domenica,Settembre 27 2020

Una sfida culturale nel nuovo libro di Luigi Manglaviti “La cura”

L'autore vuole dimostrare che anche l’affabulazione scritta ha i suoi effetti speciali e i suoi direttori della fotografia

Una sfida culturale nel nuovo libro di Luigi Manglaviti “La cura”

«Vorrei proporre una sfida: prendendo un film visto tempo prima al cinema o a casa e traslandone la stessa storia su carta, dunque facendo a meno della magia della visione, della fotografia e della luce, degli effetti speciali, della colonna sonora, dei rumori, insomma di tutto l’armamentario cinematografico… si può ricreare comunque il pathos, si possono far provare le stesse emozioni — e magari di più —, usando solo le parole e le pagine?

In altre parole, si può dimostrare che anche l’affabulazione scritta ha i suoi effetti speciali e i suoi direttori della fotografia, per esempio con l’uso ingegnoso della punteggiatura e della sintassi? (Per inciso, è una sfida che non ha niente a che vedere con le trasposizioni dal libro allo schermo o viceversa, con tutto ciò che questo comporta, polemiche fra puristi comprese —«preferisco il libro», «no, meglio il film del libro»—. Si tratta di altro.)».

È ciò che accade nel nuovo libro di Luigi Manglaviti, l’antesignano degli autori italiani che operano al di fuori dell’editoria “ufficiale”.

Il cinema è al centro di tutto, in quest’opera. La permea perfino nei nomi dei personaggi, che echeggiano quelli di inconfondibili star (il sublime divertissmentdell’autore: realizzare un “casting” che mette insieme sulla scena Sophia Loren, Humphrey Bogart, Al Pacino, Meryl Streep, Clint Eastwood e altri, e dietro l’obiettivo contemporaneamente Stanley Kubrick, Orson Welles e Martin Scorsese — per una vera casa di produzione sarebbe impossibile).

“La cura”, metà thriller psicologico e metà action-movie, è un noir dalla doppia linea narrativa; è esplicito l’ossequio a un noto gioiello letterario di Agatha Christie, terzo romanzo più venduto di sempre, del quale richiama alla lontana il plot. Il tributo si estende a Hitchcock, al Fincher di Seven, all’estetica di Ai confini della realtà e a certe produzioni di DePalma, ma anche a cineasti del tutto inattesi per il contesto (Tornatore, Truffaut, Bergman).

Sconfinando verso i big della letteratura (da Manzoni a Carroll, a T.S. Eliot, a Musil, a Umberto Eco) e della musica (Pink Floyd, Aznavour).
È un tomo di appena 230 pagine ma quando lo hai finito ti sembra di averne lette 800, tanto elevato è il numero di accadimenti, tanto vorticante la girandola di emozioni. Nonostante la partenza compassata — e anzi ingannati proprio da essa —, via via ci si ritrova catapultati su un autentico ottovolante narrativo, fatto di pause e accelerazioni come in un film di Takeshi Kitano, con una prosa compatta, intensa, a tratti lisergica e immaginifica, intrisa di quella materia onirica di cui del resto è fatto il cinema.