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Reggio, il 16 marzo 1994 la scomparsa di Angela Costantino e la verità 18 anni dopo

La giovane donna fu uccisa per avere cercato l'amore fuori dal matrimonio con Pietro Lo Giudice, detenuto a Palmi. La sua violenta uccisione fu rivelata soltanto nel 2012 dai fratelli Maurizio e Nino Lo Giudice

Reggio, il 16 marzo 1994 la scomparsa di Angela Costantino e la verità 18 anni dopo

Per una giovane donna finita nelle maglie asfissianti di una famiglia di ‘ndrangheta non c’è spazio per il desiderio di amore e libertà, per il sogno di una vita nuova. Nessuno sconto anche quando in quelle maglie la donna resta intrappolata all’età di 16 anni. Troppo giovane per potere anche solo immaginare certe soglie estreme del male. Soglie che la famiglia Lo Giudice di Reggio Calabria non ha esitato a oltrepassare al momento di uccidere Angela Costantino, quando di anni ne aveva 25.

La ragione di quella condanna a morte, senza possibilità di appello, era stata il tradimento. Un atto necessario per scorgere una possibilità di vita e di felicità oltre quel matrimonio per lei precoce. Oltre quell’unione con Pietro, vent’anni più grande e con un cognome pesante come un macigno.

Mentre Pietro Lo Giudice era carcere, lei si era concessa di innamorarsi di un altro uomo. “Aveva osato” scegliere un altro uomo dal quale essere finalmente amata. Ma ad essere tradito era un Lo Giudice per questo ciò non le era permesso e infatti non le fu consentito.

Prima le imposizioni, i controlli e le violenze, poi il trasferimento da Arangea al pian terreno di via XXV luglio, dove circondata da altri Lo Giudice, Angela sarebbe stata tenuta d’occhio. Fino a quel 16 marzo 1944 quando è stata fatta sparire, inscenando un allontanamento volontario e una condizione depressiva che l’avrebbe resa capace di togliersi la vita e di lasciare quattro figli piccoli.

Angela era infatti anche una giovane madre di quattro bambini avuti da Pietro Lo Giudice prima che fosse arrestato e tradotto nel carcere di Palmi. Lì stava andando prima di scomparire. A trovare il marito detenuto, lei giovane vedova bianca.

Una macchina abbandonata a Villa San Giovanni, la delegittimazione con la trasformazione del suo malessere in casa in una pazzia più comoda e funzionale a quell’allontanamento volontario vicino al suicidio in cui tutti avrebbero creduto. E poi un corpo mai trovato. Angela, così, scompare nel nulla. Sparisce avvolta nel silenzio e nella solitudine nei quali per anni era stata costretta a vivere.

L’onore tradito con l’amore e lavato con il sangue

Si era permessa di tradire l’onore del marito Pietro e della famiglia. Suo suocero era stato Giuseppe Lo Giudice capo dell’omonima cosca mafiosa, attiva nel rione Santa Caterina di Reggio Calabria e protagonista, negli anni 1986 – 1988, della cruenta faida contro i Rosmini per il controllo delle attività illecite nella zona, ucciso nel 1990.

Quell’onore andava riscattato da quella terribile onta. Soprattutto in assenza del marito impossibilitato a ristabilirlo da sé. Così quell’offesa fu lavata con il sangue. Una vendetta tenuta nascosta per 18 anni e rivelata soltanto nel 2012 dai fratelli Nino e Maurizio Lo Giudice.

Un delitto nascosto per 18 anni

A seguito della loro collaborazione e delle rivelazioni, la procura antimafia di Reggio Calabria coordina una complessa indagine che conduce all’arresto di dodici persone. Tra loro anche i responsabili della morte di Angela, uccisa per avere tradito e per evitare che rivelasse cose di cui era venuta a conoscenza sulla famiglia Lo Giudice.

Vincenzo Lo Giudice, uno dei capi della ‘ndrina e zio di Pietro, Bruno Stilo e Fortunato Pennestrì, rispettivamente cognato e nipote, i responsabili indicati dai fratelli Lo Giudice. In particolare fu Fortunato Pennestrì a strangolarla in casa per poi fare sparire il corpo, mai ritrovato. Le condanne a trent’anni di carcere sono state confermate nel febbraio del 2015 dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria e nel giugno del 2016 anche dalla Corte di Cassazione.

Angela e Barbara

Nella storia di questa famiglia, un’altra pagina drammatica riguarda racconta di un’altra donna, Barbara Corvi. Lei era sposata con Roberto Lo Giudice, fratello di Pietro e dunque cognata di Angela, madre di due figli. Lei è scomparsa il 27 ottobre 2009 ad Amelia, frazione di Terni, in Umbria.

Aveva appena 36 anni e due figli. Ogni suo documento è rimasto casa ma del suo corpo nessuna traccia. La famiglia non ha sue notizie da allora ma rimane convinta che Barbara non se ne sia andata spontaneamente. Le indagini proseguono e suo marito resta indagato per omicidio volontario.

La memoria

Barbara e Angela sono nell’elenco dei nomi che Libera leggerà ad alta voce anche il prossimo 21 marzo in occasione della Giornata della Memoria e dell’impegno per le vittime innocenti delle mafie.

Tra di loro tante donne che come Barbara e Angela, ribellandosi alla mafia, hanno pagato il prezzo più alto. Sono rimaste vittime di una legge sbagliata, di un codice perverso che confonde l’onore con la protervia, che affoga i sogni nel sangue e che non concede, perché non conosce, speranza alcuna. Ma, invece, nella memoria quella speranza esiste, resiste e fiorisce.

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