lunedì,Luglio 4 2022

Reggio, “Di vela in vela” il viaggio di Anna Calarco e Renata Falcone in un mare di storie

La produzione di SpazioTeatro, con la regia di Ernesto Orrico, ispirata alla raccolta "Racconti per una solitudine insonne" del rivoluzionario messicano Subcomandante Marcos

Reggio, “Di vela in vela” il viaggio di Anna Calarco e Renata Falcone in un mare di storie

L’avventura della parola e l’assalto del pensiero, il tempo delle domande e quello delle risposte, il ritmo del racconto e quello del silenzio, la forza ancestrale dell’atto di narrare e di quello di ascoltare e tramandare, il richiamo primordiale delle storie che, già in un lontano tempo di prima, avevano iniziato ad avere voce.

Seguendo una rotta misteriosa verso il noto sempre più ignoto, solcando le onde della vita, navigano le piratesse Mary Read e Anne Bonny, rievocate sulla scena da Anna Calarco e Renata Falcone nello spettacolo “Di vela in vela” ispirato alla raccolta “Racconti per una solitudine insonne” del Subcomandante Marcos, rivoluzionario messicano, ex portavoce dell’esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

Un viaggio per mare e per storie che prosegue anche quando la vita è sospesa, come è stata pure quella degli attori e delle attrici durante la pandemia, è “Di vela in vela. Racconti del tempo di prima”, produzione di SpazioTeatro con la regia di Ernesto Orrico e frutto della scrittura corale dello stesso regista e delle due attrici, Anna Calarco e Renata Falcone, con le musiche originali eseguite dal vivo di Peppe Costa, scene e costumi di Virginia Melis e con Simone Casile a luci e audio. Lo spettacolo è andato in scena nella cornice del Rooftop dell’Hotel Medinblu a Reggio Calabria, nell’ambito della rassegna culturale Contenitore di Idee, con la direzione artistica di Alessio Laganà.

In una scenografia essenziale, a dare forma allo spazio sono anche e soprattutto i gesti e l’incontro/scontro tra le due protagoniste, l’intreccio tra le loro braccia e le loro figure, i loro reciproci movimenti e tratti anche la loro danza e i riflessi sonori delle loro emozioni.

Le piratesse Mary Read e Anne Bonny, le narratrici

«Nato dalla frequentazione delle pagine del subcomandante Marcos, in particolare dei “Racconti per una solitudine insonne”, frutto della contaminazione tra la tradizione messicana e la storia della rivolta del Chapas che lui ha vissuto – spiega l’attrice Anna Calarco – lo studio approda al palcoscenico prima come reading e poi come spettacolo. Con il regista Ernesto Orrico abbiamo scelto come narratrici due piratesse Mary Read e Anne Bonny, la cui storia risalente al XVIII secolo si nutre di leggenda. Sono donne che hanno realizzato con determinazione il loro desiderio di viaggiare per mare all’avventura, esercitando una prerogativa ritenuta esclusivamente maschile. Collocate dentro uno spazio ristretto, forse una cella o forse la cambusa di una nave, un luogo comunque angusto per richiamare l’idea della compressione che abbiamo vissuto durante la pandemia, le protagoniste vivono costrette in una condizione dalla quale sono solo le parole e le storie che si rimbalzano a rappresentare la via d’evasione e libertà. La parola diventa l’unica nave capace di condurci fuori, lontano da quella condizione. Insieme dentro un’attesa che, guidando alla riscoperta del bisogno innato di raccontarsi e di raccontare con la parola, con il gesto, con il silenzio, restituisce un tempo prezioso che non conoscevano quasi più; un tempo che non ha fretta, che non si interrompe e non si frammenta; un tempo in cui la parola ha una straordinaria potenza creativa e il silenzio anche», spiega ancora l’attrice Anna Calarco.

Uno sguardo che va oltre

“Di vele in vele” offre uno sguardo originale che va oltre gli stereotipi di genere sfidati dalle piratesse Mary Read e Anne Bonny con le loro scelte di vita, in un tempo in cui le navi in mare erano popolate solo da uomini; uno sguardo va oltre l’attualità intrisa di incertezza per nutrirsi delle suggestioni degli Dei che in origine crearono la terra, va oltre un’epoca in cui fare delle scelte di campo, stare da una parte piuttosto che dall’altra è esercizio tanto essenziale quanto spesso poco praticato, in cui la ribellione necessaria fatica a destare da una comoda rassegnazione, va oltre la falsa normalità che ci vorrebbe animali pensanti in scacco a un destino precostituito per natura piuttosto che anime fluttuanti in una libera esistenza

Uno sguardo che va oltre perché, anche quando sembra che tutte le storie siano già state raccontate, ad attendere vi è la scoperta di altre inesplorate, custodite nello scrigno della saggezza e della memoria e di altri fili per tesserne di nuove da rintracciare, anche in luoghi reconditi di quel tempo così lontano ma così presente che è il tempo di prima.

Il tempo di prima, un tempo universale

«Le due piratesse hanno un rapporto di amore e odio – spiega l’attrice Renata Falcone – e sono profondamente unite da un destino comune e dalla voglia di scoprire il mondo. Diverse tra loro, temperamento più forte una e più dolce l’altra, sono spesso in conflitto ma unite da un legame forse amoroso, da un sentimento di attrazione che le spinge una verso l’altra, nonostante gli scontri. È proprio dal conflitto tra le loro visioni della vita nasce lo stimolo alla riflessione. La scelta delle storie e la costruzione dei dialoghi richiama l’urgenza di dire delle cose importanti, specie in questo momento di pausa, di parlare di identità, di omosessualità, di indifferenza, di ribellione, richiamando la necessità di schierarci, di esporci, di dare voce all’idee, di non essere neutrali. Per queste riflessioni ci siamo affidati ad Antonio Gramsci. Abbiamo lavorato anche molto sui gesti e, contrariamente a quanto avviene di solito, spesso siamo partiti da essi per arrivare alla parola, all’intreccio narrativo, anche se il nostro è un viaggio che si nutre pure di silenzio. Ritrovando quel tempo universale che è il tempo di prima, infatti, realizziamo che dobbiamo nuovamente imparare a comunicare anche con gesti e corpi che fanno parte del nostro essere, dunque imparare a recuperare quel silenzio che sulla scena evochiamo e a saperlo intrecciare, senza fretta e senza ansia, con le parole e con le storie», conclude l’attrice Renata Falcone.

Così si procede “Di vela in vela”, si spiega domandando e si racconta navigando, colmando i tempi vuoti con il silenzio e la parola. Si cura la vita imperfetta con le storie, viatici verso ciò che c’è dopo, verso il tempo di prima che inesorabilmente sarà un tempo nuovo in cui noi avremo la straordinaria possibilità di rifondarci, di ritrovarci, di essere ancora.

top