sabato,Gennaio 28 2023

Incendi in Aspromonte, Bombino: «Ci sono responsabilità precise. Giudizio severo e senza appello»

Il docente ed ex presidente dell'Ente Parco ha le idee ben chiare su cosa poteva salvare la montagna dal disastro e non è stato fatto

Incendi in Aspromonte, Bombino: «Ci sono responsabilità precise. Giudizio severo e senza appello»

L’emergenza incendi sembra ormi un brutto ricordo ma quello che resta è uno scenario che non lascia indifferenti quanti negli anni si sono battuti per dare all’Aspromonte un rilievo internazionale. E a non accettare o giustificare la gestione di tale emergenza è il docente della facoltà di Agraria ed ex presidente dell’ente parco Aspromonte Giuseppe Bombino.

«Il termine più efficace per descrivere quello che è successo è ecocidio – ha dichiarato Bombino – un vero e proprio attacco alla natura. Ciò che preoccupa e che ci ha trafitti non è soltanto l’estensione, la vastità e l’ampiezza della superficie bruciata ma quanto cosa è stato bruciato. Parliamo dei simboli di una biodiversità ecosistema di habitat attraverso cui noi avevamo tentato di raccontare qualcosa di diverso mondo portando all’attenzione planetaria le nostre peculiarità pressoché esclusive nel panorama internazionale».

Ma quello su cui tutti continuano ad interrogarsi è cosa non ha funzionato nella prevenzione e gestione dell’emergenza. «In un territorio così complesso, articolato e vasto con un assetto fisico così tormentato l’unica forma di prevenzione è il controllo radicale e capillare del territorio. Una scelta fortissima e le responsabilità sono a più livelli, una macchina gigantesca e pachidermia per certi versi non ha funzionato. Occorre ricercare le responsabilità in seno ad ogni ingranaggio. Quello che posso dire con certezza è che l’aver abbandonato un progetto sperimentale che andava, invece, implementato, codificato e inserito a pieno titolo nel piano anti incendi è stato invece messo da parte. Mi riferisco al coinvolgimento dei pastori, dei contadini e dei coltivatori del fondo attraverso cui creare una rete parallela a quella che è stata messa in campo dall’Ente parco dell’Aspromonte con l’obiettivo di affidare la custodia e la cura della montagna a quella umanità che più di tutte conosce i veri segreti di questi luoghi cosi ancestrali che caratterizzano l’Aspromonte. Quindi, per quel che mi riguarda, il giudizio è severo e senza appello. Quel progetto doveva essere continuano perché anche se era sperimentale aveva già consegnato dei risultati eclatanti. Basta ricordare l’anno 2017 che è è stato definito a livello internazionale come “l’annus horribilis” soprattutto nello spazio euro mediterraneo. In quell’anno i parchi nazionali della Sila e del Pollino furono feriti gravemente come oggi lo è stato l’Aspromonte, ma nello stesso mentre i parchi di tutta Europa bruciavano il parco dell’Aspromonte ne uscì praticamente illeso. Quest’anno i parchi del Pollino e della Sila hanno adottato quel sistema che noi avevamo poi portato all’attenzione di Federparchi nell’ambito della mia presidenza regionale in questo organismo, ed entrambi hanno ottenuto ottimi risultati».

E nonostante in più occasioni l’attuale presidente del parco Leo Autelitano abbia sollevato l’ente da ogni responsabilità il docente esperto conoscitore della montagna chiarisce gli interventi che avrebbero evitato il disastro legati alla prevenzione.

«Mi pare abbastanza chiaro che uno strumento del genere sia “acqua fresca” una volta che gli incendi sono divampati. Evidenzio che incendi di queste dimensioni non possono essere controllati da terra o tramite mezzo aereo. Ho detto provocatoriamente che gli incendi sarebbero finiti quando non ci sarebbe stato più niente da bruciare. Ma noi parliamo della fase preventiva. Stiamo cercando di valorizzare un pensiero più alto ovvero evitare che gli incendi si possano innescare. Atteso che quelle caratteristiche di una morfologia così complessa di una montagna inaccessibile per molti versi rientrano in quei fattori predisponenti. L’unica strategia è evitare che si inneschino focolai, quindi, serve solo un controllo capillare del territorio attraverso un coinvolgimento, che poi ha anche una ricaduta sociale, dei principali attori della montagna. Questa è l’unica arma che abbiamo per sconfiggere la piaga degli incendi in Aspromonte».

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