martedì,Settembre 29 2020

L’ultima follia degli iper garantisti: si ritirano dalle elezioni per paura dello Stato

L'EDITORIALE | “Mezzogiorno in movimento” denuncia possibili ritorsioni di magistratura e forze di polizia. Ma non porta alcun elemento a riscontro. Un fallimento totale in cui cade anche il sindaco Falcomatà

L’ultima follia degli iper garantisti: si ritirano dalle elezioni per paura dello Stato

Prendi un gruppo di professionisti, imprenditori ed intellettuali, fieri sostenitori di un garantismo ad oltranza; calali in una competizione elettorale locale con un candidato a sindaco che di professione fa l’imprenditore e che è incappato nelle maglie delle interdittive antimafia. Il risultato sarà un movimento in grado di discettare solo di guerra al “partito dei pm” e revisione della disciplina delle interdittive. Non una parola sulle problematiche che vive una città complessa come Reggio Calabria. Non una visione, una prospettiva. Non una idea concreta su come affrontare e risolvere le mille criticità con cui fanno i conti i cittadini ogni giorno. Ma tanta bella teoria sul garantismo e la fine dello Stato di diritto. Come se a Reggio Calabria i problemi veri fossero i pubblici ministeri e le interdittive. Insomma, un quadro non tanto lontano da quello dipinto da Johnny Stecchino, quando affermava che il problema di Palermo fosse il traffico.

Chi ha paura dello Stato?

“Mezzogiorno in movimento”, però, è riuscito ad andare decisamente oltre. E non solo si è mosso. Ma è anche inciampato. Malamente. La nota con cui oggi annuncia il suo ritiro dalla corsa elettorale a Reggio Calabria, farebbe impallidire anche il più temerario dei garantisti italiani. Non quel movimento. Non i loro membri che, pur contando fra le loro fila persone di elevato spessore culturale, affermano qualcosa mai sentito prima e che non può che destare forte preoccupazione. Essi, infatti, dichiarano che in loro si è «consolidato il timore che la presenza in una lista dichiaratamente garantista e meridionalista avrebbe potuto esporre i singoli candidati a ritorsioni da parte degli apparati repressivi dello Stato». Lo traduciamo dal politichese, per chi non ne avesse dimestichezza: l’imprenditore Andrea Cuzzocrea, gli scrittori e intellettuali Ilario Ammendolia e Mimmo Gangemi, il sindaco di Roghudi Pierpaolo Zavettieri e l’avvocato Gianpaolo Catanzariti sono convinti che i loro candidati avrebbero rischiato ritorsioni da parte della magistratura e delle forze di polizia, se solo avessero deciso di candidarsi a consiglieri comunali. Parole pesantissime che non potranno non avere conseguenze. Perché delle due, l’una: o gli autori di questa nota sono in possesso di elementi fattuali che dimostrino la fondatezza dei loro timori, oppure ci troviamo di fronte ad affermazioni che vogliono significare che in Italia ci sia in atto una sovversione dell’ordine costituzionale e delle garanzie previste dalla Costituzione italiana e che magistratura e forze di polizia possono indagare, arrestare o fare chissà cos’altro, per il solo fatto che qualcuno – che propugna il garantismo – decida di candidarsi a delle libere competizioni elettorali. Definire cervellotico un simile pensiero è anche poco. Perché lanciare accuse talmente gravi nei confronti delle istituzioni significa instillare, nella mente di lettori poco attenti, il dubbio che in Calabria non sia possibile candidarsi, senza che lo Stato possa avere delle ritorsioni.

Le domande ai “magnifici cinque”

Noi non abbiamo alcuna intenzione di scendere al livello di chi ha sottoscritto quel comunicato, lasciandoci andare ad espressioni di insulto. Abbiamo troppo rispetto per il libero pensiero e crediamo che gli argomenti vadano affrontati nel merito. Ma ci sentiamo di fare alcune domande ai “magnifici cinque”:

  • Qualcuno vi ha minacciati? Avete ricevuto anche solo un messaggio, una frase sibillina, un accenno col volto, un sopracciglio alzato… che vi abbia potuto far pensare una cosa del genere? Se sì, allora sareste dovuti correre fuori dalla Calabria e andare sino al presidente della Repubblica per denunciare come, in questo lembo di terra, le garanzie costituzionali siano state sospese. Altrimenti verrebbe da pensare che, fra i candidati, ci potesse essere qualcuno “suscettibile” di essere “attenzionato” da quello che voi definite “apparato repressivo”. E non per il solo fatto di volersi candidare, ma per altri motivi, ben più pregnanti. Permetteteci questo dubbio ovviamente provocatorio.  
  • Quanto c’entra, in questa nota abbastanza farneticante, la sortita dell’ex “pasionaria” Rosy Canale, che vi ha costretti, dopo una conferenza stampa in pompa magna al suo fianco, ad una smentita altrettanto poderosa, a seguito di dichiarazioni assurde nei confronti del procuratore Gratteri?
  • Quanto c’entra, nel vostro disimpegno, il fatto che non sareste stati in grado di occupare le caselle necessarie per formare una lista e presentarla entro i termini, differentemente da quanto fatto addirittura da un “forestiero” come Klaus Davi, rimediando così una figuraccia difficile da mandare giù?

Ecco, in attesa di poter ottenere qualche risposta esaustiva alle nostre domande, ed in assenza di elementi che possano sostenere il contrario, noi continueremo a pensare che non ci siano elementi concreti per sostenere che lo Stato avrebbe potuto anche solo immaginare delle ritorsioni. Altrimenti – ne siamo certi – avreste inserito nel dettaglio ogni singolo fatto o circostanza utili a dimostrare questo assunto che rasenta il ridicolo. Anche perché fra voi esistono professionisti stimati ed apprezzati che, ogni giorno, frequentano le aule di tribunale e sanno cosa significhi parlare di ritorsione dello Stato. Fra voi vi sono persone che indossano una fascia tricolore e che, quello Stato, lo rappresentano in qualità di primi cittadini e di massimi rappresentanti della democrazia popolare espressa attraverso l’esercizio del diritto di voto.

Suvvia, cari “magnifici cinque”, ammettete di aver detto una grande, enorme baggianata. Ammettete, almeno, di aver voluto provocare, far parlare di voi delle testate che, altrimenti, non avrebbero neppure saputo della vostra esistenza. Perché questo potrebbe giustificare una sortita di siffatta pochezza.

Quanto agli intellettuali Ammendolia e Gangemi, crediamo che la loro riconosciuta capacità di affrontare in modo libero e strutturato problematiche anche molto complesse che coinvolgono i diritti dei cittadini, sia stata offesa ed umiliata con questa nota. Hanno deciso di abbandonare le altezze di un libero ragionamento, anche a costo di stare dalla parte della barricata più rischiosa, per abbarbicarsi sul ramo fragile del complotto. E non esiste cosa più lontana dall’intellettuale che l’ammettere l’esistenza di un complotto ai propri danni.

L’inutile riferimento al registro in prefettura

La pochezza delle argomentazioni portate la si coglie a piene mani nel riferimento che è stato fatto al registro firmato in prefettura che, altro non era, se non un modo – diverso – di metterci la faccia per dire “no” alla ‘ndrangheta, senza che nessuno volesse o attendesse delle patenti antimafia. Crediamo, francamente, che piuttosto che una firma, parli la vita di coloro che l’hanno apposta. Così come la loro coscienza. In fondo, cosa c’è di diverso da voi che ci mettete la faccia, affermando che occorra arginare il potere dei pubblici ministeri? Nulla o quasi, se è vero che quelle firme sono “volti” di chi – almeno nella sua veste pubblica – desidera dire di “no” allo strapotere delle mafie. A meno che non si voglia ammettere – nella nuova narrazione della Calabria che tanto amate – che la ‘ndrangheta non sia davvero un problema. E che il vero cancro sia l’apparato repressivo dello Stato.

Falcomatà spericolato

Ecco, cari “magnifici cinque”, il risultato che avete ottenuto è un’uscita disonorevole da una competizione elettorale che vi avrebbe visti comunque protagonisti, anche senza presentare liste. Lo si capisce dall’improvvido comunicato di sostegno dell’attuale sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà che, probabilmente senza neppure leggere ciò che avete scritto, si è avventurato in una spericolata difesa di battaglie delle quali non vi è traccia nella vostra nota. Ora, pur comprendendo la volontà del sindaco di fare “l’asso pigliatutto”, forse, anche da lui, ci si sarebbe attesi maggiore prudenza nel sostenere in modo così appassionato posizioni che cozzano in modo incontrovertibile con un incarico di così grande responsabilità. Ma, del resto, da un primo cittadino che, di fronte ad un mero avviso di conclusione indagini, accusa la Procura di giustizia ad orologeria, non c’è poi così tanto da meravigliarsi.

La più cocente sconfitta

Noi, invece, continuiamo a provare ingenuo stupore di fronte ad un gruppo di persone di cultura che mandano al macero anni di studi e letture, sull’altare di un garantismo ben diverso da quello propugnato dalla nostra Costituzione e che, invece, rappresenta un caposaldo imprescindibile dell’ordine democratico e sul quale nessuno dovrebbe mai obiettare alcunché. Ma questa vostra nota, col garantismo, con le lotte dei radicali, con i “tormenti” degli intellettuali, ha poco nulla a che vedere. E rappresenta – questa sì e non la mancata partecipazione alle elezioni – la vostra più cocente sconfitta.