sabato,Ottobre 24 2020

COVID 19. LETTERE A MIA MADRE – 3. Tempestini spaziali

Sensazioni, paure e speranze ai tempi del Coronavirus, nelle lettere che Valeria indirizza a sua madre. Il racconto di una quotidianità radicalmente cambiata dalla pandemia

COVID 19. LETTERE A MIA MADRE – 3. Tempestini spaziali

di Valeria Guarniera – “Le parole grosse, trite come sono, non si addicono molto a esprimere cose straordinarie; si riesce meglio con quelle piccole”. E’ una citazione di Thomas Mann che ho letto oggi su un giornale, mentre spulciavo tra le notizie del giorno, e i numeri altalenanti di questa emergenza. Quella che stiamo vivendo, cara mamma, è a tutti gli effetti una situazione straordinaria. E la si può descrivere solo con parole semplici. 

Diffidenza, è la prima che mi viene in mente: mancanza di fiducia negli altri per timore o sospetto di essere ingannato.

Ci pensavo ieri, mentre ero in fila per entrare al supermercato. Fare la spesa mi è sempre piaciuto: passeggiare tra i corridoi dei vari reparti, lasciarmi ispirare nel tentativo di uscire dalla noia dei soliti pranzi, assecondare i gusti, lasciare spazio ai piccoli vizi, scoprire le novità e immaginare accostamenti nuovi.  Lentamente, con tutto il tempo necessario, senza fretta, come un rituale. 

La facevamo insieme quando ero più piccola, lo ricordo bene. Famiglia numerosa, spesa esagerata: “Prendiamone di più, che così se faccio la pizza potete invitare i vostri amici degli scout”. I compleanni e le ricorrenze sul terrazzo, quei banchetti dai menù esagerati… nasceva tutto lì, tra gli scaffali del supermercato, mentre – con un sorriso che pregustava lo sguardo sorpreso dei tuoi commensali – decidevi con quale piatto sorprendere tutti. 

La generosità, del resto, non ce l’hai mai dovuta spiegare a parole, era dappertutto: nei gesti, nelle azioni, e in quello sguardo accogliente che metteva a proprio agio anche l’animo più timido o inquieto. La condivisione, ci ha sempre accompagnato: “Mamma fai i tempestini spaziali per merenda?”. Semplici dolcetti soffici e gustosi, ne sfornavi quantità industriali. Per renderli speciali, avevi inventato questo nome. A noi piaceva, li rendeva unici. Un’ora dopo la casa era invasa da quel profumo inconfondibile, la tavola piena di vassoi da consegnare a cugini, vicini e amici golosi. L’arte del ricevere, senza troppi fronzoli e formalità.  I lunghissimi pranzi della domenica, gli inviti improvvisati e le cene fuori in veranda: Festivalbar in sottofondo, sulla tavola un’anguria più grande di me e il profumo del gelsomino ad accompagnare l’inizio della bella stagione. La felicità, era tutta lì…

Diffidenza, sì. La percepisco negli sguardi, nella distanza che và oltre quella fisica, necessaria ora più che mai. E’ il distanziamento sociale, la prima arma messa in campo per combattere questa guerra. Ci è stato chiesto – e poi ci è stato imposto – di mantenere le distanze: almeno un metro, lo hanno stabilito gli esperti. E possibilmente mascherina e guanti: ffp1 – ffp2 – ffp3: tutti esperti infettivologi pronti a puntare il dito. Le hanno definite egoiste ed altruiste: in base al tipo di mascherina si ha la pretesa di cogliere l’indole più o meno generosa delle persone. 

Io la mascherina non la sopporto, mà. Credo sia una sensazione comune: sembra di soffocare, si fa fatica anche a parlare. I guanti, poi, lasciamo perdere, non sono mai della giusta misura, e allora sei sempre lì ad aggiustarli: li tiri su, poi li tiri giù, provi a farli combaciare con la forma delle tue mani e, quando finalmente ci riesci, ecco li puoi togliere. Ma fa caldo, e quel materiale fastidioso ti si è appiccicato addosso, allora sfilarli e più difficile che metterli, e inizi a inveire contro il mondo e contro il destino. Fino a quando, snervata e insofferente, in uno scatto nervoso e fulmineo, li togli e li lanci dentro la borsa, proprio lì, accanto al disinfettante, alleato insostituibile di questi giorni strani. 

Diffidenza, dicevo. La percepisco e mi fa paura. Metà volto è coperto, certo. Ma lo sguardo, lo sai, parla da solo. Allora vedo il distacco, l’atteggiamento impaurito di chi, indietreggiando, vede nell’altro un pericolo. Siamo tutti possibili untori. “Chissà dove è stato e con chi è entrato in contatto. Sicuramente non ha prestato attenzione”. 

Fare la spesa non mi piace più. Passeggiare tra i corridoi dei vari reparti, con l’ansia di finire presto. In mano il foglio con la lista, ché questa volta l’ispirazione può aspettare. Cercare comunque di inventare, sperimentare, improvvisare, ché in queste giornate tutte uguali, la cucina diventaun’ancora di salvezza per non sprofondare nella noia. Assecondare i gusti, accontentare i vizi… ma sì, dai: in fretta, però. Scoprire le novità, ma non avere il tempo di coglierle “troppo affollato quel banco frigo, ci penserò la prossima volta”. Camminare in maniera composta e silenziosa, facendosi piccoli, non toccando nulla. Velocemente, come una danza ripetitiva e senza pathos: sguardo basso e fiato sospeso, siamo automi che a volte dimenticano di avere un’anima.