martedì,Luglio 27 2021

Reggio, Nanni Barbaro ricorda Fausta Ivaldi nel giorno del compleanno

«La gente colse immediatamente la bellezza e la genuinità del tuo essere innanzitutto una persona pratica, spiccia, assolutamente oggettiva nel tuo agire»

Reggio, Nanni Barbaro ricorda Fausta Ivaldi nel giorno del compleanno

di Nanni Barbaro*

Non è una affettuosa frase commemorativa, era il modo col quale ti salutavo sempre, “Faustina del mio cuore”, e tu immancabilmente rispondevi “Ciao, amore mio”, con la tua bellissima erre blesa. Codesti amorosi sensi erano la quotidianità, eccetto proprio le feste, a cominciare proprio dal tuo compleanno, per aggiungerci Natale, Capodanno, Pasqua ecc. In quei giorni ti eclissavi ed era arduo poterti avere davanti a una torta e i bicchieri di spumante, forse perché le tue feste migliori erano legate alle persone più importanti della tua vita intima ed erano cessate quando quelle persone se ne sono andate, e quando proprio non ne potevi fare a meno, andavi a portare un po di gioia ad una tavola natalizia povera, disadorna, magari tra madri e figli che avevano il padre in galera e vivevano di espedienti.

Per cui, strano paradosso, forse è la prima volta che ti faccio gli auguri con tanta evidenza, proprio adesso che non ci sei più. Da viva, non avrei osato. Ti saresti incazzata, persino con me che pur sapevi lo avrei fatto con tutta la spontaneità e la profondità che ci avevano legato da subito. Ti ho conosciuta appena arrivata a Reggio. Il nostro primo incontro fu nel 2001, nella Chiesa di San Giovanni Battista, ad Archi, e la Messa non era ancora finita che eri già al corrente delle mie attività in corso e delle mie passioni. Gli occhi ti brillarono quando ti dissi che cantavo De Andrè. Io trasecolai di brutto quando mi dicesti che conoscevi ed ancora collaboravi a distanza con Don Andrea Gallo, il “padre spirituale” nonché fervente esegeta di Faber. Non facemmo in tempo ad uscire fuori sul sagrato che avevi già organizzato, nei minimi dettagli, il nostro primo concerto grosso a Reggio, all’Auditorium di San Paolo, appena due mesi dopo. Si paventò l’arrivo di Dori Ghezzi, poi trattenuta da pressanti impegni a Milano, ma ci mandò un telegramma di ringraziamento, che tu leggesti di fronte ad una platea letteralmente impietrita dalla sorpresa.

Quella fu solo una della miriade di imprese mirabolanti che riuscisti a creare a Reggio, dove eri arrivata sulla scia dell’eco di santità di Don Italo Calabrò, che non poteva certo sfuggire proprio a te che avevi conosciuto altre personalità che hanno contribuito a fare grande ed esemplare la storia della lotta alla povertà, allo sfruttamento, alla violenza sulle donne. Ma non era la tua fama di frequentatrice di tanta bella umanità che ti aveva resa celebre a Reggio (quella sarebbe arrivata molti anni dopo con la pubblicazione di “Una vita esagerata”). La gente colse immediatamente la bellezza e la genuinità del tuo essere innanzitutto una persona PRATICA, spiccia, assolutamente oggettiva nel tuo agire. Quanto di meglio si potesse desiderare in un mondo perennemente impantanato nella burocrazia, nella pigrizia, nella piaggeria, nell’approssimazione.

Fausta Ivaldi è stata innanzitutto la donna dell’AGIRE. Fausta Ivaldi era quella donna straordinaria che tutte le volte che mi comunicava di dover presenziare a qualche iniziativa in città, fatti salvi gli incontro con gli studenti, che amava moltissimo fare, spesso mi chiedeva e si chiedeva: “ma secondo te ci sarà un modo, elegante, per carità! per strappare qualche soldino a tutta questa bella gente, che ho da sistemare un bel po di situazioni drammatiche ad Arghillà?”

Fausta era così. Fausta era mossa da una empatia travolgente verso i bisognosi, era il suo pensiero fisso, il suo tormento. Avrebbe venduto pure la veste che portava addosso per tirar su qualche soldino da destinare a situazioni che (me le descriveva dettagliatamente) erano veramente al di là dell’incredibile. In realtà vendette molto del suo patrimonio, persino quello affettivo (collane, anelli, bracciali, quadri) per mettere il ricavato a disposizione dei più bisognosi, e li conobbe il cuore sincero e pure il cuore arido di tanti veri o sedicenti amici. Fausta era molto più implacabile con gli avari che con gli ipocriti. Spesso, testualmente, sbottava: “Non me ne frega un c… se mi danno i soldi per farsi i belli, basta che me li diano, che so io come spenderli, e poi che vadano a farsi f….!”

“Una vita esagerata”, la sua autobiografia, pubblicata anni fa proprio a Reggio da Città del Sole, fu il racconto di una vita appunto vissuta facendo i conti con tutti gli aspetti duri e gli aspetti teneri della vita di una persona che sceglie di lottare contro la povertà esponendosi in prima persona.
E’ un libro FONDAMENTALE, che io raccomando sempre, soprattutto alle donne, perché lo ritengano un vero manuale di sopravvivenza nella temperie del sessismo di sempre, ed è un libro tanto netto e tagliente nella denuncia quanto tenero e poetico nella speranza.

Fausta Ivaldi non era una scrittrice da tavolino. Fausta scriveva col sangue e le lacrime, di dolore e di gioia, sue e di tutte le persone che aveva visto soffrire, morire, tornare alla speranza. Non c’è “poesia formale” negli scritti di Fausta, è il racconto della realtà che genera poesia, prosa, cronaca, invettiva, lamento, preghiera. Fausta Ivaldi era un’anarchica di Dio, spesso irruenta ed incorreggibile per eccesso di zelo, per una intransigenza che conosceva pure errori ed eccessi, ma dentro la quale si agitava un fuoco potentissimo fatto di onestà e di generosità senza limiti, sempre, comunque, di fronte a chiunque.

Il parroco di Pellaro, in un recente incontro per commemorarla presso una scuola di Reggio, ci raccontò della sua “conversione” ufficiale alla fede cristiana (si era sempre dichiarata comunista) quattro giorni prima della sua morte. Proprio il giorno di Santo Stefano, conclusa la Santa Messa, alla quale presenziava spesso negli ultimi mesi della sua vita, dichiarò al suo parroco di sentirsi “Felice. Ed ora posso morire in pace!”. Se non fossi più che certo che Fausta è in cielo accolta dalla gioia del Padre, la sua mancanza mi diventerebbe intollerabile. Ma c’è un’altra cosa che mi fa sopportare meglio la sua assenza: non mi farò mancare e non mi faranno mancare occasione di parlare di lei, di raccontarvi cosa era veramente questa donna straordinaria e dei momenti indimenticabili che abbiamo passato insieme, dove pure una battuta scherzosa diventava catechismo reciproco.

Colgo l’occasione per ringraziare il comune amico Mario Nasone per l’opportunità che molto presto avrò per replicare quello storico tributo alla causa delle donne vittime di violenze e di abusi, che Fausta immaginò e che io stesso misi in scena in quella memorabile serata del 2014 al Teatro Siracusa, di fronte a più di 400 persone. Stavolta non saremo in teatro ma, salvo brutti scherzi del Covid, davanti alla città intera in uno dei suoi posti più belli ed emblematici. Nel nome di Fausta, nel nome di Don Italo Calabrò. Nel nome di ogni donna pensata come amore.
Buon compleanno, Faustina del mio cuore

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