«Cara Angela, ti racconto tuo padre: Giuseppe Verbaro»

Mario Nasone racconta la storia del panificatore, primo testimone di giustizia ad aver denunciato la cosca Labate: dal forno riacceso allo spostamento al Nord
Mario Nasone racconta la storia del panificatore, primo testimone di giustizia ad aver denunciato la cosca Labate: dal forno riacceso allo spostamento al Nord

Di seguito la lettera che Mario Nasone ha scritto, per IlReggino.it, ad Angela Verbaro, la figlia di Giuseppe, primo testimone di giustizia ad aver denunciato la cosca Labate.

Cara Angela,
Ho conosciuto Tuo padre Giuseppe Verbaro nel 1997.Sono passati ben 23 anni ed i ricordi non sono tutti nitidi, anche per l’età che avanza. Accompagnati da un dirigente del sindacato anti usura,  era  venuto nella sede di Libera di via P.Pellicano, assieme al fratello Domenico. Due caratteri diversi i fratelli, Domenico più flemmatico, Giuseppe sanguigno con un carattere ribelle. Assieme a Patrizia Gambardella che ne era referente, come Libera abbiamo iniziato a sostenere la sua coraggiosa denuncia, la prima a Reggio Calabria, di un commerciante che osava ribellarsi al racket sfidando quella che era allora la potente famiglia dei Labate del Gebbione, i cosiddetti Ti mangiu, un appellativo che era tutto un programma. Un clan che pretendeva di controllare la loro attività di panificatori in un rione dove la loro presenza  era capillare ed asfissiante ed in parte lo è tuttora. Non è stato facile gestire quella vicenda che vedeva impreparati ancora più di oggi le istituzioni, sia a livello di normative a tutela dei testimoni di giustizia sia riguardo ai programmi di protezione. Dopo le loro denunce nel marzo  1997 scattò un primo programma per la loro tutela con la vigilanza affidata ai carabinieri. Si tentò anche la ripresa della loro attività. Ricordo la sera in cui si riaccesero i forni e per l’occasione organizzammo un collegamento in diretta con il Tg nazionale della Rai che dette voce a questi due modesti panificatori che avevano avuto il coraggio di ribellarsi ad un potente clan. Altre iniziative di sensibilizzazione furono programmate in città per dare loro attenzione  e solidarietà. La foto ritrae i due fratelli presenti nella sede dell’assindustria ad un dibattito tra i candidati sindaci (tra questi Italo Falcomatà, poi rieletto) dove i fratelli Verbaro intervennero per denunciare gli anni di sopruso subiti grazie anche alla indolenza e alla compiacenza degli amministratori passati. La riapertura del forno voleva essere il segnale della loro  volontà di non piegarsi al ricatto mafioso, di potere continuare a lavorare a Reggio senza essere costretti ad andare via, a rinunciare agli affetti, a recidere le proprie radici..Soprattutto Tuo padre Giuseppe in modo veemente rivendicava questo diritto. Si aprì un braccio di ferro con le autorità preposte che dichiarano di non potere garantire per la loro vita. Per questo i due fratelli, come sai, furono allontanati, entrarono in un programma di protezione e furono collocati in città del nord spostandosi negli anni in diverse località.

Per alcuni anni continuammo a tenere i rapporti telefonici soprattutto con Giuseppe, (non facili considerata anche  la sua sordità)  perché le sorti dei due fratelli poi si divisero. Le sue battaglie, le polemiche, le proteste per una protezione che riteneva insufficiente. Emblematica la circostanza in cui l’ho visto l’ultima volta  a Roma, un episodio della sua vita errante. Avevamo appuntamento in una piazza di Roma, lo vedo arrivare e scendere dalla sua auto blindata con la scorta, quando all’improvviso la macchina prende fuoco. Un principio d’incendio di un mezzo vetusto che evidentemente non era idoneo per garantire quella sicurezza che tale servizio comportava. Il commento di Tuo padre fu: vedi in quali condizioni mi trovo, come mi proteggono? È stato l’ultimo incontro con Giuseppe, una persona che ha pagato pesantemente per la scelta fatta, che non è riuscita a trovare mai quella serenità forse impossibile per una persona che di fatto è stata sradicata dalla sua famiglia  e dalla sua comunità con tutto quello che ne ha comportato  in termini di incomprensione e di  rottura delle relazioni affettive che solo tu puoi raccontare. Mi piace che te lo ricordi senza rancore, come una presenza che continua ad essere dentro di te, come lo sono tutti i papà che ti hanno generato alla vita indipendentemente dalle circostanze che lo hanno allontanato da Te ma anche dalle scelte e dai percorsi esistenziali fatti. Per me, al netto del suo carattere difficile e  talvolta difficile da gestire, rimane l’esempio di un cittadino onesto di Reggio che  invece di adattarsi come ancora oggi fanno quasi tutti, ha alzato la testa,  ha scelto di non rinunciare alla sua dignità di uomo a costo anche di perdere la famiglia. Pagandone un prezzo pesante.Per questo devi essere, come lo sei,  orgogliosa di essere la figlia di Giuseppe Verbaro, che meriterebbe di essere riconosciuto come cittadino e figlio  esemplare della città di Reggio Calabria che continua ad essere condizionata dalla stessa ‘ndrangheta di quegli anni.