lunedì,Agosto 15 2022

Coronavirus a Reggio Calabria, come cambiano gli spazi in cui viviamo

L’emergenza ci ha mostrato quanto importante sia l’uso che si fa dell’ambiente urbano, come spiega Consuelo Nava, architetto e ricercatrice dell’Università Mediterranea

L’emergenza coronavirus ci ha mostrato quanto importante sia l’uso che si fa dell’ambiente urbano che ci circonda. Una dimensione nelle città troppo sovente sottovalutata e messa da parte per fare spazio alla necessità della mobilità veloce. A raccontare come cambiano gli spazi di vita e urbani ci pensa Consuelo Nava, architetto e ricercatrice all’università Mediterranea di Reggio Calabria.

Ridare valore e rivalutare gli spazi

«Gli spazi in cui viviamo in realtà sarebbero dovuti già cambiare da un po’, in una nuovo comportamento dei cittadini non solo negli spazi esterni, fruibili della città, ma anche in quelli del vivere privato. La “fase 2” che ci ha costretti a stare più dentro casa o vivere gli spazi al di fuori in maniera controllata e ci ha fatto capire che per tanti anni ci siamo sentiti ubiqui, con la possibilità di andare ovunque, ma che forse non avevamo imparato come si sta veramente insieme »

Diritto al suolo libero

Ed ancora «L’emergenza coronavirus ha mostrato la parte sommersa dell’iceberg della crisi ambientale che aveva la sua parte emersa da molti anni. Gli spazi della città, gli spazi dove abitare, negli uffici pubblici devono cambiare il loro modello e i cittadini devono cambiare all’interno degli spazi. Gli spazi della città in questo momento hanno necessità di ritrovare due diritti: il diritto del suolo e il diritto alla prossimità. Diritto al suolo libero significa gestire meglio il nostro suolo, avere più percorsi per passeggiare, diminuire la mobilità pesante e sostituirla una mobilità lenta. ma anche servizi pubblici locali. Avere più spazi liberi in città vuol dire non intasarli con la mobilità. Le nostre infrastrutture hanno bisogno di incontrarsi con la logica delle reti. Anche a Reggio abbiamo delle strade che hanno una sezione larghissima che potrebbe essere riorganizzata per gli spazi della mobilità lenta».

Il diritto alla prossimità

«Avere degli spazi di prossimità significa avere spazi in cui si possono svolgere attività anche del quotidiano, percorrendoli in pochi minuti e senza la necessità di prendere dei mezzi. Spazi di socializzazione: pensiamo ai cortili del centro storico che hanno perso la loro qualità di spazio comune tra gli edifici e sono diventati dei garage all’aperto. Pensiamo alle periferie che sono state sempre i borghi della nostra città dove ormai non si distingue lo spazio della lentezza, dell’organizzazione e invece lo spazio dell’attività. Pensiamo ad attività commerciali ricettive e di quartiere che devono darci la possibilità, in periodi complicati, come quello del covid, di poter svolgere le nostre funzioni in prossimità. Gli spazi della prossimità sono collettivi, gestiti dai beni comuni.

La pianificazione tradizione, quella gestita dai piani strutturali comunali da tempo nelle città europee che si sono date questo nuovo green deal, non sono più pianificazioni utili, basterebbe avere un piano di adattamenti climatici. Abbiamo visto quanto al Sud sia stato importante combattere il contagio attraverso una qualità dell’aria che in Lombardia non c’è. Il piano ed il regolamento dei beni comuni: le piazze sono sì spazi pubblici, ma non è che siano spazi collettivi. Possono essere gestiti dai cittadini: le migliori città hanno sempre insegnato che per avere migliori città bisogna avere migliori cittadini».

I nuovi spazi, in sintesi «sono gli spazi che guadagnano suolo, una città che dovrebbe occuparsi di questa transizione, di portare i cittadini verso i nuovi comportamenti negli spazi collettivi, l’emergenza ci fa ragionare sull’emergenza, ma anche le attività ricettive che in questo momento stanno chiedendo più spazio all’aperto, dovremmo abituaci ad avere questi spazi all’aperto, di cui però ci si prende cura».

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