martedì,Maggio 11 2021

Salvato al Gom: «Grazie a voi mi sento fiero di essere calabrese e reggino»

Un grazie alla «“vera” sanità, che ho avuto modo di incontrare (mio malgrado) sulla strada, impersonata nell’equipe dell’unità di Terapia intensiva Post operatoria del Gom di Reggio Calabria – diretta dal Professor Massimo Caracciolo»

Salvato al Gom: «Grazie a voi mi sento fiero di essere calabrese e reggino»

Riceviamo e pubblichiamo da un paziente

Il Gom – Grande ospedale Metropolitano di Reggio Calabria – spesso, forse anche troppo, sbattuto sulle pagine “nere” dei giornali; una Calabria che stenta a decollare, in molti settori; una sanità che soffre di scelte, a volte, sbagliate, che vede medici impegnati a lottare in prima linea, come soldati, senza le armi adatte, contro un nemico che non è solo la malattia. Eppure, nonostante non si possano negare episodi di malasanità mi sento di volere sottoporre all’attenzione dell’opinione pubblica quella “buona” che, pure, c’è nella nostra città, relegando la “cattiva” nelle aule dei tribunali, dove è giusto che stia! In queste pagine voglio esprimere il mio grazie alla “vera” sanità, che ho avuto modo di incontrare (mio malgrado) sulla strada, impersonata nell’equipe dell’U.O.S.D. Terapia intensiva Post operatoria del GOM di Reggio Calabria – diretta dal Prof. Massimo Caracciolo.

Il giusto equilibrio tra professionalità e umanità di tutti gli operatori impegnati in reparto a combattere, giornalmente, contro la morte. La consapevolezza di trovarsi in un duello, spesso impari, e il fare di tutto per far resistere o rifiorire la vita. Un reparto pregno di alte professionalità, sinergia perfetta tra tutti gli operatori i quali, ognuno nel proprio ruolo, svolgono un compito che va ben oltre il “lavoro”, come da loro definito. Un esercito silenzioso che riesce, perfino, ad entrare nell’animo in tempesta dei familiari dei pazienti delicati, in punta di piedi, con professionalità, serietà, obiettività, garbo e umanità; quella umanità che molto spesso si perde nelle corsie degli ospedali ma che l’equipe e il reparto intero diretto dal prof. Caracciolo, trasuda. La mia esperienza è stata difficile, ha segnato per sempre la mia vita, ma aver trovato sulla mia strada, nella mia città, degli “angeli” che hanno fatto del loro lavoro una missione è stata per me una fortuna.

Il tutto ebbe inizio da un’emorragia cerebrale, improvvisa, inaspettata, silente e deleteria che mi ha sbarrato il cammino. Dal P.S del GOM venivo, quindi, ricoverato presso un reparto di degenza ordinaria; Il mio destino, però, veniva segnato ulteriormente dall’incontro, in corsia, con un batterio ospedaliero che comprometteva la mia respirazione, quasi, sino alla morte. A cinquant’anni, senza poterlo minimamente immaginare, mi sono trovato tra cielo e terra. Successivamente, venivano allertati i sanitari del reparto di terapia intensiva e, nel giro di poche ore, il batterio che mi soffocava veniva isolato, il mio cervello messo a riposo e il mio corpo ventilato meccanicamente. Da quel momento intorno a me il nulla, ma il tutto! Un piccolo esercito di persone che si dava da fare, giorno e notte, al mio capezzale, per cercare di tirarmi fuori da quel calvario. Naturalmente, il racconto è di chi mi vuole bene, dei miei familiari, che in questo periodo segnato dal Covid19 e dalle misure per il suo contenimento non mi sono potute stare accanto, nemmeno un minuto, ma a cui è stato permesso di seguire il tutto dall’esterno: come fossero all’interno!

Raccontano che: a fine febbraio, dopo il mio accesso al P.S. del GOM di Reggio Calabria, mai avrebbero potuto immaginare di dovermi lasciare da solo per un così lungo periodo; mai avrebbero potuto immaginare che era solo l’inizio di un doloroso percorso che io avrei dovuto affrontare senza di loro. Ho varcato la soglia del nosocomio senza nemmeno dirci ciao. Eppure, dopo alcuni giorni di sofferenze in altro reparto, una volta approdato in quello di terapia intensiva no Covid, quella stessa sofferenza iniziava ad essere trattata come “sofferenza umana”; Il mio corpo rispettato, ripulito, curato, oltre che nella malattia, nell’aspetto e nell’igiene. Il rapporto con i familiari gestito come “privilegiato”. La cura della mia malattia come una missione. Dopo 15 giorni di coma e 22 giorni, in tutto, di ricovero in terapia intensiva, grazie agli operatori del reparto, i miei polmoni iniziavano a respirare autonomamente, il mio cervello a risvegliarsi e la mia anima a ricollegarsi al mondo.

Il “post” è un’altra storia e anche il “pre”! Il mio racconto vuole iniziare dall’ingresso e finire con le dimissioni da un reparto che mi ha ridato la vita! Non ho altro modo per dire loro grazie se non quello di fare conoscere, tramite questi righi, alla città, alla regione e al paese intero quell’angolo di Calabria, quello spaccato di Reggio Calabria, che funziona come e, spesso, meglio di molte altre parti del paese Italia. Grazie per avermi ridato la vita. Grazie a voi mi sento fiero di essere calabrese e reggino.

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