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Reggio, a palazzo Crupi sofferenza e speranza palpitano ne “La via Crucis” dell’artista Serafino Valla – FOTO e VIDEO

Il maestro emiliano, scomparso nel 2014, torna a esporre in riva allo Stretto. Visitabile fino al 5 maggio anche la mostra "L'arte gentile"

Reggio, a palazzo Crupi sofferenza e speranza palpitano ne “La via Crucis” dell’artista Serafino Valla – FOTO e VIDEO

«L’arte di Serafino Valla parla al nostro cuore, destando riflessioni sul percorso della nostra esistenza. Spesso ho visto il pubblico commuoversi al cospetto delle sue opere. Il suo sguardo sul mondo si nutre di filosofia per poi approdare alla tecnica pittorica, dunque il primo piano delle sue opere è sempre quello umano. Una dimensione particolarmente manifesta nella mostra “La Via Crucis” allestita a palazzo Crupi a Reggio Calabria, in cui emerge tutta l’umanità del condannato a morte, uomo e Gesù figlio di Dio». È quanto sottolinea il professore Giammarco Puntelli, curatore della mostra allestita fino al 5 maggio nella sala Nicola Giunta del palazzo della Cultura Pasquino Crupi di Reggio Calabria.

Dopo la prima esposizione nella collettiva Mediterraneo nel 2022, il maestro emiliano scomparso nel 2014 torna al palazzo dove, nella sala Oreste Lionello, fino alla stessa data, resterà allestita anche l’altra esposizione “L’arte gentile”.

Un intreccio tra spiritualità e Fede

«Abbiamo voluto proporre alla cittadinanza un intreccio artistico tra spiritualità e Fede in questo periodo pasquale.

Serafino Valla è artista di grande spessore del quale ospitiamo adesso due mostre, dando continuità alla nostra collaborazione. La dimensione artistica deve essere tra quelle predominanti di questo Palazzo. E infatti siamo già al lavoro per nuove iniziative per rendere quadro palazzo sempre più attrattivo». Così il consigliere metropolitano con delega alla Cultura di Reggio Calabria, Filippo Quartuccio.

Inaugurata nelle scorse settimane in vista della Pasqua, alla presenza del curatore Giammarco Puntelli e e delle figlia Giuseppina Valla, “La Via Crucis” propone un viaggio emotivo molto intimo.

Gesù, secondo l’escamotage pittorico tipico con cui Serafino Valla universalizza l’uomo al centro delle sue opere, ha il volto coperto da un cappello. Lo mostra solo in piccolo sul velo di Veronica nella VI stazione.

Poi, ancora, nella XV^ stazione, non prevista nella via Crucis della Chiesa Cattolica che si ferma alla XIV^ con la deposizione del corpo nel sepolcro. In questa XV^, Serafino Valla, ritrae la scena di una luminosa Resurrezione.

Seppure dopo un iniziale approccio anche laico, la visione della fragilità umana trabocca alla fine di speranza dando forza al messaggio cristiano della resurrezione di Gesù, Uomo e Dio.

Si tratta di 15 opere realizzate tra il 1980 e il 1983 in acrilico su faesite, che ancora conservano una intensa spiritualità.

Il volto di Uomo che si svela all’Umanità

«Lo stratagemma pittorico di coprire il suo volto con il cappello, esalta la condizione di universale fragilità e di umana sofferenza che Gesù accoglie. Non è un nascondimento dell’identità ma un viatico di fruizione della propria da parte di chi guarda il quadro», evidenzia il professore Giammarco Puntelli.

Particolare è il ricorso a questo stratagemma. Nella Via Crucis i volti nascosti dal cappello sono solo quello di Gesù, sul quale si concentra evidentemente la forza narrativa delle opere, e quello di Maria che resta accanto al Figlio che va verso la Croce. Una scelta che esalta la religiosità dell’ispirazione pittorica. Gli altri personaggi, le altre donne e Ponzio Pilato mostrano invece il volto. Contrariamente alle altre opere in cui il volto coperto è quello di ogni uomo comune, qui la portata universale è riservata a Cristo e a Maria. Il volto coperto non è, infatti, anonimato ma esaltazione dell’universale.

«Nella Via Crucis di Serafino Valla c’è il dolore ma c’è anche la speranza in quella XV^ stazione che il maestro inserisce nel suo percorso per celebrare la Resurrezione. Dunque – prosegue il professore Giammarco Puntelli – la via Crucis non termina nel dramma del sepolcro ma culmina nel messaggio cristiano della Resurrezione di Gesù, uomo e Dio. Un messaggio affidato a un Gesù benedicente che esprime tutta la gloria di Dio rispetto al dramma della morte. Qui si condensa la vera scommessa del cristiano ed è per questo che abbiamo scelto questa opera per la cover della mostra che, anche più di altri percorsi espositivi, aderisce all’intensa spiritualità che permea l’arte di Serafino Valla. Non a caso essa è stata nel santuario francescano della Verna dove il Santo ricevette le stigmate».

Una poetica intrisa di natura, filosofia e di arte

«La sua poetica si alimenta anche di un’attenta riproduzione della natura tipica dei paesaggi emiliani. In altre sue opere l’uomo è ritratto nel rito laico di partecipare alla natura, svolgendo il proprio lavoro per la propria sussistenza. Dunque agricoltura e pastorizia che per esempio proprio nell’altra mostra ancora allestita al palazzo della Cultura Crupi di Reggio Calabria, “L’arte gentile”, vanno incontro a due punti di rottura. L‘uomo catapultato dallo scenario bucolico a quello urbano industriale al cospetto della Pirelli. I Girasoli, di vangoghiana memoria.

Qui il personaggio si congeda dalla storia circondato dai girasoli come a voler lasciare la vita terrena in un giorno di sole. Ciò a coronamento di una vita che sul finire non cede alla malinconia del distacco. In questa mostra anche un’opera che richiama le origini dello stratagemma pittorico di Serafino Valla, in cui del volto coperto agli albori da un ombrello». Così conclude il professore Giammarco Puntelli.

Serafino Valla, interprete sensibile e creativo del quotidiano e della poetica dell’esistenza umana, si distingue nel panorama dei maestri storicizzati. Una pregnante dimensione filosofica sorregge la sua pittura e la ricerca che la contraddistingue.

«Ho cominciato a capire qualcosa seguendo il linguaggio nei dipinti dei malati di mente e in quelli dei bambini quando, negli anni ’60/’65, esponevano a Reggio Emilia. Mi sentivo a loro più congeniale, perché, essendo dei personaggi più semplici, mi era facile capire la loro presenza poetica trasmessami dall’effetto cromatico. Da qui ebbe inizio il mio curriculum artistico, comprendente pittura, scultura e manoscritti in un contesto di emarginazione familiare e sociale dove naufragò la mia giovinezza». Così Serafino Valla raccontava di sé.

L’unico maestro storicizzato scelto dal Commissario e dalle Commissioni Internazionali per essere a Expo 2021 nell’evento Pace e Amore di arte contemporanea, di cui è Commissario il professor Giammarco Puntelli, è Serafino Valla. Presente con le opere Il Seminatore e Nebbia padana.

Una vita travagliata “salvata” dall’arte

Serafino Valla, nato a Luzzara nel 1919, è deceduto quasi centenario a Reggiolo nel 2014. Una vita travagliata e segnata da conflitti familiari, continui spostamenti e difficoltà di adattamento che lo isolarono. Fu confortato dalla capacità che intanto emergeva di esprimersi con le immagini.  

Dall’argine del Po, il grande fiume che rappresentava per lui un mistero, fino alle steppe russe dalle quali restò anche rapito nonostante le guerra. Esasperato dai conflitti con il padre, nel 1938 si arruolò volontariamente nell’Esercito. Partecipò nel 1940 ai combattimenti sul fronte francese e nel novembre del 1941 alla campagna di Russia. Ferito da una bomba ad una gamba, fu trasferito all’ospedale di Bucarest e poi rientrò a Luzzara in convalescenza.

Qui, accanto al Po, e poi a Reggiolo dove sposò Clementina Belledi. Sui dedicò alla pittura e alla scultura, facendosi apprezzare anche internazionalmente. Scrisse anche massime filosofiche.

Ci limitiamo a citare la premiazione al Concorso Nazionale dei Naifs di Luzzara in diverse edizioni, la partecipazione a diverse esposizioni a Reggiolo, Guastalla, Suzzara, Bussolengo, Bologna, Parma, Reggio Emilia, San Benedetto Po, Mantova. E ancora a Camaiore, Viareggio, Lecco, Milano, Varenna, Foggia, Carpi, Messina, Napoli, Gualtieri, Bagnolo San Vito, Moglia, Zagabria, San Polo, Brescello, Zurigo e tanti altri. Le sue opere si trovano nel museo di Luzzara, e in Jugoslavia, Svizzera, Francia, Spagna e Olanda.

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