Strage di Bologna, 40 anni fa la bomba che uccise 85 persone. Ma la verità ancora non c’è

Il 2 agosto del 1980 un ordigno esplose all'interno della stazione centrale. Fra depistaggi e processi, sono ancora tanti i punti oscuri sull'attentato terroristico più grave dell'epoca repubblicana i cui protagonisti incrociano la storia di Reggio Calabria
Il 2 agosto del 1980 un ordigno esplose all'interno della stazione centrale. Fra depistaggi e processi, sono ancora tanti i punti oscuri sull'attentato terroristico più grave dell'epoca repubblicana i cui protagonisti incrociano la storia di Reggio Calabria

Di Francesca Giofré – Sono passati quarant’anni dallo scoppio di quella bomba, nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna, che causò la morte di 85 persone e il ferimento di oltre duecento. Erano le 10.25 del 2 agosto 1980 e per l’Italia si apriva una ferita che ancora oggi non si è rimarginata.

L’attentato terroristico più grave della storia repubblicana, indicato dai libri di storia come uno degli atti conclusivi dei famigerati anni di piombo che, tra lo stragismo dei “neri” e la lotta armata dei “rossi”, condusse alla morte centinaia di persone.

L’infinito iter giudiziario e i tanti punti ancora bui

Tanti i punti bui sul massacro alla stazione di Bologna, e a distanza di quattro decenni ci si ritrova ancora ad invocare la verità. Una verità che si è tentato di scrivere a livello giudiziario, con iter lunghissimi.

Fin da subito gli inquirenti volsero la loro attenzione su alcuni gruppi di estrema destra, in particolare i Nuclei armati rivoluzionari. E proprio a questa organizzazione appartenevano Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati in via definitiva nel 1995 come esecutori della strage.

Nel 2007 si è giunti anche alla condanna di Luigi Ciavardini, all’epoca dei fatti minorenne. E, infine, un quarto uomo è stato individuato in Gilberto Cavallini, cui nel gennaio di quest’anno la Corte d’Assise di Bologna ha inflitto l’ergastolo. Sentenze chiacchierate, con i condannati che si dichiarano tutt’oggi innocenti e l’associazione dei familiari delle vittime che, invece, non nutre dubbi sulla loro colpevolezza ma è anche convinta che ci siano dietro mandanti e persino «ispiratori politici».

Sicuramente ci furono dei tentativi di depistaggio, per i quali sono stati condannati tre componenti del Sismi, servizio segreto italiano, ed anche Licio Gelli, per conto del quale – hanno scritto i giudici – essi agirono. Altre piste poi, nel corso degli anni sono state seguite, nel tentativo di far luce su eventuali corresponsabili della strage. Ad esempio la pista palestinese, che portò nel 2011 all’iscrizione nel registro degli indagati di Thomas Kram, tedesco vicino al terrorismo mediorientale, che il 2 agosto dell’’80 si trovava proprio a Bologna e che, secondo gli inquirenti, con quell’attentato avrebbe voluto punire l’Italia per aver sequestrato missili destinati ai guerriglieri palestinesi. Ipotesi ben presto scartata: nel 2015 il caso è stato archiviato.

Alla ricerca della verità dopo quarant’anni

L’unica certezza inossidabile in questa storia sembrano rimanere gli 85 morti. Vite innocenti spezzate, in una calda mattina di inizio agosto. Chi aspettava il treno, chi vi era appena sceso. Chi stava per partire per le vacanze, chi doveva andare al lavoro.

Dalla più piccola, Angela Fresu di 3 anni, al più grande, Antonio Montanari di 86, restano per il Paese una ferita aperta, a cui solo verità e piena giustizia possono restituire sollievo.

E il ricordo serve anche a questo, per mantenere la luce accesa su questa vicenda e sui suoi sviluppi. È quanto sostenuto anche da Sergio Mattarella, in visita qualche giorno fa a Bologna.

«Il ricordo serve a essere vigili, a evitare che si ripeta qualsiasi avvisaglia di strategia del terrore – ha detto il capo dello Stato davanti alla lapide che nella stazione centrale commemora le vittime della strage –. Ma il ricordo sarebbe incompleto se non accompagnato dalla ricerca di piena verità. E bisogna fare di tutto per raggiungerla, senza riserve: la mia presenza qui ha questo significato».

E intanto si rimane in attesa di poter, un giorno, finalmente, scrivere il capitolo finale.