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Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una verità negata e un mistero che allunga le sue ombre fino a Reggio

Il certificato di morte (poi scomparso) della giornalista nei fascicoli della procura della città dello Stretto che nel 1995 conduceva indagini, poi archiviate, su presunti affondamenti dolosi di navi con carico sospetto nei mari calabresi. Un filo rosso lega la città dello Stretto e Mogadiscio

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una verità negata e un mistero che allunga le sue ombre fino a Reggio

Un filo rosso lega Mogadiscio e Reggio Calabria. Un filo che lega le storie e il coraggio di Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Natale De Grazia. La loro dedizione alla verità ha avuto come riconoscimento depistaggi, silenzio e giustizia negata. Famiglie profanate negli affetti che non hanno mai avuto giustizia. I loro nomi sono tra quelli che saranno letti ad alta voce domani, in occasione della giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti delle mafia.

Luciana e Giorgio, i genitori di Ilaria Alpi di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario della morte, sono morti senza conoscere la verità sull’uccisione della loro unica figlia. Misteriose restano anche le circostanze in cui ha perso la vita il capitano di fregata di Reggio Calabria, Natale de Grazia. Nel dicembre 1995 è stato strappato alla moglie Anna e ai figli Giovanni e Roberto.

Il loro destino si è intrecciato anche se le trame restano ancora oscure come ignote restano le mani che hanno mosso i fili in cui le loro vite sono rimaste stritolate. Ciò che appare chiaro è l’incandescenza della materia che trattavano nei primi anni Novanta: traffico di rifiuti tossici e affondamenti dolosi anche nei mari calabresi. La giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin in Somalia e la punta di diamante di un pool di inquirenti, Natale De Grazia, a Reggio Calabria.

Le indagini reggine e quel certificato di morte scomparso

La procura di Reggio Calabria indagò sui carichi sospetti di imbarcazioni partite e mai arrivate a destinazione, le cui rotte si interrompevano misteriosamente e presumibilmente anche sui fondali dei mari calabresi. Quella indagini a Reggio Calabria furono archiviate nel 2000, cinque anni dopo la morte in circostanze mai pienamente chiarite di Natale De Grazia, impegnato in prima linea proprio in quell’intricato filone di indagine.

Durante una perquisizione da lui condotta fuori dalla Calabria tra le carte anche il certificato di morte di Ilaria Alpi . Lo aveva riferito l’ex pm della procura reggina, Francesco Neri nel 2005 quando, insieme al pm della procura di Paola, Francesco Greco, anche lui impegnato in una indagine analoga, fu ascoltato dalla Commissione di inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Qualche anno dopo il settimanale L’espresso, a firma di Riccardo Bocca, pubblicò un’inchiesta che riferiva della denuncia dello stesso procuratore Neri circa una vera e propria manomissione di alcuni plichi relativi all’indagine dalla quale sarebbero scaturite la scomparsa di documenti e tra questi anche quella del certificato di morte di Ilaria. Ennesimo mistero mai chiarito.

Mogadiscio: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Omissioni, depistaggi e bugie, ancora dopo 29 anni, negano la giustizia e la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e del collega, l’operatore Miran Hrovatin, uccisi il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio.

La Somalia in piena guerra civile in cui le armi erano necessarie e da assicurarsi all’unico prezzo che un Paese corrotto e in bancarotta potesse corrispondere: sé stesso, i suoi mari, la sua terra, il suo popolo. Un paese in cui ogni operazione sporca (militare o commerciale o anche di spionaggio) avrebbe potuto essere eseguita e poi insabbiata e nascosta; in cui l’impunità avrebbe regnato incontrastata. Un Paese che avrebbe trovato sponda nella maglie deviate della cooperazione internazionale.

La Somalia e l’operazione Restore Hope

Il punto di partenza per Ilaria fu l’operazione Restore Hope, la missione Onu per stabilizzare la situazione in Somalia, stretta nella morsa della guerra civile e della carestia. Un punto di partenza prima di scorgere una matassa di cui Ilaria aveva evidentemente individuato il bandolo. A quel bandolo, con Miran sarebbe certamente arrivata e per questo avrebbe dovuto essere fermata. Per questo Ilaria e Miran facevano domande e documentavano e per questo potrebbero essere stati uccisi.

L’uccisione di Ilaria e Miran accelerò l’istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla Cooperazione con i Paesi in via di sviluppo. Emersero irregolarità, sprechi, corruzione: soldi destinati allo sviluppo e invece deviati su traffici di armi in paesi in guerra in cambio di interramento o ammaraggio di scorie radioattive e rifiuti tossici; fondi utilizzati per costruire cattedrali del deserto finalizzate a coprire altri traffici oppure deviati verso opere funzionali ad altri crimini. Come quella strada Garoe-Bosaso, costruita con fondi della cooperazione internazionale, sempre deserta e mai attraversata. Perchè era stata costruita? Le persone del luogo avevano raccontato a Ilaria e Miran di sospetti e frequenti movimenti di fusti, interrati sotto quella strada.

La verità negata sulla morte di Ilaria e Miran

La procura di Roma avvia un’inchiesta due giorni dopo l’accaduto, nel 1994. Il pm Giuseppe Pititto si muove sul fronte del mancato esame autoptico sul corpo di Ilaria e iscrive sul registro degli indagati, quale mandante del delitto, il sultano di Bosaso, Abdullahi Mussa Yussuf. Era stata l’ultima persona ad essere intervistata da Ilaria poco prima del delitto. La sua posizione viene poi archiviata e nel 1998, con pm Franco Ionta, tutto riparte.

La procura chiede la condanna all’ergastolo per il cittadino somalo Omar Hashi Hassan, accusato di concorso in duplice omicidio volontario. La Corte d’assise di Roma invece lo assolve “per non aver commesso il fatto”. In appello nel 2000 la sentenza di primo grado subisce un ribaltamento. Arriva per Hassan la condanna all’ergastolo, poi confermato in Cassazione con rinvio limitatamente alla determinazione della pena. Un processo che ancora una volta si ferma all’esecuzione, senza svelare alcun livello superiore relativo ai mandanti. Nel processo di appello bis, iniziato nel 2002, l’esito è quello di una condanna a 26 anni. Restano ignoti ancora una volta i mandanti.

I poli della storia

Nel 2003 la commissione parlamentare d’inchiesta Alpi-Hrovatin, presieduta dall’avvocato Carlo Taormina, inizia la sua attività. Essa produce nel 2006 tre relazioni, una di maggioranza e due di minoranza. I poli della storia sono l’ipotesi di un tentativo di rapina o di rapimento “conclusosi accidentalmente con la morte delle vittime”, che è anche la posizione ufficiale della Commissione, e il traffico di armi e rifiuti tossici con il coinvolgimento delle istituzioni italiane sui quali Ilaria e Miran indagavano.

Il mistero resta e intanto inizia la girandola delle richieste di archiviazione, complici il muro granitico posto dinnanzi alla ricerca di eventuali mandanti e il concorso con ignoti di Omar Hashi Hassan.

Nel frattempo nel 2010 parte il processo a carico di Ahnmed Ali Rage detto “Gelle”, il principale testimone che aveva accusato Hassan e per questo poi accusato di calunnia. Il tribunale di Roma lo assolve nel 2013, confermando la sua attendibilità con riferimento alle accuse mosse ad Hassan. Nel 2015, però, Jelle, raggiunto all’estero Chi l’ha visto, ritratta. Nel 2016 inizia il processo di revisione e la corte di appello di Perugia assolve Hassan che ha già scontato 16 dei 26 anni di carcere.

Tre richieste di archiviazioni respinte

Intanto nel 2013 la presidenza della Camera, su iniziativa della presidente Laura Boldrini, aveva avviato la desecretazione degli atti delle Commissioni d’inchiesta sui rifiuti e sul caso Alpi. La desecretazione ebbe luogo nel maggio 2014. A oggi nessun livello superiore è stato ancora scandagliato dalla procura.

Per la terza volta la procura di Roma, rappresentata dal pm Elisabetta Ceniccola, ha chiesto e non ottenuto l’archiviazione nel 2019. Rispettivamente nel 2010 il gip Emanuele Cersosimo e nel 2018 lo stesso gip Andrea Fanelli avevano respinto le prime due richieste.

Reggio Calabria: Natale De Grazia

Natale De Grazia, uomo di grande competenza e passione, stava indagando scrupolosamente sulle presunte navi dei veleni affondate anche nei mari calabresi. I sospetti carichi pericolosi delineavano forti legami con presunti traffici internazionali connessi. Indagava, con rigore, acume e meticolosità.

Si stava recando alla Spezia per compiere degli atti di indagine e raccogliere informazioni da fonti riservate. Ma in Liguria non arrivò mai. A Nocera Inferiore, nel salernitano, fu stroncato da un infarto il 13 dicembre 1995 da un malore. Dopo vent’anni, fu accertato che quell’infarto non ebbe avuto cause naturali. Anche questa è una morte rimasta senza volto e senza giustizia.

La Jolly Rosso e la Rigel

Natale De Grazia coadiuvava il sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, nelle indagini. Tra i tanti misteri lo spiaggiamento della Motonave ex Jolly –Rosso, avvenuto ad Amantea il 14 dicembre del 1990, e l’affondamento dell’imbarcazione Rigel (relitto mai trovato perché mai cercato), avvenuta a largo di Capo Spartivento, nel territorio metropolitano di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987.

Un altro mistero destinato a restare fitto per tenere occulti delitti, complicità e connivenze a più livelli. Verità negate che, anno dopo anno, minacciano sempre più le nostre istituzioni democratiche.

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