martedì,Ottobre 26 2021

Una foto, i motorini e la gioia di vivere. Cosa resterà di quei favolosi anni ’90?

La foto degli studenti del liceo classico degli anni '90 ha spopolato sul web sbloccando i ricordi di chi ha vissuto quell'epoca nella quale, pur senza smartphone, ci si riusciva a divertire tanto: dai corteggiamenti alle telefonate a casa, sino ai giri in due col motorino

Una foto, i motorini e la gioia di vivere. Cosa resterà di quei favolosi anni ’90?

Una foto. È bastata solo una foto a tirarmi un calcio e buttarmi lì in mezzo ai nostri anni Novanta. Una foto ha scardinato il portone della memoria e i neuroncini dei ricordi si sono tutti presi per mano e, immagine dopo immagine, mi hanno riportata lì. L’odore della sigaretta disgraziatamente imparata a fumare a 15 anni, in un bagno di un ristorante a Roma, durante la gita scolastica, e poco importa se dopo due boccate veniva la nausea. La sigaretta “che ti fuma in bocca”, a quel tempo, era lo status. Maledettamente sbagliato, ma uno status.

Come il giubbotto Benetton, attaccato alla vita mentre si sfrecciava in due sul motorino, senza casco. Sempre che s’accendesse il mitico Boxer, il compagno di mille corse e altrettanti batticuor. Mio fratello me l’aveva colorato di blu metallizzato. Era un fuori serie nel vero senso della parola.

Gli anni Novanta che sanno di stivaloni, del cuoio di El Charro e dei jeans Vans rigorosamente dentro, altrimenti non eri nessuno. Dell’uscita di scuola dove il figo della III C del liceo scientifico impennava sulla moto, coi capelli al vento e la kefia al collo. E mentre il cuore batteva perché sapevi che stavi per rivederlo lui era pronto a scattare altrove.

Sì perché i maschi, si sapeva, andavano a “ceddiare “ al liceo classico “Campanella” (il liceo della foto per intenderci) scuola notoriamente ricca di ragazze, tante di più rispetto al nostro liceo scientifico Da Vinci.

Odore di patatine fritte e di ketchup e li vedevi, con la bandana arrotolata nel polso, che arrivavano coi piedi giù dai pedali, come fossero capitati lì per caso, ma il loro sguardo era lungo e arrivava alla biondina di I B che però era troppo impegnata a mettersi lo smalto seduta in uno scalino e ridere con le sue compagne per accorgersene.

Sì eravamo senza cellulare, senza Tik tok e senza storie su Instagram eppure riuscivamo a fare di tutto. Il pomeriggio non era per i compiti per casa, ma era dedicato alle investigazioni tra compagne di classe (con la scusa dello studio) per scoprire tutto sul ragazzo che ci piaceva che era l’amico del fratello compagno di classe e così via.

Erano i tempi che se ti piaceva “uno”, e non avevi la sfortuna di beccarlo con un cognome tanto diffuso (Morabito e Romeo ed era la fine ad esempio) la tecnica era trovare il numero di casa sua e iniziare a chiamare, telefonate mute, dal telefono a gettoni, solo per stare lì a palpitare e sentire la sua voce e poi attaccare immediatamente. Oggi si direbbe stalkerizzare, ma per noi era un gioco simpatico.

Gli anni Novanta, quelli della feste in discoteca al Boomerang. Quelle di “Losing my religion”: la timidezza passava a tutti e la pista si riempiva. Quelli di “El diablo” che ci faceva sentire rock e rivoluzionari.

Per chi all’epoca era adolescente erano vivi gli anni Novanta, un senso di gioia di vivere che “sa di spirito adolescenziale” a cui faceva da contraltare una città in cui si uccideva un giorno sì e uno no. E così scattavano i divieti dei genitori “Non si va a piazza De Nava che hanno sparato a uno da Malavenda”. Parole nel vento. A piazza De Nava si andava eccome: altrimenti gli amici dove li trovavi?

Perché mentre i killer portavano la morte, noi, nel pieno della vita volevamo fiorire e poco ci importava del resto. Per dirla alla Prévert “I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno. Loro sono altrove ben più lontano della notte. Ben più in alto del sole. Nell’abbagliante splendore del loro primo amore”. Bruciati questi anni Novanta come la benzina dello Zippo per accendere le nostre sigarette e in bocca ci hanno lasciato il sapore agrodolce della malinconia.

(La foto su Facebook è di proprietà di Antonio Di Marno, amministratore della Midimar srl, la storica agenzia di viaggi che è presente in via Simone Furnari ormai da tantissimi anni. Si ringrazia il signor Di Marno per lo scatto).

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