Arghillà, l’arte delle Terre nel laboratorio di Nicola Tripodi

Tradizione e mito si rincorrono nella opere dell’artista reggino che durante la quarantena ha avuto il tempo per creare la sibilla Aspromontana
Tradizione e mito si rincorrono nella opere dell’artista reggino che durante la quarantena ha avuto il tempo per creare la sibilla Aspromontana

L’argilla prende l’anima, espirando profondamente, come se l’artista le offrisse il suo soffio vitale. Divertono, lasciano a bocca aperta e fanno anche pensare i lavori della bottega dell’arte dal sapore antico e mitologico. A Reggio Calabria c’è Arghillà, l’arte delle Terre di Nicola Tripodi. È la tradizione calabrese a tenere il filo del racconto nella mente dell’artista e a prendere vita nel laboratorio, nato come un sogno ormai vent’anni fa. Protagonista l’argilla: argilla bianca, rossa.

«Non provengo da una storia di ceramista – racconta – ma una storia che è tutt’altro anche se mi è servita moltissimo. Ho fatto l’accademia di Belle Arti, sezione scenografia. Ma gli eventi mi hanno portato a fare il grafico pubblicitario per 15 anni – spiega Tripodi – Un altro evento mi ha fatto cambiare definitivamente».

Ritorno ad Itaca

Le opere di Arghillà

E nel suo laboratorio Tripodi riesce a dare spazio alla sua natura artistica nel senso più vero del termine. «Ho ripreso quasi per gioco un desiderio che avevo sin da bambino: lavorare l’argilla. Ho voluto riprendere questa arte per una mia cura. Quando ho finito di riempire tutti gli spazi della mia cucina, con pezzi non cotti, non avendo il forno. ho pensato al laboratorio». Una bottega d’arte che «è andata avanti grazie anche alla spinta dei miei familiari che mi sono stati vicini, hanno capito questo passaggio non semplice: abbandonare l’idea di avere ogni mese uno stipendio per realizzare degli oggetti che non sapevo dove mia avrebbero portato…».

Ci sono strani presepi, storie che raccontano con balzi profani un paesello, una metafora della vita, animata dai personaggi più buffi e contraddittori. E poi c’è l’asino nel lenzuolo e il porco i famosi tre peli: modi di dire della tradizione che s’incarnano nell’argilla. Ma la preziosa terra regala anche personaggi mitologici, come succede nella goliardica rappresentazione del ritorno a Itaca di Ulisse, pescespada sotto il braccio e tatuaggio dell’amante sul braccio, accolto da un Penelope tutt’altro che inconsolabile tessitrice.

A sinistra la Sibilla Aspromontana

La Sibilla aspromontana

Insieme ai presepi, agli animali, nascono così strane creature. «Cerco di realizzare oggetti avendo un obiettivo: parlare delle tradizioni, ma far parlare loro, oggetti che però possono essere inseriti nelle case contemporanee senza nessuno stacco». Ed il periodo di fermo per la pandemia ha portato idee e nuovi doni. «L’ho vissuto in maniera splendida perché l’isolamento mi ha dato la possibilità di sviluppare un’idea che avevo da tanto tempo nel cassetto, un’idea che il lavoro giornaliero non consentiva di ultimare. Il mio svago maggiore è stato realizzare la Sibilla Aspromontana». Si dice che la Sibilla nel suo castello in Aspromonte fosse l’insegnante della Madonna. Poi un giorno per difendersi dalle maldicenze si trasformò in capra e l’artista coglie il momento di questa metamorfosi.