Un ruolo che nel tempo, avendo anche i procuratori anche il compito di rilevare profili civilistici, specie quando siano coinvolti minori, è stato al centro di richieste di interventi e misure come la decadenza e la sospensione della potestà genitoriale che proprio il tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, fin dai tempi del procuratore Carlo Macrì nel 2008, ha iniziato a trattare e che poi sono stati brillantemente sviluppati fino al protocollo Liberi di Scegliere. Non solo madre e riferimento educativo ma anche donna consapevole della natura criminale degli affari condotti dai familiari.

Una condizione, questa emersa anche grazie ad alcune interlocuzioni intercettate nel 2007, ai tempi della realizzazione delle grandi opere quali l’autostrada del Mediterraneo e la dorsale Jonica tra Bova e Palizzi. Era in ballo anche il ponte sullo Stretto che poi non fu costruito. In quel contesto emerse un profilo molto concreto e pragmatico della donna che chiedeva quando sarebbero stati visibili i risultati, in termini di potere di spesa e di ricchezza, di quanto fino ad allora fatto» ha raccontato ancora Giuseppe Lombardo.

Lombardo: «Le donne nelle filiere di comando occulte»

«Non vi è stato finora mai un processo esclusivamente a carico di donne. I ruoli di rilievo penale – ha spiegato Giuseppe Lombardo – sono rivestiti prevalentemente da uomini o meglio i ruoli ai quali si arriva sono quelli degli uomini. È stato fondamentale capire l’importanza e la centralità delle donne la cui presenza, non venendo esteriorizzata, rimane spesso fuori dai processi giudiziari, nonostante loro non siano affatto esterne alle dinamiche criminali e familiari delle organizzazioni mafiose.

Pensiamo a Maria Serraino, mamma eroina, originaria di Cardeto, negli anni Settanta nota come la signora della Lombardia. Un fenomeno che in seguito non fu riproposto e ciò ha delle ragioni che sono profondamente legate alle trasformazioni del fenomeno mafioso anche oggi sono in atto. Nonostante le sue capacità di gestione, ci si accorse che quella non era una strategia vincente e si scelse una filiera di comando che non si palesava più.

Ed infatti è lì che noi oggi dobbiamo cercare le donne, nella filiera di comando che non si palesa, in quella occulta in cui le donne hanno un grande rilievo e che riesce ad emergere solo dalle investigazioni che si avvalgono dei collaboratori di giustizia e non da quelle tradizionali, come quelle condotte attraverso le intercettazioni. Non è dunque un caso se, alcuni anni fa, fu oggetto di studio e confronto l’introduzione dell’articolo 416 quater, mai concretizzatasi e che contemplava l’ipotesi reato di associazione a delinquere di stampo mafioso non solo come delitto contro l’ordine pubblico ma anche contro la famiglia e i principi costituzionali ad essa legati. Una riflessione interessante, ancora attuale e poi, purtroppo, naufragata.

Il senso di quell’esperienza e di quel confronto si lega all’urgenza di anticipare gli interventi anche sulla prole, per sottrarla ad un destino già segnato. Le donne sono parte integrante e conoscono bene le dinamiche di rilievo che caratterizzano l’agire mafioso, quindi la loro collaborazione si rivela certamente strategica per destrutturare la ndrangheta, organizzazione ancora molto forte e vitale», ha spiegato ancora il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo.

Le donne nella camorra

L’incontro è stato occasione per approfondire anche la figura delle donne in altri contesti mafiosi. «Le organizzazioni criminali hanno tutte una specificità che le contraddistingue. Questa iniziativa offre la possibilità di volgere uno sguardo anche alle donne nella camorra, mafia segnata da una strutturazione diversa rispetto alla ndrangheta, e di comprendere quale sia stato, in quel contesto, il contributo delle donne pentite alla ricerca della verità», ha sottolineato il direttore del Reggino.it, Consolato Minniti.

«Il pentitismo femminile è un fenomeno che resta ancora molto da esplorare, come del resto lo è anche il rapporto tra donna e ndrangheta. La questione desta in me un certo interesse sin dai tempi in cui ero responsabile della commissione Pentiti a Roma. Mi colpivano sempre molto non solo la scarsità dei collaboratori e dei testimoni calabresi ma anche il numero davvero esiguo di donne che sceglievano di recidere questo legame», ha evidenziato anche il prefetto di Reggio Calabria, Massimo Mariani.

«Sono discendenti oppure sono giovani poco scolarizzate e provenienti da quartieri degradati alla ricerca di uno status sociale, proporzionale al calibro criminale dell’uomo che sposano e al quale danno dei figli: ecco le donne delle camorra», ha spiegato Liana Esposito, sostituta procuratrice di Napoli.

«Se si accompagnano a uomini con ruoli apicali, quando questi vengono arrestati, contrariamente alle mogli e alle compagne dei semplici gregari che devono cercare altre forme di sostentamento e dunque ricorrono a nuovi legami e ad altre gravidanze, loro possono arrivare ad assumere il ruolo di comando, a fare anche da tramite tra il carcere e l’ambiente esterno, a distribuire stipendi, ad assumere decisioni e a ordinare omicidi.

Pensiamo a Rosetta Cutolo, ad Anna Mazza, a Teresa De Luca Bossa, a Maria Buttone e ad altre donne che si sono distinte per carisma, estrema lucidità e freddezza, senza indulgere in atteggiamenti plateali, molti più familiari agli uomini. Di pentite ce sono poche. Ricordo Maria Duraccio, Anna Carrino. Sono precise e dettagliate. Non collaborano mai per scelta civica ma solo a seguito di una decisione pragmatica quando si ritrovino dalla parte sbagliata del clan oppure stiano rischiando la loro incolumità o che la prole venga loro sottratta. Guardando ai figli, che spesso conoscono il carcere molto presto, mi chiedo cosa lo Stato faccia per proporre un’alternativa prima che questi stessi giovani compiano reato. Il protocollo Liberi di Scegliere a Napoli non è applicato sistematicamente. Ci stiamo lavorando ed iniziative vengono, in alcuni casi, comunque intraprese», ha spiegato ancora Liana Esposito.

Le donne in altri contesti mafiosi

«Le organizzazioni criminali mafiose hanno caratteristiche e dinamiche diverse tra loro e così anche le donne hanno ruoli differenti. All’interno di Cosa Nostra, ad esempio – ha spiegato Raffaele Vallone, direttore della Direzione investigativa Antimafia – la donna non ha, come nella ndrangheta, una strutturazione. Non c’è alcuna possibilità di affiliazione per la forte connotazione familistica, rispetto alla quale anche un figlio nato fuori dal matrimonio può essere considerato una minaccia per l’onorabilità. Ma i tempi cambiano e, per esempio, laddove non vi siano altre figure familiari, si può diventare ambasciatrice del fratello latitante, come successo alla sorella di Matteo Messina Denaro, Patrizia.

Nella camorra le dinamiche sono ancora diverse. Dopo la sconfitta del boss Raffaele Cutolo negli anni Ottanta, le donne, tra cui la sorella Rosetta, hanno assunto ruoli di comando e di coordinamento. Penso ad Anna Mazza, vedova Moccia, che mise la pistola in mano al figlio per vendicare il padre, suo marito, e che negli anni della strategia stragista prese in mano le redini e dettò strategie per proteggere l’organizzazione, come l’uccisione di Aldo De Simone, fratello di un collaboratore giustizia, e il sequestro del figlio del collaboratore Carmine Alfieri. Caso unico a Napoli nel panorama criminale italiano, quello della donna Killer, Cristina Pinto, soprannominata Nikita.

Non sono mancate le donne a capo del clan, come Maria Licciardi e Immacolata Capone, quest’ultima freddata in un agguato mafioso in piena regola, e donne con ruoli di rilievo nel riciclaggio come Elvira Zagaria del clan dei Casalesi, che rimpiazzava il fratello arrestato», ha spiegato ancora Maurizio Vallone, direttore della Direzione investigativa Antimafia.

Davi: «Donne depositarie della memoria criminale»

La discussione ha proposto altre analisi sul ruolo della donna, estendendo la riflessione all’omosessualità dentro le organizzazioni criminali.

«La ‘ndrangheta si fonda su elementi culturali antropologici molto forti – ha spiegato il massmediologo e giornalista Klaus Davi – e la donna, custode per eccellenza, raccoglie ed estremizza i tratti negativi del popolo calabrese che è un popolo molto identitario. In particolare la ndrangheta si fonda sulla cultura della memoria criminale di cui la donna è la depositaria con il compito di tramandarla. Il rapporto epistolare con Emanuele Mancuso di Limbadi, poi pentitosi, mi ha svelato il ruolo rivestito da sua madre, punto di riferimento per la famiglia, veicolo di elementi mafiosi e ordinatrice di azioni mafiose. Oggi il contrasto del crimine e gli arresti degli uomini, delineano dei contesti in cui restano soprattutto figure femminili, molto forti e capaci, che possono certamente costituire la leva decisiva per incidere profondamente sul fenomeno mafioso.

Quello ndranghetistico è un sistema profondamente maschilistico, fallocratico e patriarcale e anche la donna che assurge ad un ruolo apicale si inserisce pienamente in questa logica. In questa ottica, l’omosessualità non è vissuta liberamente. Nella piana di Gioia Tauro il figlio di una famiglia molto importante ha confidato a me, che non ho problema alcuno nel dichiarare quel che sono, di vivere la sua omosessualità come un dramma. Oggi osservo, tuttavia, che la ndrangheta si sta aprendo a stili di vita più moderni che ne stanno scalfendo la solidità.

Il contrasto dello Stato sta riuscendo ad indebolirla al punto che la stessa omosessualità non ostentata, ma vissuta nella propria intimità, adesso viene tollerata, complice proprio lo stato di assedio esercitato dallo Stato. Registro un approccio differente alla diversità in uno scenario che muta. In tutto questo, proprio la donna potrebbe essere quella custode dell’ortodossia e di un’identità della ndrangheta sulla quale fattori esterni stanno incidendo in modo sempre più pregnante. Osservo delle nuove fasi e ho la sensazione che la ndrangheta stia mutando in qualcos’altro, anche se continuerà ad avere il monopolio di certi business. Il contrasto al crimine ha prodotto risultati ma ciò non toglie che resta necessario un maggiore impegno sul fronte del rafforzamento delle infrastrutture sui territori, che troppo spesso restano sguarniti», ha sottolineato ancora il giornalista e massmediologo Klaus Davi, già consigliere comunale di San Luca.

Le donne che scelgono la libertà

Le donne mafiose e anche quelle che collaborano, che denunciano e che testimoniano, affidandosi alla magistratura e compiendo scelte diverse e coraggiose.

«Le donne hanno sempre avuto un ruolo fondamentale nelle dinamiche mafiose – ha spiegato Wanda Ferro, segretaria della commissione parlamentare Antimafia – ma hanno anche saputo rappresentare quelle crepe preziose dalle quali far passare luce e speranza, specie in nome e per amore dei figli e delle figlie. Penso alle donne che hanno compiuto la scelta difficile di tradire i propri familiari e di far tremare la ndrangheta, ribellandosi, scegliendo la libertà e sconfiggendo la paura. Penso a Giuseppina Pesce e a Maria Concetta Cacciola. Penso a Lea Garofalo e al suo sacrificio per la libertà della figlia Denise.

Lo Stato, presente nel contrasto e nella lotta al crimine mafioso, è chiamato anche a supportare e attenzionare sempre di più questo fenomeno di fuoriuscita, a sostenere e ad alimentare questo mutamento epocale, perché le lotte delle donne sono sempre lotte per la vita stessa. Penso alla preziosa esperienza avviata da Roberto Di Bella con il tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, al protocollo Liberi di Scegliere che ha concretizzato delle alternative al destino criminale per i figli allontanati dalle famiglie affiliate. Non possiamo e non dobbiamo dimenticare che c’è bisogno di apporto e di vicinanza dello Stato per dissociarsi e così consentire ad un numero sempre maggiore di figlie, sorelle e madri, donne di scegliere la libertà e la speranza come ha fatto Lea per sua figlia Denise», ha evidenziato Wanda Ferro, segretaria della commissione parlamentare Antimafia.

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