martedì,Dicembre 1 2020

Cinquant’anni fa i Moti di Reggio Calabria: storia, interrogativi e testimonianze della rivolta

Lo storico Pasquale Amato, l'ex senatore Renato Meduri e il giornalista Aldo Varano raccontano la rivolta. Sullo sfondo gli interrogativi su cosa furono davvero i moti

Cinquant’anni fa i Moti di Reggio Calabria: storia, interrogativi e testimonianze della rivolta

È stata una delle rivolte urbane più lunghe e più violente dell’Italia repubblicana. I moti di Reggio del Settanta sono un caso unico nella storia: la rivolta di un popolo stanco e oppresso da decisioni calate dall’alto. «L’eredità che ci ha lasciato la rivolta è la regginità – chiarisce Renato Meduri, senatore della Repubblica e componente del Comitato d’azione dei moti – è l’orgoglio di essere capaci di battersi per i diritti per la libertà, la capacità di sentirsi reggini, di immergersi nella propria storia millenaria di civiltà, di cultura, di confronto».

Nel 1970 nascono le Regioni. Dopo mesi di discussione si decide che il capoluogo della Regione Calabria sarà Catanzaro e non Reggio Calabria, come tutti i reggini si aspettavano. «Il capoluogo non era una cosa importante – evidenza Aldo Varano, giornalista e – sbagliavano quelli che pensavano che fosse una soluzione. Sbagliavano anche le sinistre, i comunisti, i repubblicani e così via immaginando che il problema della Regione fosse un momento nuovo per la vita delle città, anche per la vita di Reggio. La verità è che il regionalismo è inesorabilmente fallito, soprattutto al Sud. Più in generale è fallito perché dove le condizioni erano già dignitose ha contenuto la crisi, dove c’era crisi grave il regionalismo ha continuato a fare solo danni».

Attentati, barricate e scioperi devastano la città, guidata da Ciccio Franco, sindacalista della Cisnal, al grido di “boia chi molla” fino all’arrivo dei carri armati.

Perché «Era uno Stato debole, per cui era diventato regime – spiega Meduri – e un regime tanto più è debole ed incapace di confronto e tanto più usa la forza. Avevamo chiesto che fosse la Commissione affari costituzionali del Parlamento a determinare il capoluogo di regione, secondo le regole vere e non cosche di deputate che andavano per  la maggiore nei loro partiti. E lo Stato, invece di parlare con noi, ci mandò i manganelli prima e i carri armati dopo»

Moti di Reggio, le vittime e i feriti

Il sindaco di Reggio, il democristiano Pietro Battaglia, era in testa al movimento popolare per Reggio capoluogo. Proprio il 14 luglio 1970 viene proclamato uno sciopero generale della città. La gente scende in piazza, ma la risposta delle forze dell’ordine è la repressione. Per giorni la città è devastata da scontri e distruzioni. Il bilancio dei lunghi mesi di lotta sarà di 5 morti e centinaia di feriti. Sono tre i civili uccisi: Bruno Labate, ferroviere di 46 anni iscritto alla SFI- CGIL, trovato senza vita il 15 luglio 1970 in una strada del centro, dopo un assalto di manifestanti alle sedi del Pci e del Psi, contrari alla protesta, e cariche della polizia. Poi toccò ad Angelo Campanella, 43 anni, autista dell’Azienda Municipale Autobus di Reggio, ucciso da colpi d’arma da fuoco, negli scontri con la polizia il 17 settembre; Carmine Jaconis, barista 25enne che passava per caso, un anno dopo durante l’anniversario per la morte di Campanella. Due morti tra i militari: uno ebbe un attacco cardiaco e l’altro fu colpito da un sasso lanciato contro un treno che trasportava poliziotti alla stazione di Reggio Lido il 12 gennaio 1971.

«L’immagine più viva tra le tante vissute è quella del 17 settembre del Settanta – ricorda Meduri – la data in cui fu assassinato Angelo Campanella, sulla porta di casa sua. Fu colto da una palla di moschetto, non morì per caso, ma perché qualcuno mirò e premette il grilletto. Ed era un’arma militare. E poi quella sera ci fu l’assalto alla questura e ci fu il primo dei tre arresti di Ciccio Franco. Fu la serata in cui si rischiò la grande tragedia, in cui morì per infarto un maresciallo all’interno della questura. La sera in cui l’arcivescovo Ferro fece aprire la chiesa, fece suonare le campane e chiamare il popolo a raccolta dentro la Cattedrale, limitando quella che poteva essere una grande tragedia. Erano state assaltate le armerie, la gente aveva le pistole e i fucili, che però – sottolineo – furono tutti restituiti, altro che mafia era il popolo più puro che si ribellava a questo regime oppressore».

La situazione torna alla normalità solo otto mesi dopo. Tra feriti e devastazioni, scontri continui: in quei mesi sono 851 le persone denunciate, di cui 723 incensurate: 400 minori di 25 anni, 100 minori di 18 anni.

Il 23 febbraio 1971 l’esercito entra a Reggio Calabria con i mezzi cingolati e ristabilisce l’ordine. «Si è dovuto aspettare febbraio del 1971 quando fu varato il famoso statuto – afferma lo storico Pasquale Amato – in cui, con grande sofferenza, all’articolo 2 venne accettato dopo una notte di fuoco il fatto che la sede del consiglio regionale sarebbe stata a Reggio, questa è l’unica rimasta della rivolta dal punto di vista dei risultati. Il resto è stato ciò che avevano stabilito i padroni della politica calabrese allora come oggi e quello che avevano ottenuto dal governo nazionale ossia lo scippo del capoluogo da Reggio a Catanzaro».

Moti di Reggio, le promesse

Arriva il pacchetto Colombo con una serie di misure economiche a favore di Reggio. Tra queste la costruzione del Centro siderurgico a Gioia Tauro, che però non vedrà mai la luce. «Cingari usa un’espressione molto bella e dice “Reggio è una città sempre in fuga verso Messina che non la ama”, com’è noto. La tragedia vera è che Reggio non è una città di frontiera, come può essere Trieste, ma è una città isolata: di fronte ha il mare che isola e alle spalle ha i monti e le montagne» aggiunge Varano.

Negli anni la città subisce altri spogli

«Escluso la sede del consiglio regionale, che perché si aprisse ci sono voluti 25 anni, e questo è già un dato significativo. La stessa notte di cui parlavo prima fu votato un ordine del giorno che tutti dimenticano, nel quale si stabiliva che tutte le sedi regionali esistenti sarebbero rimaste a Reggio Calabria, erano ben 72. Nel corso di questi 50 anni, le sedi sono diminuite costantemente: alcune sono state chiuse per decisioni nazionali, altre sono state trasferite, altre annullate per decisione nazionale. Quindi si può dire che se c’è in Italia una città, e una provincia, che ha perso con l’istituzione delle regioni nel 1970, oggi possiamo dire che Reggio ha il record. C’è un’unica speranza quella di potenziare il ruolo e le funzioni della città metropolitana. Spero che la città metropolitana possa salvarci da questa fine annunciata».

Ma cosa è rimasto dei moti di Reggio?

Per Aldo Varano «i moti sono stati un momento importante e doloroso, col quale si sono misurate persone che ci hanno creduto, ma il problema che abbiamo di fronte è se Reggio ha le possibilità per riuscire a produrre le risorse e le ricchezze necessarie per consentire alla sua comunità una vita a livello adeguato al 2020».  

Sullo sfondo, però, rimane sempre quel che non si è mai potuto dimostrare in modo ufficiale e inoppugnabile: qual è stato il ruolo, durante quel periodo, di ‘ndrangheta ed eversione nera? Quanto hanno inciso le trame che facevano di Reggio un “laboratorio criminale” sulla volontà di cittadini che protestavano per uno scippo della città? E le morti dei “cinque anarchici?” Ecco, a distanza di 50 anni, tutto questo ancora compare e scompare come fossimo avvolti dalla nebbia che offusca a tratti la vista. Esistono dei singoli riscontri, ma si è alla ricerca di una piena verità. Come tutti i grandi misteri d’Italia.